Il progetto Oreste raccontato da Pino Boresta

Non solo residenza artistica, il Progetto Oreste è stato celebrato da una recente mostra al MAMbo di Bologna. Pino Boresta, uno dei protagonisti di quell’esperienza, ne ripercorre le tappe.

Pino Boresta, Foto Grup.Oreste Uno, 1998
Pino Boresta, Foto Grup.Oreste Uno, 1998

Ma poi arriva quel giorno che ti devi alzare alle quattro di mattina per andare a Bologna dove ti aspettano per finire di allestire la mostra al MAMbo denominata No! Oreste, No!. Ho promesso alla curatrice che le avrei portato i miei album delle figurine di Oreste. Arrivo al casello dell’autostrada; uscita Bologna Fiera, litigo con il casellante perché la cassa automatica per pagare il pedaggio non accetta nessuna delle mie tre banconote da 50 Euro nuove di zecca, anzi nuove di banca, ma quando lo faccio presente all’inserviente dell’ente autostrade via citofono, costui mi risponde che anche lui prende i soldi dalla banca, e aggiunge che lui non può farci nulla perché quella è solo una macchina, mentre lui invece no!?… Per qualche istante ho come l’impressione di essere cascato dentro il libro di Kafka Il processo. Ebbene non ci crederete, ma alla fine tutto si è aggiustato, del resto sono uscito da complicazioni e personaggi ben peggiori. Arrivo al museo, parcheggio, entro, mi faccio annunciare e salgo gli scalini due alla volta felice di non essere rimasto intrappolato a vita in autostrada. Nella sala dove stanno all’estendo trovo già diverse persone e qualche Orestiano, la curatrice vedendomi mi saluta e mi viene incontro, ma subito dopo mi dice che le bacheche sono già piene e non vi era posto per il mio Album di Oreste Uno a colori (prodotto in pochissimi esemplari) come avevamo concordato. Mi trovavo forse ancora dentro le pagine del libro Kafka? Non so per quale motivo, ma improvvisamente tutto l’interesse dimostrato fino ad allora per il materiale del mio personale archivio di Oreste sembra essere svanito. Le braccia mi cascano lungo i fianchi, così mi siedo e vengo a sapere che anche per ciò che concerne le foto delle figurine dei partecipanti alle prime due residenze di Oreste, che avevamo deciso di attaccare al muro, sorgono dei problemi in quanto ritenute un mio lavoro, e quindi, nisba, niente esposizione.
È il solito vecchio problema degli ultimi anni di Oreste, che poi a mio parere è stato anche uno dei motivi che ne ha determinato lo sfaldamento e quindi la morte. Decisioni discutibili prese a tutela di chi e in virtù cosa? Determinate e influenzate da chi? Decisioni che qualcuno ha interpretato come capricci di natura interpersonale (antagonismo), visto che poi tutto quello che era esposto in realtà era comunque opera di qualcuno: dai bellissimi video montati da Mario Gorni all’importante postazione di UnDo.net, dai tre libri di Oreste alle foto conviviali scattate durante le residenze e appese alle pareti, all’accumulo di rifiuti, sul quale ho saputo che molto si è dibattuto se esporre o meno, e forse era meglio di no. Ora, come è naturale, gli antagonismi all’interno di Oreste sono esistiti e non gli hanno giovato, ma continuare ancora oggi in questo senso non ha alcun motivo e tutto ciò va a scapito di Oreste e di un allestimento che sarebbe stato a mio avviso più interessante ed esaustivo per tutti gli studiosi e coloro che sono interessati al progetto. Comunque, poi, alla fine in qualche modo l’abbiamo aggiustata, io ho evitato di aver fatto un faticoso viaggio a vuoto, e la curatrice Serena Carbone è riuscita comunque a destreggiarsi in una impresa non facile come quella di trattare con un soggetto articolato e complicato come quello di Oreste.

No, Oreste, No! Diari da un archivio impossibile. Installation view at MAMbo Museo d'Arte Moderna di Bologna. Photo Giorgio Bianchi, Comune di Bologna
No, Oreste, No! Diari da un archivio impossibile. Installation view at MAMbo Museo d’Arte Moderna di Bologna. Photo Giorgio Bianchi, Comune di Bologna

LA MOSTRA

La mostra o meglio l’esposizione dei materiali, insieme ai vari incontri che ci sono stati nel corso dei due mesi, ha restituito una bella energia al Museo MAMbo e anche il bravo direttore Lorenzo Balbi è rimasto molto contento. Per cui tutto è bene quel finisce bene. Ma è finito bene? Ma soprattutto finirà bene? Eh sì! Perché io penso che un archivio, per essere valorizzato al meglio, necessiti non solo di essere detenuto da qualcuno, ma deve essere ordinato, sistematizzato, gestito e arricchito in modo da diventare accessibile, possibilmente non solo agli addetti ai lavori, che sempre più dimostrano interesse verso questa esperienza/situazione artistica, ma anche e soprattutto agli studenti (viste anche le diverse tesi di laurea realizzate sul Progetto Oreste), e agli amanti dell’arte, sempre più incuriositi da questa strana cosa che è stata Oreste.
No, Oreste, No!,  tenutasi nella Project Room del MAMbo di Bologna nei mesi di marzo e aprile 2019, ha ripercorso la vicenda del Progetto Oreste attraverso i materiali che lo riguardano: gli artisti, con le loro vite e le loro ricerche, e l’archivio composto da materiale audio-video e cartaceo composto di testi, fotografie, libri, cataloghi, album, figurine, riviste, flyer, locandine, lettere, e-mail, il tutto per ricostruire il grande network che l’invisibile Oreste, in pochi anni, ha intrecciato con il mondo dell’arte.
La mostra è stata accompagnata anche da una pubblicazione dal titolo“No, Oreste, No! Diari da un archivio impossibile, in distribuzione gratuita con un testo istituzionale del direttore del museo e l’introduzione della curatrice che ha curato anche una serie di interviste a: a.titolo (Francesca Comisso e Luisa Perlo), Caroline Bachmann, Fabrizio Basso, il sottoscritto, Zefferina Castoldi, Annalisa Cattani, Silvia Cini, Salvatore Falci, Emilio Fantin, Daniele Gasparinetti, Mario Gorni, Meri Gorni, Viviana Gravano, Ferdinando Mazzitelli, Fabiola Naldi, Luigi Negro, Giancarlo Norese, Laura Palmieri, Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier, Cesare Pietroiusti, Alessandra Pioselli, Premiata Ditta (Anna Stuart Tovini e Vincenzo Chiarandà), Anteo Radovan.

Pino Boresta, Foto gruppo Oreste Zero, 1997
Pino Boresta, Foto gruppo Oreste Zero, 1997

Questo il mio contributo:

Come sei venuto a conoscenza di Oreste? 
Erano i primi mesi del 1997 o forse fine 1996, in quel periodo io e Cesare Pietroiusti per 2, 3 anni siamo stati un po’ come culo e camicia e ricordo che quella volta eravamo seduti intorno a un tavolino, che, più che un ristorante, mi sembra di rammentare fosse una sorta d’osteria che si trovava dalle parti dei monti Lepini. Non ricordo chi decise o ci consigliò di andare a mangiare in quel posto, ma ricordo che intorno al tavolo vi erano Salvatore Falci, Valeria Bruni, che all’epoca era la compagna di Salvatore, Bruna Esposito, Cesare Pietroiusti e il sottoscritto, mentre sotto al tavolino in un passeggino vi era Pinki Pietroiusti che dormiva profondamente. Cesare senza tanti preamboli ci disse che Mario e Dora Pieroni gli avevano proposto di organizzare qualcosa in questa foresteria di Paliano che gli veniva messa a disposizione dal sindaco di allora Peppe Alveti per tutta l’estate, e aggiunse che, memore della sua piacevole esperienza avuta a Civitella Ranieri Foundation in Umbria, aveva pensato di mettere in piedi una residenza per artisti, per questo ci invitava ad aiutarlo nell’organizzazione. Ricordo che, per niente spaventati dall’impresa, ci fu subito nell’aria una piacevole eccitazione, al punto tale che incominciammo da subito a buttare giù i nomi dei possibili artisti da invitare. Vi fu anche una breve discussione sull’opportunità o meno d’invitare alcuni artisti. Mi sono sempre chiesto perché, tra le tante cose che avrei potuto ricordare, nella mia mente si sia fissato questo particolare ricordo, e credo di essere giunto alla conclusione che il motivo risiede nel fatto che quello fu uno dei momenti fondanti nel quale si cominciò a costruire fin da subito il criterio di selezione con il quale invitare gli artisti a partecipare alla residenza: le convocazioni non dovevano essere determinate o inibite da pregiudiziali personali, ma piuttosto dall’interesse artistico e intellettuale che ogni artista scelto potesse apportare all’interno di una costruzione, o meglio di un’indagine sul momento storico artistico di un certo tipo di ricerca particolarmente vicino all’arte relazionale. Arte relazionale verso la quale eravamo tutti noi molto interessati e orientati.

Avevi un ruolo al suo interno?
A fronte di qualche sacrificio mi ero comprato da poco una telecamera Panasonic RX1 (all’epoca mi ricordo che spesi 1.150.000 Lire). Un acquisito che avevo voluto affrontare a tutti i costi visto che era nata la mia prima figlia (Soele) già da un anno e ancora non ero riuscito a immortalare i suoi primi anni di vita con dei filmini, così come facevano tutti, e io non potevo certo continuare a perdere i migliori anni di mia figlia. Quando Salvatore scoprì che possedevo una telecamera, d’accordo con Cesare decisero di assegnarmi il compito della documentazione video fotografica. Infatti, io vivevo, e vivo tutt’ora, molto vicino a dove si sono svolte le prime due residenze di Oreste e per questo ero tutti i giorni presente. Insomma, presi così seriamente questo incarico che cominciai subito a schedare fotograficamente tutti i partecipanti alla residenza, e anche tutti gli ospiti che di volta in volta ci venivano a trovare durante i vari incontri, discussioni, eventi, etc. Inoltre, fin dalla prima presentazione d’artista, incominciai anche a fare dei video di documentazione, che ho avuto modo di rivedere ultimamente proprio durante i giorni cafausici della post-mortem di Oreste, e devo dire che erano (e sono) un po’ troppo artistici, ma io ero artista, e per la prima volta avevo tra le mie mani una vera telecamera tutta per me; per cui non ho saputo resistere alla tentazione di infilarci riprese sperimentali probabilmente discutibili. All’epoca, nella mia inesperienza, pensavo che più che altro l’importante fosse la registrazione audio dei vari interventi, che però avveniva sempre per mezzo del microfono della telecamera, e per questo motivo spesso anche le inquadrature erano/sono piuttosto improbabili: inquadravo piedi, zumavo bocche, facevo primi piani di orecchie, oppure: capovolgevo o trascinavo la telecamera, improvvisavo filtri che anteponevo davanti alla lente di ripresa, etc.. Nonostante ciò, ci sono comunque parecchie buone riprese, e poi le ore di registrazione furono così tante che alla fine Mario Gorni è riuscito comunque a montare un bel filmato su Oreste che è stato presentato in diverse occasioni.

Pino Boresta, Album di Oreste Uno, 1998
Pino Boresta, Album di Oreste Uno, 1998

Nel 2001, dopo la mostra di Roma, Le tribù dell’arte a cura di Achille Bonito Oliva, Oreste muore, quali secondo te – se ve ne sono – le cause del decesso? 
I fattori furono sicuramente più di uno. Uno di questi sicuramente risiede nel fatto che specialmente dopo la partecipazione alla Biennale di Venezia, coloro che volevano partecipare a Oreste erano diventati così tanti, e non solo dall’Italia, che organizzare le residenze era diventato un impegno enorme. Inoltre, vi erano tutti gli eventi collaterali di Oreste, e gestire tutto questo era diventato troppo difficile e impegnativo per tutti noi.

Sei stato tra i primi a partecipare alle residenze di Paliano. Nel 1999 c’è stata la Biennale, si può dire che questo momento ha rappresentato un prima e un dopo nel progetto? Se sì per quale motivo?
Sì! E il motivo risiede in parte in quello che ho detto sopra.

L’esperienza di Oreste ha influito sul tuo lavoro? 
Certo che ha influito sul mio lavoro come su quello di tutti coloro che a Oreste parteciparono con particolare impegno. E poi Oreste mi ha dato l’opportunità di realizzare uno dei lavori più divertenti che abbia mai realizzato: l’album delle figurine di Oreste, che in realtà sono due perché uno è Album Oreste Zero e poi c’è il secondo Album Oreste Uno. Ricordo ancora come fosse ieri l’euforia dipingersi sui volti di coloro che trovavano la loro figurina all’interno delle bustine appena aperte. Credo che regalare felicità sia una delle gioie più belle della vita, e quella volta a me era riuscito inaspettatamente bene, per questo ne rimasi per molto tempo orgoglioso e lo sono tutt’ora. Quando durante la residenza di Oreste la mattina arrivavo con i pacchetti di figurine, freschi, freschi appena fatti, preparati durante la notte per stare al passo con le richieste, venivo praticamente preso d’assalto dai residenti e finivo tutta la produzione nell’arco di pochissimo tempo. Dovevo così tornare a casa a farne delle altre, ma essendo la manifattura delle bustine contenente le figurine uno degli aspetti più rognosi della realizzazione del progetto, per fare più in fretta escogitai l’espediente che a coloro che mi riportavano dieci bustine aperte, che riutilizzavo restaurandole, regalavo in cambio due bustine piene. Era quindi diventato divertente guardare con quale circospezione spesso le persone aprivano le bustine appena comprate. Questo escamotage mi dette la possibilità di una produzione un po’ più celere, senza riuscire comunque a soddisfare le richieste giornaliere. Un altro aneddoto divertente che posso raccontare è quello legato alla foto che si trova proprio sul pieghevole del programma del MAMbo 2019, dove si vede la prima foto di gruppo in assoluto di Oreste, e che si trovava nell’Album Oreste Zero. Ma quelle che vediamo rabberciate nella foto del programma sono le due figurine che Salvatore Falci ha acquisto per ben cinquanta figurine da Zeno Lumini, che era stato l’unico fortunato a trovare entrambe le parti riuscendo a comporre l’ambita foto di gruppo. Un’offerta cosi vantaggiosa che Zeno, messo sotto pressione da Salvatore, non poté rifiutare, tant’è che, pur avendole già attaccate sul suo album, decise di staccarle per darle a Falci in cambio della cospicua offerta. Per cui queste che si vedono sono le due parti rabberciate sull’album di Salvatore Falci che poi è diventata a sua volta una figurina del mio diario con immagini e brevi testi (una sorta di diario con figure) dell’Album Oreste Uno.

Qual è secondo te l’eredità di Oreste oggi?
Una nuova visione sulle residenze d’artista che ha dato vita anche a un nuovo format di residenze. Residenze di artisti se ne facevano anche prima di Oreste, ma le modalità erano diverse; erano residenze chiuse in sé stesse a uso e consumo dei soli residenti. Invece, Oreste era aperta e inclusiva. Ma il più grande merito di Oreste credo sia stato quello di creare intorno alle vicende delle residenze un entusiasmo che prima non c’era. Per questo forse hanno ragione coloro che sostengono che in realtà Oreste non è mai stata una residenza d’artista e, forse, lo racconterà e spiegherà meglio di me qualcun altro. Una cosa è certa, definire Oreste una residenza sarebbe sicuramente riduttivo e immeritato.

Pino Boresta, Quarta di copertina Album Oreste Uno, 1998
Pino Boresta, Quarta di copertina Album Oreste Uno, 1998

Leggendo gli atti del convegno al Link di Bologna nel 1997 Come spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa?, emergono tanti temi interessanti come la formazione dell’artista, la sua relazione con il mercato ma soprattutto con il mondo dell’informazione, le diverse riflessioni sulla quotidianità come soggetto dell’opera e sul soggetto stesso produttore dell’opera, ovvero l’artista e la sua identità. Sono passati più di vent’anni da allora, sembra che il mondo dell’arte si faccia ancora le stesse domande, ne convieni o no? 
Sì! Ma purtroppo spesso non sono sufficienti vent’anni per imparare qualcosa, ma a volte neanche quaranta o sessanta anni.

Quale – secondo te ‒ è il luogo dell’arte nel presente (sempre se c’è un luogo)? 
Credo che il luogo dell’arte per eccellenza oggi come oggi sia la strada, ma anche il museo quando questo è concepito in forma diversa e più avanzata. Specialmente poi, se nei musei si evita di fare mostre tipo quelle con le fotocopie dei disegni di Banksy e si cerca, invece, di capire dove sta andando l’arte contemporanea e cosa ci vuole dire, indicare, consigliare.

Riesci a immaginare un mondo dell’arte senza mostre? E se sì come sarebbe?
Sì! Io ho fatto pochissime mostre (o propriamente dette) nella mia pur lunga carriera artistica. Eppure, eccomi qui, e nonostante ciò credo che ci sia qualcuno che mi consideri un artista a tutti gli effetti. Quindi se la mia esperienza non è forse la dimostrazione di nulla, potrebbe forse essere un’indicazione di percorso diverso e possibile per coloro ai quali certe vie sono precluse. Ma a volte trovarsi costretti a inventarsi strade alternative per raggiungere e ottenere quello che ci si è prefissati può motivarti ancora di più e diventare un valore aggiunto. Bisogna però essere molto affamati, avere molta abnegazione, molta pazienza, mandare giù tanti bocconi amari, studiare, studiare, studiare, ma anche avere tanto, tanto amore per l’arte e per quello che si fa.

Pino Boresta

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Pino Boresta
Pino Boresta nasce Roma e vive a Segni (Roma). Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue opere. L’ambito privilegiato in cui interviene è la città. La ricerca dell'artista romano è fatta di domande, di provocazioni, di gioco, di sollecitazioni e di valorizzazione di dettagli insignificanti. Il suo lavoro cerca di scuotere gli animi e stimolare le riflessioni dalle anonime presenze dell’universo urbano, per renderle meno aliene (o alienate) proprio grazie a una presa di coscienza di chi osserva e decide di partecipare attivamente all’opera, rispondendo al pungolo di Boresta con una frase scritta su un adesivo, su un volantino trovato per caso sui muri delle città, con un’opinione lanciata per e-mail o con la propria fotografia, immagine che si banalizza (o mitizza) in un album di figurine che parla di quotidianità o di mondi circoscritti come quello dell’arte.