A Washington la mostra sulla più importante collezione d’arte della Corea del Sud (donata dal patron di Samsung)

Scomparso nel 2020, Lee Kun-hee è stato uno dei più grandi collezionisti d’arte al mondo. Oltre 23mila pezzi della sua raccolta sono stati donati alla Corea del Sud nel 2021 e ora intraprendono un tour internazionale che vuole raccontare la storia del Paese attraverso l’arte

Quella allestita fino alla fine di gennaio 2026 al National Museum of Asian Art di Washington, parte del circuito dello Smithsonians, non è semplicemente una mostra che racconta l’arte coreana nei secoli. Il progetto Korean Treasures: Collected, Cherished, Shared, infatti, porta per la prima volta fuori dai confini coreani l’incredibile collezione di Lee Kun-hee, imprenditore sudcoreano scomparso nel 2020, fautore della trasformazione del gruppo Samsung nel più grande produttore di smartphone al mondo.

Chi era Lee Kun-hee, il più grande collezionista d’arte della Corea del Sud

Considerato l’uomo più potente della Corea del Sud, Kun-hee è stato anche un grande collezionista: nel 2021, la sua famiglia ha onorato la sua volontà, donando al Paese, integralmente, la raccolta d’arte dell’uomo, comprendente oltre 23mila pezzi tra opere e manufatti artistici. All’epoca la collezione fu distribuita tra il Museo Nazionale della Corea e il Museo Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (che nell’acquisire 1.500 opere stimò l’evento come la “donazione del secolo”), ma subito fu messa in cantiere la realizzazione di un nuovo museo, il Lee Kun Hee Museum di Seoul, affidato alla progettazione dello studio tedesco Sauerbruch Hutton – il concorso internazionale ha dato esito nel 2024 – e ancora in cantiere su un’area di oltre 25mila metri quadrati (mentre sempre a Seoul è in attività il Leeum Museum of Art, progettato da Mario Botta, Jean Nouvel e Rem Koolhaas e aperto nel 2004: qui la Fondazione Samsung espone le opere rimaste di proprietà della famiglia Lee, in uno dei principali musei d’arte privata della Corea del Sud).

La collezione d’arte di Lee Kun-hee in mostra a Washington

Lee e sua moglie, Hong Ra-hee, sono stati inclusi nel 2015 e 2016 nella lista dei 200 più grandi collezionisti al mondo stilata da ARTnews. E ora a Washington si concretizza un lavoro diplomatico protrattosi per tre anni con l’obiettivo di mostrare su un importante palcoscenico internazionale la varietà e la qualità della raccolta, oggi vanto della Corea del Sud e del suo Ministero della Cultura.
Korean Treasures presenta, dunque, oltre 200 pezzi della collezione – che spazia in 1.500 anni di produzione artistica – tra cui molte opere per la prima volta negli Stati Uniti. Gli oggetti esposti furono originariamente creati per una serie di contesti, tra cui palazzi reali, templi buddisti, accademie confuciane, studi accademici e spazi d’arte moderna. Nel complesso, le opere ripercorrono l’evoluzione dell’arte coreana, rivelando i cambiamenti di stile, potere, credo e tecnologia nel corso del tempo.
Se da un lato la collezione comprende anche un centinaio di opere di celebri artisti occidentali, da Gauguin a Renoir, Mirò e Dalì, gran parte delle opere provengono dalla cultura coreana, finanche nelle espressioni più recenti, come il nucleo di lavori del pittore Lee Jungseop e le opere dell’artigiano Yoo Kangyul.

La storia della cultura coreana fa il giro del mondo

Nell’avviare la collezione di famiglia poi ampliata da Kun-hee, il fondatore di Samsung, Lee Byung-chul, fu infatti motivato dal desiderio di rimpatriare l’arte della storia coreana, recuperando manufatti e opere finiti all’estero nel corso dei secoli, persi o censurati dal governo coloniale giapponese. Ma le acquisizioni di Lee Kun-hee, in passato, non hanno mancato di sollevare polemiche: nel 2007, l’imprenditore fu accusato di aver acquistato opere d’arte utilizzando fondi riciclati dell’azienda. A processo, Lee fu condannato per evasione fiscale, ma la relazione delle opere con operazioni di riciclaggio non fu mai accertata.
Dopo Washington, la mostra intraprenderà un tour internazionale, che toccherà Chicago e Londra, prima che i pezzi rientrino a Seoul.

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Redazione

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