I ❤ John Giorno. Il ricordo di Teresa Macrì sull’artista appena scomparso

Teresa Macrì, tra le ultime curatrici a collaborare insieme al poeta e artista John Giorno, lo ricorda per Artribune

John Giorno davanti ai suoi Poem Print, La Galleria Nazionale, 2019, foto Silvio Scafoletti
John Giorno davanti ai suoi Poem Print, La Galleria Nazionale, 2019, foto Silvio Scafoletti

John Giorno (New York 1936-2019) che, in battito d’ali ci ha lasciati per sempre, qualche giorno fa, non era un artista consueto e compiacente, proprio no. Non apparteneva a categorie situate nella norma e stabilizzate nelle convenzioni.  Era un visionario, di quelli astrali e auratici, che declinava una arditezza sperimentale e una spregiudicatezza avanguardistica che scavalcava il suo tempo. Tutti i tempi. Era soprattutto una creatura sfavillante, alchemica e trasgressiva nel suo fare: poeta, performer, attore, artista visuale che, attraverso la parola, le geometrie del corpo e il suo respiro poetico allertava uno stato di insufficienza dell’essere e l’inadeguatezza del presente che imprigionavano la sua soggettività.  Da queste disarmonie nascevano le sue gemme irridenti e mercuriali. Fin dal 1968, quando baluginò il suo rivoluzionario Dial-A-Poem che, con grande intuizione, dissacrava l’atto poetico, la sua percezione e la sua fruizione. La poesia veniva scompaginata come atto intimistico e socializzata attraverso un mezzo di comunicazione di massa che traghettava il suo contenuto dalla scrittura all’ascolto. Era a tutti gli effetti un dispositivo rivoluzionario che si fondeva col mood della cultura pop. Giorno liberava la poesia dalla sua codificazione, spazzandone la prassi e la retorica per farne un dispositivo riflessivo ed esplosivo, in cui la corporeità declamatoria e la pratica della ripetizione (corpo-parola) si mixano in versi corrosivi, considerati perfino scandalosi. Si, poiché la sua voce sovversiva, affermava nuovi o eterni valori schiacciati dal bigottismo imperante di società conformiste e ipocrite. Dunque la poesia e le isometrie del corpo venivano affabulate e trasposte in supporti differenti per deterriatorializzarli: dalla t-shirt al CD, dal telefono al fax, dalle scatole di fiammiferi ai libri, dalle tavolette di cioccolata fino ai poem print, che adducevano uno schieramento, una scelta, una presenza attiva (e attivista) e una visione del mondo. La sua, anticonformista e civile.

John Giorno e Teresa Macrì, La Galleria nazionale 2019
John Giorno e Teresa Macrì, La Galleria nazionale 2019

LE COLLABORAZIONI

Ripercorrere qui la sua vita fiammeggiante e di rottura, come nessun altra, sarebbe impossibile e sminuente, tanto è stato il suo spleen creativo, il suo carisma e la sua rete di collaborazioni (Andy Warhol, Allen Ginsberg, Abbie Hoffman, John Cage, William Burroughs,  Laurie Anderson, Patti Smith, Frank Zappa, Arto Lindsay, Meredith Monk, Lydia Lunch, David Byrne, Diamanda Galas, Sonic Youth, Tom Waits, Nick Cave e molti altri). John cominciò a disseminarsi come corpo-parola-musica fin dal mitico film Sleep (1965) del suo amico Andy Warhol in cui veniva ripreso per sei ore, nudo e dormiente, concedendosi, come epifania, nel video We All Go Back To Where We Belong dei R.E.M., diretto dallo stesso Michael Stipe nel 2011 e ramificandosi nelle antologiche museali, di cui la più sbalorditiva e incantata rimane I John Giorno, curata dal suo consorte Ugo Rondinone, al Palais de Tokyo di Parigi nel 2015. Giorno era la poesia stessa, la sua viscerale dimensione, che fluttuava con fulgore nelle sue composizioni che non erano altro che graffianti scarti della coscienza. Essi non tentavano altro che rivendicare la pienezza del Sé attraverso la ricodificazione dell’identità, dei diritti civili, sociali e politici.

LA MOSTRA ALLA GALLERIA NAZIONALE

Quando con trepidazione lo invitai alla mostra You Got To Burn To Shine a La Galleria Nazionale di Roma (Febbraio-Aprile 2019) nel group show che intendeva coniugare la vis concettuale del suo pensiero discordante, John accettò fulmineamente e, con quella sua infinita dolcezza caratteriale e umiltà (inusitata nel mondo dell’arte) iniziò a collaborare appassionatamente con un affetto e una semplicità stupefacente. I suoi poem print, così amati e così condivisi dal pubblico che ne afferrava e ne assorbiva il senso di insubordinazione poetica, non sono stati che l’ennesima conferma di una simpatia simbolica tra l’io e il mondo. John era unico perché possedeva quell’aura che pochi poeti e pochi uomini di mondo hanno in dono, quella qualità empatica di rapportarsi all’esistente con una provocazione gentile ma irriducibile, quel male di miele che aveva deglutito e poi distillato per affermare il proprio sentire. You Got To Burn To Shine, appunto. Per risplendere bisogna bruciare, come John ha fatto nel corso della sua vita bellissima e intensa, senza freni e inibizioni borghesi ma illuminata da una tensione desiderante e radicale che trasmetterà per sempre la sua forza.

Teresa Macrì

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Teresa Macrì
Teresa Macrì è critica d’arte, curatrice indipendente e scrittrice. La sua ricerca è legata alla teoria critica contemporanea e all’indagine dei Visual Studies. Vive e lavora a Roma. Ha pubblicato Fallimento (Postmedia Books, 2017), Politics/Poetics (Postmedia Books, 2014), In the Mood for Show,(Meltemi, 2008), Postculture (Meltemi, 2002), Cinemacchine del desiderio (Costa & Nolan, 1998), Il corpo postorganico (Costa &Nolan, 1996 e Costlan, 2006 nuova edizione). Insegna Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Roma. Collabora al quotidiano Il Manifesto.