Episodio di censura in Giappone. La storia dalla Triennale di Aichi 2019

Sulla chiusura della mostra ‘After “Freedom of Expression?”’ alla Triennale di Aichi 2019. Ecco che cosa è successo

Statue of Peace
Statue of Peace

Un nuovo capitolo concernente la mostra After “Freedom of Expression?”, una sezione della quarta Triennale di Aichi 2019, è stato scritto soltanto pochi giorni fa, il 30 settembre 2019, con l’annuncio della sua riapertura, a seguito di una petizione firmata da più di 60000 persone in meno di 24 ore. Occorre dare alcune coordinate e riavvolgere il filo degli eventi. La Triennale di Aichi (Aichi, per chi non avesse dimestichezza con la geografia giapponese, è la prefettura dove sorge la città di Nagoya, al centro di Honshu, l’isola principale dell’arcipelago), è nota per essere una delle manifestazioni artistiche più grandi del Giappone. Suddivisa in numerose sezioni, una di arti visive (l’esposizione di opere di 60 artisti internazionali), una di arti performative (un programma di dieci spettacoli tra i quali spicca, conosciuto in Europa, Five Easy Pieces di Milo Rau), e una di apprendimento (con spazi dedicati e con un programma di seminari, incontri e visite guidate), quest’anno prende il titolo 情の時代 [Jō no jidai] Taming Y/Our Passion.

IL PERCHÉ DEL TITOLO

Come proposto dal direttore artistico, il giornalista, Daisuke Tsuda, il titolo gioca sui diversi significati dell’ideogramma (), indicante “emozione”, “informazione, verità” e “comprensione, empatia, solidarietà”. L’intento è valorizzare il ruolo dialogico, si potrebbe dire umanistico, dell’arte che può e deve respingere le polarizzazioni e riportare a nuance di grigio il contrasto del bianco e nero. Proprio su questo tema si inserisce la sezione After “Freedom of Expression?”, una mostra nella mostra, che riprendendo l’idea della rassegna Freedom of Expression? (Tokyo 2015), esibisce opere incorse nella censura per aver toccato temi scomodi, solitamente taciuti dalle istituzioni giapponesi. Alla Triennale di Aichi After“Freedom of Expression?” avrebbe dovuto dunque esibire opere rifiutate successivamente al 2015, mostrando il contesto e i motivi che avevano condotto al loro rifiuto. Risale al mese di agosto, dopo appena tre giorni dall’apertura pubblica della Triennale, la chiusura della mostra su richiesta del sindaco di Nagoya a causa di alcune telefonate intimidatorie e minacce di attacco terroristico da parte di gruppi di ultra destra contrari all’esibizione dell’opera Statue of Peace. Statue of Peace, degli artisti coreani Kim Seo-kyung e Kim Eun-sung, simboleggia le ianfu, meglio conosciute come comfort women, le donne provenienti dai paesi dell’Asia orientale, prevalentemente Corea e Cina, costrette alla prostituzione e alla schiavitù sessuale. Un tema ancora scottante. A seguito della chiusura della sezione una decina di artisti hanno deciso di sospendere o modificare l’esposizione delle loro opere, mentre 87 dei 90 artisti partecipanti hanno firmato una dichiarazione contraria alla decisione di chiusura della sezione, di rigetto delle ingerenze politiche nella mostra e in generale in tutte le istituzioni d’arte, e soprattutto di disponibilità ad aprire uno spazio per la discussione.

LE CONSEGUENZE

Del 26 settembre è la notizia del ritiro delle sovvenzioni statali alla Triennale da parte del governo giapponese: ufficialmente si parla di errori nella procedura di richiesta dei fondi governativi. A seguito della notizia, riportata in numerosi media giapponesi, è iniziata una petizione, sostenuta da artisti giapponesi e internazionali, e da tanta, tantissima, gente comune, contro quella che viene individuata come censura del governo. Ed eccoci qui, alla riapertura di After “Freedom of Expression?”, dall’8 al 14 ottobre 2019, e alla creazione di un J Art Call Center (0081-050-3177-4593), dove gli artisti in persona rispondono a chi protesta contro la mostra. Che veramente si sia creato un terreno per il dialogo, dove, per parafrasare il termine chiave della Triennale, come “emozioni e passioni, anche estreme” o come “informazioni e verità che a volte si scontrano” si conciliano e creano solidarietà e compassione, un altro tipo di jō. «We practice art not to suppress or divide people, but to find different ways of creating solidarity among them» (“Facciamo arte non per reprimere o dividere, ma per creare vicinanza e condivisione”), recita lo Statement by the Artists of Aichi Triennale 2019 on the Closure of “After ‘Freedom of Expression?’” del 10 agosto 2019. 

Un ringraziamento all’artista Tadasu Takamine 

Daniela Shalom Vagata

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Daniela Shalom Vagata
Professore associato specifico di lingua e letteratura italiana all’Università di Kyoto, vive in Giappone dal 2006. Laureata all’Università di Bologna in letteratura italiana, indirizzo filologico, ha successivamente conseguito un Master negli Stati Uniti in letteratura e cinema, e un dottorato di ricerca presso l'Università di Bologna con una tesi sul commento alle “Grazie” di Ugo Foscolo. Scrive per Argo. Rivista d’Esplorazione ed è redattrice della rivista per la quale ha curato l’inserto multimediale “Watershape”. Ha iniziato a studiare danza da adulta, a Kyoto, e la danza le ha aperto le porte della conoscenza delle arti performative in Giappone e in Oriente.