Scivolone di Ai Weiwei su Instagram: “Coronavirus come la pasta, sarà diffuso dagli italiani”

Il celebre artistar cinese ha pubblicato sul proprio profilo social un post – in teoria ironico, in pratica un flop – che attribuisce la paternità della pasta e del virus influenzale ai cinesi, mentre agli italiani andrebbe il merito nel primo caso (e la colpa nel secondo) della loro diffusione in tutto il mondo

Ai Weiwei
Ai Weiwei

“Coronavirus is like pasta. The Chinese invented it, but the Italians will spread it around all over the world”. Probabilmente voleva essere una battuta o un modo per affrontare con ironia l’emergenza che negli ultimi mesi sta mettendo alla prova numerosi paesi del mondo, ma il post pubblicato su Instagram dall’artista Ai Weiwei (Pechino, 1957) non sembra abbia sortito le migliori delle impressioni, reazioni e soprattutto interazioni. “Il Coronavirus è come la pasta. I cinesi lo hanno inventato, ma gli italiani lo diffonderanno in tutto il mondo”, dice il post pubblicato il 5 marzo e che nell’arco di poche ore ha scatenato fiumi di commenti, la maggior parte di disappunto, nei confronti dell’artistar cinese noto a livello globale per il suo attivismo politico e soprattutto per l’opposizione al regime cinese che, nel 2011, gli costò la detenzione in carcere per 81 giorni con l’accusa, secondo molti falsa, di evasione fiscale.

Il post pubblicato da Ai Weiwei su Instagram il 5 marzo 2020
Il post pubblicato da Ai Weiwei su Instagram il 5 marzo 2020

CINA VS ITALIA. DALLA PASTA AL CORONAVIRUS

Quello dell’invenzione della pasta è uno dei temi più controversi a livello storico ma anche popolare, tra studi, campanilismi e leggende. Ricerche archeologiche attesterebbero la presenza della pasta in Cina già 4000 anni fa, così come esistono testimonianze di questo prodotto in Italia nel periodo etrusco. Secondo una leggenda inoltre sarebbe stato Marco Polo a introdurre la pasta in Cina, sottolineando quindi la paternità tutta italiana del conteso alimento. Controverso anche il riferimento all’esportazione dalla Cina del Coronavirus: se è vero che i maggiori focolai attuali extracinesi sono in Iran e in Italia, a quanto pare sembra certificato che il virus sia stato portato in Europa da un tedesco, non da un italiano. Cavalcando l’onda di questi quesiti senza risposta e sull’attuale emergenza del Coronavirus, Ai Wewei con un’unica frase – e con facezia – ha detto la sua in merito alle due questioni: pasta e Coronavirus sarebbero prodotti “made in China”, ma è toccato poi agli italiani diffonderli al resto del mondo. Divertente? Forse nelle intenzioni, peccato che poi il post si sia rivelato un coacervo di lamentele, risposte da parte di followers delusi e persino insulti.

“GLI ITALIANI DIFFONDERANNO IL CORONAVIRUS NEL MONDO”. LA FRASE CHOC DI AI WEIWEI

“Con tutto il rispetto, non vedo questo come un argomento su cui prendere in giro… Le persone sono malate, le persone stanno morendo…”, si legge tra i tanti commenti. “Questo è più lo stile di #donaldtrump che tuo… Dovresti considerare l’idea di cancellare questo post. Con il dovuto rispetto”, scrive il noto architetto italiano Fabio Novembre“Questo è scorretto e offensivo. Non è divertente”, si legge poco più avanti, e in maniera più o meno accesa o colorita i toni dei commenti si mantengono sulla stessa linea. Poi c’è chi si sofferma sul tema dell’invenzione della pasta: “la pasta non sono i noodles”“i cinesi non hanno inventato la pasta”, ma la frittata – altro che pasta – ormai è stata fatta.

– Desirée Maida

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Desirée Maida
Desirée Maida (Palermo, 1985) ha studiato presso l’Università degli Studi di Palermo, dove nel 2012 ha conseguito la laurea specialistica in Storia dell’Arte. Palermitana doc, appassionata di alchimia e cultura giapponese, approda al mondo dell’arte contemporanea dopo aver condotto studi sulla pittura del Tardo Manierismo meridionale (approfonditi durante un periodo di ricerche presso la Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis) e sull’architettura medievale siciliana. Ha scritto per testate siciliane e di settore, collaborato con gallerie d’arte e curato mostre di artisti emergenti presso lo Spazio Cannatella di Palermo. Oggi fa parte dello staff di direzione di Artribune e cura per realtà private la comunicazione di progetti artistici e culturali.