Dalla fotografia alla pittura e ritorno. Intervista a Mathew McWilliams

Le sue opere mescolano fotografia e pittura, dando vita a costanti trasformazioni della materia. Lui è Mathew McWilliams e lo abbiamo intervistato.

Mathew McWilliams, Underlay, yellow, 2019, pittura e stampa inkjet su tela, cm 38x31,5
Mathew McWilliams, Underlay, yellow, 2019, pittura e stampa inkjet su tela, cm 38x31,5

L’arte di Mathew McWilliams (Vancouver, 1973; vive a Parigi e Sydney) sfida le definizioni più correnti di mezzi ed estetiche attraverso una distintiva misura formale, rigorosa ma mai fredda: si tratta di composizioni visive in cui domina uno spiazzante sentimento di possibilità, incentrato sulle capacità trasformative della materia. È possibile che l’esposizione a sconfinati spazi aperti, vissuta nell’infanzia canadese, abbia determinato l’ampiezza e insieme rarefazione tipica dell’opera di questo artista. Anche per questo, dinanzi a molti dei lavori seriali di McWilliams, il pensiero di chi scrive corre a un altro canadese, Glenn Gould, noto per la maestria nell’interpretazione delle variazioni sul tema e l’attenzione alla loro sottile potenzialità creativa. L’intervista che segue, visti i correnti tempi reclusi, è stata realizzata con l’artista in collegamento telefonico da Parigi.

Su cosa si concentra la tua ricerca?
Ho sempre cercato di sviluppare i rapporti latenti tra soggetto e oggetto di un’opera d’arte, a partire dalle loro relazioni materiali, concentrandomi su stati per così dire di transizione, che sospendano le modalità ordinarie di percezione. In effetti, penso di girare intorno alla stessa questione dagli inizi della mia vita professionale d’artista, e ormai sono vent’anni, cercando di cogliere ‒ per poi farlo fare a chi osserva le mie opere – qualcosa che possiamo anche avere di fronte a noi ma non è visibile in maniera univoca, e per questo non solo sembra, ma può diventare qualcos’altro.

Ci fai qualche esempio?
In una delle prime serie che ho esposto, Blackground, ho fotografato illuminazioni natalizie appese all’esterno delle abitazioni della città dove sono nato, Vancouver, ma a causa della macchina che usavo, una pin-hole, negli scatti notturni quelle luci diventavano costellazioni nello spazio. Da quel momento ho provato sempre più a usare il mezzo fotografico per fare altro, soprattutto scultura e pittura, e insieme a estrarre dalla materia che impiego le sue potenzialità compositive interne.

Mathew McWilliams, 2019. Photo Martha Micali
Mathew McWilliams, 2019. Photo Martha Micali

Quali sono le materie e i mezzi che preferisci?
Mi piace molto la tela, l’ho usata in alcune serie recenti, ma per quello che intendo fare la carta è il materiale perfetto, perché in assoluto il più versatile per imprimervi un segno permanente – una piega, un colore – e al tempo stesso procedere oltre, in uno stato diverso dell’opera. Nel caso dei Paper Works l’esperimento era dichiarato: stampavo l’immagine fotografica di un foglio piegato su quello stesso foglio dopo averlo riappiattito, “piegando” la riproducibilità ritenuta caratteristica della fotografia alla realizzazione di un’opera unica dove oggetto e soggetto coincidevano. Nella serie Fabriano, incentrata su fogli grezzi di carta che ho prodotto a mano nel museo della città marchigiana e poi intinto in colori inkjet, volevo rilevare rapporti possibili e inattesi tra scultura e pittura. Ora, nelle ultime serie, sto pensando più che altro in termini di pittura.

Parlaci dei tuoi lavori più recenti.
Fino al 28 marzo ho in corso una personale negli spazi della Chalk Horse Gallery di Sydney, incentrata su una serie di lavori di/su carta in cui la riproduzione di una composizione sul suo originale materiale, realizzato con colori destinati proprio alla stampa fotografica, determina variazioni tra colore e tessitura. La fotografia diventa pittura, e viceversa, tenendo una linea di colore dipinto alla base della composizione come orizzonte di riferimento. Sono soddisfatto di questa serie, anche perché penso di essere riuscito a giocare con la dimensione del tempo più ancora che nelle opere precedenti.

Cosa intendi dire?
Le mie opere possono essere realizzate solo con le tecnologie attuali – nel caso della stampa fotografica, ad esempio, la giclée print e i suoi pigmenti liquidi, che uso però anche per dipingere –, ma non credo che un osservatore possa collocarle in un contesto temporale preciso, sia in termini materiali che stilistici. Questa sospensione del giudizio mi interessa molto: di fatto, anche il minimalismo a cui spesso vedo ricondotta la mia ricerca è molto diverso, in termini operativi, dalle esperienze storiche associate al termine.

Mathew McWilliams, Fabriano Collage, Magenta, 2017, carta e pigmento inkjet, cm 48x56
Mathew McWilliams, Fabriano Collage, Magenta, 2017, carta e pigmento inkjet, cm 48×56

Quali sono, allora, i tuoi riferimenti artistici più profondi?
Il mio primo ricordo visivo, avrò avuto tre o quattro anni, è di una cartolina appesa nello studio di mio padre [lo scultore canadese Al McWilliams, N.d.R.], la riproduzione del famoso quadro di René Magritte con i piedi che si trasformano in scarpe, Le modèle rouge, e penso che in una maniera inconscia mi abbia segnato profondamente. In effetti, per quanto possa sembrare lontanissimo da quello che faccio, ho sempre sentito Magritte vicino: ammiro la sua idea di rifrazione, più ancora che illusione, dell’immagine. Tra gli artisti visivamente più vicini al mio lavoro, amo molto Anne Truitt per la sottigliezza delle sue interazioni di colore, Roni Horn per il suo senso del doppio dell’immagine. E ho un’ammirazione sconfinata per Cy Twombly: mi affascina la sua capacità di creare opere d’arte che sembrano provenienti da altri tempi. Credo che questa sia anche la ragione per cui ho passato tanto tempo in Italia, dove torno appena posso: come Twombly, da straniero, m’interessano combinazioni che si mostrano organiche di storia, tempi e spazi, da voi tanto frequenti. Anche se, di nuovo, penso si possa parlare di rifrazioni.

Luca Arnaudo

www.mathewmcwilliams.com

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Luca Arnaudo
Luca Arnaudo è nato a Cuneo nel 1974, vive a Roma. Ha curato mostre presso istituzioni pubbliche e gallerie private, in Italia e all'estero; da critico d'arte è molto fedele ad Artribune, da scrittore frequenta forme risolutamente poco commerciali, come raccolte di racconti, poesie, prosimetri, ma più di recente si diverte soprattutto con storie illustrate per bambini. In una vita perpendicolare è anche giurista e docente universitario, esperto di cose che qui non interessano.