Nuovi Cenacoli. Rivisitazioni leonardesche a Milano

Fondazione Stelline, Milano – fino al 30 giugno 2019. Sei artisti contemporanei reinterpretano il Cenacolo. Dalle opere “carnali” di Kapoor all’etereo ingrandimento di Robert Longo, fino all’incontro tra Oriente e Occidente con Wang Guangyi.

Nicola Samorì, L'Ultima Cena (Interno assoluto), 2019, particolare. Courtesy the Artist & Fondazione Stelline, Milano
Nicola Samorì, L'Ultima Cena (Interno assoluto), 2019, particolare. Courtesy the Artist & Fondazione Stelline, Milano

Tra rivisitazioni dirette e allusioni, la collettiva L’Ultima cena dopo Leonardo alla Fondazione Stelline presenta sei variazioni contemporanee sul capolavoro leonardesco; il riferimento iconografico è solo una delle chiavi scelte, predominante ma non esclusiva.
Nel testo in catalogo il curatore Demetrio Paparoni sottolinea come le rivisitazioni del Cenacolo abbiano una storia recente, non precedente agli Anni Cinquanta. Per un artista contemporaneo l’impresa è in effetti spinosa, non solo per la difficoltà in sé di attualizzare l’antico ma anche perché un’opera come quella di Leonardo rimane icona assoluta e “stereotipata”.

ACCUMULAZIONE DI STIMOLI

Disposta in un allestimento che procede per accumulazione e incroci, la mostra evita il rischio del didascalico e presenta più di un pezzo pregiato. Come i due lavori di Anish Kapoor posti in apertura, appartenenti alla recente stagione dello scultore, con il colore e la materia che si fanno simbolicamente carne. In uno dei due lavori, l’opera sembra spellarsi evocando allo stesso tempo un sudario e la tavola del Cenacolo.
Quella di Nicola Samorì è l’interpretazione più iconoclasta sul piano diretto della trasformazione dell’immagine, con l’icona del Cristo che si ripiega su se stessa fino a lasciare solo un’assenza; ma è anche la versione a suo modo più fedele e “rispettosa” dell’atmosfera della pittura antica.
Robert Longo propone un lavoro in cui le sue abituali tonalità di bianco e nero si fanno sfumate e aeree; l’ingrandimento di un particolare, oltre a sollevare questioni attinenti alla dimensione simbolica, riflette sulla percezione e sullo sguardo mediato che si adottano per guardare un capolavoro universalmente noto.

Masbedo, Madame Pinin, 2017, still da video. Courtesy the artists © Masbedo
Masbedo, Madame Pinin, 2017, still da video. Courtesy the artists © Masbedo

DIGITALE E MANUALE

Con i suoi 16 metri di larghezza, il monumentale dipinto di Wang Guangyi percorre quasi tutta la sala e accompagna la visione delle altre opere. Il trattamento dell’immagine rende l’Ultima cena allo stesso tempo solida ed evanescente, con i contorni che evocano la pittura tradizionale cinese, tra calligrafia e paesaggio.
L’altro artista cinese in mostra, Yue Minjun, riflette invece su spunti attinenti alla digitalizzazione del mondo e sull’idea di stereotipo culturale. I personaggi del Cenacolo sono sostituiti da numeri, in un ambiente che rimane vuoto e sospeso.
Si situa tra il concettuale e il poetico, infine, il lavoro dei Masbedo. La protagonista del loro video è Pinin Brambilla Barcilon, restauratrice che ha lavorato per ventidue anni sul capolavoro leonardesco. La minuziosa osservazione delle sue mani è quasi un atto rituale, come se fossero impregnate dell’aura del capolavoro e potessero trasmetterla allo spettatore.

Stefano Castelli

Dati correlati
AutoreLeonardo da Vinci
Spazio espositivoFONDAZIONE STELLINE
IndirizzoCorso Magenta 61 - Milano - Lombardia
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.