Kiss My Genders. Apre a Londra una mostra sulla fluidità di genere

Pittura, fotografia, video e installazioni site-specific per raccontare il tema della fluidità di genere dagli Anni Cinquanta a oggi. Trenta artisti e oltre cento opere sono in mostra alla Hayward Gallery di Londra fino all’8 settembre 2019.

Installation view of Kiss My Genders at Hayward Gallery, 2019. Photo Thierry Bal
Installation view of Kiss My Genders at Hayward Gallery, 2019. Photo Thierry Bal

Ha appena inaugurato a Londra, negli spazi della Hayward Gallery, la collettiva Kiss My Genders, curata da Vincent Honoré del MoCo Montpellier Contemporain con il supporto di Tarini Malik e Thomas Sutton. Trenta artisti e oltre cento opere, che coprono un periodo che va dagli Anni Cinquanta a oggi, per indagare il tema della fluidità di genere attraverso l’espressione di identità trans, non binarie e intersessuali. Il tono è giocosamente provocatorio, come ben espresso dal titolo, che parafrasa la famosa espressione Kiss My Ass, ma i temi trattati sono tutto meno che leggeri. I maltrattamenti che la società ha riservato in passato, e riserva tutt’oggi, alle persone che non si riconoscono in una struttura tradizionalmente binaria del genere, hanno infatti contribuito a costruire una storia fatta di sofferenza e trauma. Una storia che molte di queste opere raccontano, in maniera più o meno esplicita. Allo stesso tempo però, l’originalità, la vitalità e l’eccezionale capacità creativa di questo movimento garantisce al percorso espositivo una forza espressiva che va aldilà del momento di riflessione, affermando con forza l’importanza culturale ed estetica del movimento.

DALLA PITTURA, AL VIDEO, ALL’INSTALLAZIONE

Le opere in mostra sono molto differenti tra loro anche dal punto di vista del medium impiegato, che spazia dalla pittura al video e dalla scultura all’installazione site-specific. Ci sono ad esempio gli intensi autoritratti fotografici di Zanele Muholi (Sudafrica) che di recente hanno attirato l’attenzione dei visitatori della Biennale Arte di Venezia nella mostra del curatore Ralph Rugoff; i grandi dipinti del canadese Kent Monkman, che affrontano il tema del colonialismo attraverso una reinterpretazione ironica della tradizione pittorica classica e l’uso di un alter ego gender-fluid di nome Miss Chief Eagle Testickle, e l’ormai storico Memorial Dress (1993) di Hunter Reynolds, un abito nero che porta stampati i nomi di 25mila persone morte di AIDS. Numerose le opere inedite, commissionate per la mostra, come ad esempio Looners (2019) di Jenkin van Zyl, una videoinstallazione che reinterpreta in chiave queer i tòpoi della violenza nel cinema e in ambito militare e At Her Dream’s Edge di Chitra Ganesh, installazione site-specific che esplora i temi della femminilità, della sessualità e del potere.

Valentina Tanni

www.southbankcentre.co.uk

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.