L’artista contemporaneo Nicola Samorì dialoga coi capolavori dell’Ambrosiana di Milano e di Capodimonte a Napoli

Una doppia retrospettiva riunisce quadri e sculture dell’artista romagnolo accostandoli alle collezioni della Pinacoteca Ambrosiana e del Museo di Capodimonte, rispettando i caratteri delle due istituzioni

Il carattere distruttivo, scriveva Benjamin, riduce l’esistente in macerie non per amore delle macerie, ma della via che le attraversa. Parole che riecheggiano al cospetto della mostra Classical Collapse di Nicola Samorì (Forlì, 1977), inaugurata in simultanea al Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli e alla Veneranda Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Un progetto coordinato dai direttori delle due sedi, Eike Schmidt e il Monsignor Alberto Rocca, insieme al curatore Demetrio Paparoni. Sono oltre 50 le opere esposte, che tornano a ricordarci di un maestro italiano contemporaneo portatore di un novum che instaura col notum un rapporto critico. 

Nicola Samorì, The Veil, 2025
Nicola Samorì, The Veil, 2025

Le opere di Nicola Samorì tra Milano e Napoli 

Nei lavori samoriani la tradizione dell’arte antica non scompare, ma – snidata dal suo contesto originario – assume una carica espressiva straniante, vincolandosi a un linguaggio che si fa forma di salvazione. Alla trasmissibilità dei giganti del passato, Samorì sostituisce una citabilità collassante: il classico si liquefà, aprendo a suggestioni inedite. La mostra ancipite indica anche un duplice modo di porsi di fronte all’arte samoriana: obliquamente spiarla, inseguirla disperante, incalzarla, origliarla con il fare approssimativo di chi tenti vanamente di violarne i segreti. Questa non è la maniera consigliata. Oppure porvisi tenendo a mente il giusto e intrigante quesito che il Monsignor Rocca ha condiviso con Artribune: “Tendiamo a giudicare queste opere come di rottura, ma non si tratta piuttosto di continuità? Della fase ultima di evoluzione rispetto alle pitture del passato cui Samorì guarda?”. Occorre vedere in profondità, nella profondità con cui lo stereoscopio permette alla vista di allungarsi entrando nelle cose: uno sguardo non scaltro, ma metafisico. Come Shimdt ha fatto notare, le esposizioni, pur unitarie, hanno inclinazioni differenti: la partenopea è dionisiaca, la milanese, apollinea. Il rigore rinascimentale dell’Ambrosiana si contrappone al Barocco di cui si fa custode Capodimonte. 

La mostra dionisiaca di Capodimonte 

Pontormo, Luca Giordano, Rosso Fiorentino, Giulio Cesare Procaccini, Lelio Orsi, José de Ribera sono solo alcuni dei nomi con i quali si confrontano le opere di Samorì, raccolte nella Sala Causa, ambiente ctonio del Museo. La rassegna, qui, è mossa da quinte architettoniche che riproducono in scala 1:1 i pavimenti segnati degli studi dell’artista, inoltrando il fruitore in un suo intimo e ideale atelier. A Partenope non c’è traccia di scultura: solo pitture, che spaziano dal grandissimo al più piccolo formato. E, mentre opere come The Roman Butterfly, l’Arco della sete, Nubifregio rimandando subito a quell’idea di collasso evocata nel titolo, Solstizio d’inferno si richiama a Sebastiano dal Piombo e ai dipinti minerali del Cinque e Seicento che la Galleria Borghese a Roma espose nel 2022/23. 

Nella pittura di Samorì trova spazio anche l’Intelligenza Artificiale 

Racchiudere il molto nel poco è una sfida per i poeti e gli artisti di ogni tempo, poiché il poco densificato diventa un gioiello. È il caso della minuta Lucrezia Romana di Samorì, citazione assai più sensuale di quella del Parmigianino. Circonfusa dell’arcana voluttà che veste anche The perfect girl, sigillo della mostra: un torso femminile illogico, nel quale la raffinatezza del nudo è insidiata dall’imperfezione dei corpi generati dall’AI, cui l’artista guarda con fascinazione. D’altronde, come confida Samorì: “Solo gli inciampi producono sorpresa; il resto è esecuzione”. 

L’iter apollineo alla Pinacoteca Ambrosiana 

Alla Pinacoteca l’iter si verticalizza in un drappello di alte e sottili sculture samoriane, diffuse tra la Cripta e il corridoio, dove gli altorilievi rinascimentali di Agostino Busti sono chiamati a destarsi. Fulcro dell’esposizione è il dipinto monumentale (500 x 1000 cm) esposto accanto al cartone preparatorio per la Scuola di Atene di Raffaello. “La scala è un topos col quale prima o poi si misura quasi ogni artista”, ha commentato Samorì. “Su questi gradini si affollano quelle che sono molte delle mie ossessioni”. Una scala ombrosa, che ha l’aria di essere discenditiva, brulicante di figure, anche caudate. Opera nella quale, forse, ancora aleggia un’atmosfera dionisiaca. 

Lo sguardo alla natura di Nicola Samorì 

Anche l’Ambrosiana custodisce, tuttavia, minuti gioielli, questa volta apollinei. Nella Biblioteca, una delle vanitas ad olio ispirate alle fioriture fiamminghe, è viva testimone dell’incontro tra natura e pittura: dalle sue fessure – un tempo abitate dai nidi della vespa vasaia – traboccano ora petali materici. Ultimo fiore all’occhiello, in questo caso lapideo, è Guglia, una scagliosa scultura in marmo bianco di carrara nella cui testa, come rivela l’artista, “è piantato un frammento lunare, omaggio alle osservazioni di Galileo”.

Francesca de Paolis 

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Francesca de Paolis

Francesca de Paolis

Francesca de Paolis si è laureata in Filologia Moderna con indirizzo artistico all'Università La Sapienza di Roma proseguendo con un Corso di Formazione Avanzata sulla Curatela Museale e l'Organizzazione di Eventi presso l'Istituto Europeo di Design (IED). Ha insegnato Storia…

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