Era il 2003 e l’allora giovane Tate Modern assistette a un ininterrotto tramonto dentro l’enorme Turbine Hall. L’autore era Olafur Eliasson, che ora torna nel museo londinese con una grande monografica.

Più di tre lustri sono trascorsi dalla prima, folgorante apparizione di Olafur Eliasson (Copenaghen, 1967) alla Tate Modern di Londra. Nel 2003, la Turbine Hall dell’allora giovanissima istituzione londinese visse per qualche mese immersa nel tramonto ininterrotto di The Weather Project, opera che garantì al suo autore fama mondiale. In mostra fino al 6 gennaio 2020, Olafur Eliasson: In Real Life è la più ampia monografica mai organizzata sull’artista danese.

UNA MOSTRA SENSUALE

L’esposizione è curata da Mark Godfrey, conservatore del dipartimento di arte internazionale del museo, e da Emma Lewis, conservatrice associata, in collaborazione con lo Studio Olafur Eliasson.
Trenta opere realizzate negli ultimi trent’anni e sette inediti s’incrociano, in ordine non cronologico, nelle sale espositive, negli spazi di distribuzione e nel parterre all’aperto della Switch House, progettata da Herzog & de Meuron e inaugurata nel 2016. Ovunque il visitatore – attratto dai molteplici stimoli luminosi, cromatici e olfattivi – è invitato a riflettere sulle modalità con cui si relaziona all’ambiente che lo circonda: “seeing yourself sensing” è la celebre formula con cui Eliasson descrive questa esperienza di percezione amplificata e consapevole.

IL TRUCCO C’È E SI VEDE

Le opere in mostra rimettono continuamente in discussione le coordinate geometriche del tradizionale interno museale che le ospita. Moss wall (1994), immensa parete di licheni islandesi, importa un frammento di paesaggio naturale, con la sua texture e i suoi odori, nel museo climatizzato e asettico; Din blinde passager (Your blind passenger) (2010) smaterializza un lunghissimo corridoio in un inafferrabile mare di nebbia multicolore; il giallo univoco di Room for one color (1997) trasforma il mezzanino degli ascensori in un inatteso ambiente monocromatico; Window projection (1990) inventa le luci e le ombre proiettate da una finestra inesistente, mentre Regenfenster (Rain Window) (1999) bagna una vetrata reale di una pioggia continua, ma fittizia.
Sempre consapevole della fonte dell’illusione (lampade, proiettori, specchi, ventole, tubature), spesso sorpreso dalle differenze tra le proprie e le altrui percezioni (ad esempio l’arcobaleno di Beauty, 1993, è visibile solo da specifiche angolazioni, e non da tutti i presenti nella stanza), l’osservatore potrà sperimentare una condizione d’instabilità fortemente potenziale. Nelle parole di Godfrey, “nell’incertezza [degli spazi di Eliasson] non risiede solo la possibilità di una risposta più giocosa alla propria situazione, ma anche l’opportunità di stabilire una relazione meno scontata con quelli che ci circondano, anch’essi impegnati a esplorare questi luoghi inusuali”.

Olafur Eliasson, Din blinde passager, 2010. Installation view at Tate Modern, Londra 2019. Photo Anders Sune Berg. Courtesy the artist & neugerriemschneider, Berlin & Tanya Bonakdar Gallery, New York-Los Angeles © 2010 Olafur Eliasson
Olafur Eliasson, Din blinde passager, 2010. Installation view at Tate Modern, Londra 2019. Photo Anders Sune Berg. Courtesy the artist & neugerriemschneider, Berlin & Tanya Bonakdar Gallery, New York-Los Angeles © 2010 Olafur Eliasson

UN’ARTE IMPEGNATA

The expanded studio è il ricco approfondimento finale dedicato alle installazioni nello spazio pubblico, alle architetture (tra cui la recente Fjordenhus di Vejle, Danimarca) e, più in generale, ai moltissimi progetti in corso dello Studio Olafur Eliasson in campo sociale e ambientale. La partecipazione, l’accresciuta sensibilità “ambientale” che le opere di Eliasson reclamano da parte dei loro fruitori si duplica nella sua ferma volontà di contribuire attivamente al dibattito pubblico, prendendo posizione sui grandi temi della contemporaneità, a partire dal surriscaldamento climatico, ma non solo.
Molti degli inediti di In Real Life (ad esempio The presence of absence pavilion) s’ispirano ai ghiacci in fase di scioglimento dell’Islanda, i cui paesaggi potenti sono da sempre una fonte d’ispirazione imprescindibile per Eliasson. Una cascata artificiale di 11 metri di altezza continua la serie Waterfall, inaugurata a Sydney nel 1998, attirando l’attenzione dei passanti sulla preziosa risorsa che la alimenta.
Come da tradizione, lo stesso Eliasson partecipa all’inaugurazione indossando una scintillante torcia Little Sun (2012), pensata per le aree del mondo senza elettricità. Un gesto inusuale, e certamente coerente con il personaggio pubblico di un artista impegnato a ripensare gli obiettivi della propria professione, e gli strumenti con raggiungerli.

– Alessandro Benetti

Londra // fino al 6 gennaio 2020
Olafur Eliasson – In Real Life
a cura di Mark Godfrey ed Emma Lewis, in collaborazione con lo Studio Olafur Eliasson
TATE MODERN
Bankside
www.tate.org.uk

Dati correlati
AutoreOlafur Eliasson
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Alessandro Benetti
Alessandro Benetti è architetto e curatore. Ha collaborato con gli studi Secchi-Privileggio, Macchi Cassia, Laboratorio Permanente, viapiranesi e Studio Luca Molinari. Nel 2014 ha fondato Oblò – officina di architettura, con Francesca Coden, Margherita Locatelli ed Emanuele Romani. Ha contribuito a numerose pubblicazioni di architettura contemporanea, tra cui la “Guida all’Architettura di Milano, 1954-2015” (a cura di M. Biraghi, Hoepli, 2014). Ha scritto per Abitare, Abitare.it, Alla Carta, AreaArte, Doppiozero, Gizmoweb, The Ship. È stato coordinatore scientifico di “The landscape has no rear” (progetto di Nicola Russi per la Biennale di Venezia 2014). Dal 2014 è co-curatore di SpazioFMG per l’Architettura, con Luca Molinari.