Muoversi tra memoria e percezione nella mostra di Salla Tykkä a Bologna

Alla Galleria Studio G7, la prima personale in Italia dell’artista finlandese Salla Tykkä è un’indagine visiva che mette al centro l’immagine come luogo di sedimentazione e identità

Con The Will, secondo appuntamento della rassegna Project Room, Galleria Studio G7 di Bologna apre i propri spazi a una pratica artistica che fa dell’immagine un dispositivo di sedimentazione del tempo. La mostra segna la prima personale in una galleria italiana di Salla Tykkä (Helsinki, 1973), artista finlandese nota per una ricerca filmica che indaga il potere ideologico dello sguardo e il modo in cui le immagini agiscono nella costruzione della memoria e dell’identità. 

Muoversi tra memoria e percezione nella mostra di Salla Tykkä a Bologna
Installation view: The Will, SallaTykkä, 2025, Galleria Studio G7, Bologna. Courtesy l’Artista e Galleria Studio G7. Ph: Francesco Rucci

“The Will” di Salla Tykkä a Bologna 

Al centro del progetto, curato da Marinella Paderni, si colloca l’opera video The Will (2024), costruita a partire da materiali raccolti dall’artista sin dai primi Anni Duemila nei dintorni del suo studio, nella periferia industriale di Helsinki. Cortili produttivi, strade, margini boschivi e interni domestici compongono un paesaggio ordinario, sottratto a ogni linearità narrativa e restituito come esperienza percettiva sospesa. Il film procede per accumulo e rarefazione, articolando una temporalità frammentaria in cui i vuoti assumono un ruolo strutturale, trasformando lo spazio in una superficie di proiezione mnemonica. Attraverso la macchina da presa, vi è la volontà da parte dell’artista di catturare l’impressione. In questa sospensione prende forma il senso del titolo: The Will come volontà e inclinazione dello sguardo, ma anche come testamento, eredità di un tempo vissuto e trattenuto. L’apparente neutralità delle immagini viene costantemente messa in crisi, rivelando allo spettatore la natura soggettiva e politica dell’atto del vedere. È qui che l’immagine si rivela, per Tykkä, come dispositivo di identificazione, capace di riattivare la memoria in una fluttuazione costante tra desiderio e immaginazione. I suoi lavori, infatti, aprono spazi interpretativi plurimi e mostrano come sia il valore attribuito all’immagine a determinare la storia, non il contrario. L’intreccio tra esperienza personale e dimensione pubblica genera così metafore collettive che riflettono sui meccanismi del controllo, esterno e interiorizzato. 

L’allestimento della mostra di Salla Tykkä alla Galleria Studio G7 

Questo impianto trova una traduzione puntuale nell’allestimento. The Will occupa la sala principale della galleria, imponendosi come fulcro visivo e concettuale del progetto, ma senza annullare le altre opere presenti. Contact 1–3 (2024), installata nella nicchia sulla destra, richiede una visione raccolta: le stampe a contatto, tratte da una pellicola che ritrae lo studio del padre dell’artista, recentemente scomparso, smontano l’idea di osservazione casuale e rendono esplicito il carattere selettivo dello sguardo, che si muove entro una prossimità emotiva non mediata. La dimensione intima si intensifica nello spazio destinato all’ufficio della galleria, dove una serie di immagini in bianco e nero introduce una fruizione prossima a quella del voyeur. Nella serie Torso compare il corpo dell’artista, evento raro nella sua produzione: a seguito di un incidente, Tykkä sperimenta la macchina fotografica su di sé, portando l’intimità a coincidere con il corpo. È questo passaggio a produrre una tensione nello sguardo, poiché ciò che osserviamo non ci appartiene, pur inscrivendosi nell’esperienza percettiva di chi guarda. 

La politica del quotidiano nel lavoro di Salla Tykkä 

La forza del lavoro di Salla Tykkä, già riconosciuta da Harald Szeemann, tanto da decidere di portarla a esporre alla Biennale di Venezia del 2001, risiede nella capacità di affrontare temi politici e sociali attraverso uno sguardo che si annida negli interstizi del quotidiano e del personale. Uno sguardo rigoroso, privo di compiacimenti autobiografici, che trova in questo allestimento un alleato decisivo in uno spazio che impone una fruizione solitaria e rende la visione un atto consapevole e inevitabilmente responsabile.

Diana Cava 

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