Petrit Halilaj ha una storia personale singolare: da bambino kosovaro diventa, a causa della guerra nell’ex-Jugoslavia, un rifugiato in un campo profughi italiano in Albania e da qui, grazie ad Angelo, uno psicologo di Mantova che comprende la forza dei suoi disegni infantili, giunge in Italia per studiare diplomandosi a Brera. Si tratta di una storia emblematica, di una dislocazione traumatica che alimenta un lavoro artistico in cui si mescolano vissuto personale e istanze di un socialismo ripensato come forma di attivismo.

Nella seconda delle sue Considerazioni inattuali, Friedrich Nietzsche decretava l’inutilità degli studi storici per la vita, accusandoli di ossificare il passato perdendo in tal modo ogni verità circa la vita in quanto potenza cosmica, caotica e sommamente creatrice cui dobbiamo i grandi imperi, le meravigliose imprese e i nostri eroi. Per il filosofo dell’eterno ritorno, i tre tipi di storia (monumentale, archeologica e critica) sono anzi un freno alla forza produttrice della vita che, come il fiume di Eraclito, scorre incessante e inarrestabile e che per il filosofo tedesco è incoercibile come una piena che a tutto dà e toglie forma.

LA STORIA AL CENTRO

Il lavoro di Petrit Halilaj (Kostërrc, 1986), invece, si fonda sulla ricerca storica e le offre il ruolo di occasione per un ricompattamento sociale. La sua pratica ricostruttiva recupera la storia attraverso l’arte come strumento di riparazione ai danni causati da quella forza irrazionale e distruttrice che è la vita intesa, sempre in senso nietzschiano, anche come volontà di potenza. Il suo lavoro immaginativo (nato dalla volontà di denuncia e come fuga dalla guerra) è indirizzato alla ricostituzione di ciò che del passato serve recuperare.
La brillante carriera di questo artista, già tra gli allievi di Alberto Garutti a Brera, inizia nel 2010 alla Biennale di Berlino (sua città d’elezione) grazie alla quale ricostruisce, a Pristina, la casa di famiglia distrutta dalla guerra. Alla Biennale di Venezia fa breccia due volte, l’ultima delle quali gli frutta, nel 2017, una menzione speciale della giuria di Viva Arte Viva firmata da Christine Macel, mentre nella prima del 2013, dedicata al Palazzo enciclopedico di Massimiliano Gioni, porta in laguna il Padiglione del Kosovo occupandolo con un gigantesco nido, struttura che tornerà come un leitmotiv nelle sue opere per esprimere una necessità, personale quanto condivisa, di protezione, mutuata dal mondo dei volatili scelti come simbolo perenne di un’aspirazione alla fuga e al ritorno a una patria disgregata dalla guerra. Nel 2017, al New Museum di New York, con il progetto RU, Halilaj porta le copie di oltre cinquecento reperti neolitici trasformati in altrettanti uccelli di un paradiso perduto. Tra questi vi è anche un’ocarina, strumento atavico e semplicissimo che imita il vento ed evoca il canto degli uccelli.

Former House of Culture in Runik (after the intervention, July 2018). Photo Studio Petrit Halilaj
Former House of Culture in Runik (after the intervention, July 2018). Photo Studio Petrit Halilaj

UN ESEMPIO DI CONVIVENZA INTERETNICA

Lo strumento è posto al centro della grande mostra personale, inedita, che la Fondazione Merz dedica adesso all’artista vincitore della seconda edizione del prestigioso Mario Merz Prize. Dopo una retrospettiva all’HangarBicocca di Milano due anni fa, Halilaj approda a Torino con un progetto intitolato Shkrepëtima (“lampo” in lingua albanese) curato da Leonardo Bigazzi e volto alla riconquista di un luogo perduto: la Casa della Cultura di Runik in Kosovo, città dell’infanzia dell’artista. Articolato in tre tappe (prima delle quali la grande performance dentro le rovine della Casa, cui è seguita una mostra al Zentrum Paul Klee di Berna) il progetto si conclude a Torino e vede Halilaj utilizzare la propria “ars aedificatoria” per riportare in vita un luogo d’incontro tra culture lontane come la serba e la kosovara. “Tito aveva creato un sistema in cui tutte le etnie trovavano spazio” – spiega Halilaj ‒, “l’albanese era maggioranza ma la serba era gran parte della comunità di Runik. Tutti si capivano e parlavano tra loro, la Casa della Cultura era un luogo di condivisione e di pace. Il titolo della mostra è tratto dal nome di una rivista multietnica degli Anni Settanta, poi scomparsa”. Il progetto valorizza quel che resta di archivi e memorie dispersi durante i dieci anni di guerra nella ex-Jugoslavia (1991-2001). La ricerca eseguita in prima persona da Halilaj utilizza anche le rovine dell’edificio, i cui resti servono per edificare un monumento, e un ammonimento, in forma di mostra.

L’ARTE DELLA RICOSTRUZIONE E L’ARCHITETTURA COME MEMORIA

La Casa della Cultura di Runik” ‒ racconta Halilaj ‒ “ha accolto per decenni spettacoli dedicati alle storie della tradizione e a quelle dell’emancipazione culturale di un popolo rurale come quello kosovaro: nessuno badava alle differenze”.
Sui rendiconto e le fatture dell’epoca, redatti in serbo, l’artista ha disegnato lo storyboard della grande performance eseguita tra le rovine della Casa per dare avvio a un processo di recupero orientato a mettere in forma la forza della storia di una comunità “scomparsa”.
In essa, con un approccio quasi psico-magico jodorowskiano, Halilaj raccoglie le varie discipline artistiche, convoca gli abitanti di Runik, crea con loro musica e danze partecipate, inventa un rito di risveglio e ricostruzione. Il tutto viene registrato in un mediometraggio documentale e narrativo che registra l’abbandono e il rito del risveglio di una Casa voluta per tenere insieme due etnie in forma di popolo e che oggi il Ministro della Cultura del Kosovo ha già posto sotto la protezione dei Beni Culturali, impegnandosi a ricostruire l’edificio.
“La biblioteca aveva 7mila libri e il teatro 300 posti, in un villaggio di 5mila abitanti era sovradimensionato ma è sempre stato per tutti un motivo di fierezza”, ricorda Halilaj, che mostra come l’architettura nei conflitti diventi un serbatoio di memoria, una parte lesa, una vittima di guerra di cui prendersi cura, come ha ben evidenziato nel 1991 la toccante serie fotografica che Gabriele Basilico dedicò alla Beirut crivellata di colpi e resa uno scheletro dalla guerra civile libanese (1975-1990).

Petrit Halilaj, Shkrepëtima, 2018. Produced by Fondazione Merz & Hajde! Foundation. Photo Majlinda Hoxha
Petrit Halilaj, Shkrepëtima, 2018. Produced by Fondazione Merz & Hajde! Foundation. Photo Majlinda Hoxha

SE L’ATTIVISMO TRAE FORZA DALLA VITA INTIMA

Il personale è politico” recitava uno degli slogan più acuti del femminismo degli Anni Settanta. Oggi, in tempi di social network capaci di profilare i nostri gusti e di analizzare/influenzare le nostre convinzioni (anche politiche), questa verità torna a colpirci con forza; ma Halilaj sembra appartenere fieramente a un mondo analogico, nel quale il disegno è posto al centro di un pensare-sognare-progettare per immagini rivolto a un uso costruttivo e socialmente orientato dei propri sogni, o incubi, di bambino.
Operando come uno storico, un politico, un attivista e un architetto, egli rivitalizza luoghi della memoria, personale e comunitaria.
Durante gli anni del conflitto” ‒ spiega Halilaj ‒ “pochi giornalisti potevano entrare in Kosovo e io da bambino pensavo: se il mondo sapesse cosa accade qui fermerebbero subito la guerra. Mi ero convinto che più disegnavo, raccontando quel che vedevo, e più sensibilizzavo l’opinione pubblica”. A questa foga analitica, a questa muta richiesta di aiuto (per cui un bambino progetta di informare il mondo con i suoi disegni) corrispondeva il desiderio di fuga dentro un regno magico, quello degli uccelli, che poi Halilaj non ha più smesso di disegnare.
Poi” ‒ ricorda l’artista ‒ “disegnai uccelli che volavano liberi e vivevano in un mondo parallelo. Anni dopo, in residenza allo Smithsonian Institution di Washington, dentro il centro internazionale di studio delle migrazioni dei volatili, ho scoperto quanto sia importante per loro passare un periodo di vita in Africa e un altro in Europa, e come quasi tutte le culture primitive abbiano avuto il culto degli uccelli. Per me è stato un modo ulteriore per capire cosa mi era accaduto”.

Petrit Halilaj, Shkrepëtima, 2018. Courtesy l’artista & ChertLüdde, Berlino & kamel mennour, Parigi Londra & Fondazione Merz, Torino
Petrit Halilaj, Shkrepëtima, 2018. Courtesy l’artista & ChertLüdde, Berlino & kamel mennour, Parigi Londra & Fondazione Merz, Torino

UNA MOSTRA DESTINATA A LASCIARE UN SEGNO

La mostra stimola una riflessione sul senso dell’impegno in arte e ci ricorda gli orrori prodotti dal fallimento della politica. Halilaj ha vissuto una storia hollywoodiana di morte e resurrezione, di sogni che si avverano e di cose buone che nascono da quelle cattive; è un buon esempio del potere catartico e ricostruttivo dell’immaginazione che l’arte sa come portare al potere e che in una società come quella albanese, che ha già visto un artista diventare capo del Governo (Edi Rama), pare giocare un ruolo politico di primo piano. L’installazione che apre la mostra è di quelle che si ricordano: un letto giace dentro un nido, sovrastato da una imponente “cascata” realizzata con le travi rimaste dell’edificio distrutto della Casa della Cultura: ricorda le deflagrazioni spettacolari di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni o Cold Dark Matter di Cornelia Parker. Lirici e intensi appaiono i disegni che Halilaj fa vivere sulle pagine ingiallite di fatture e rendiconti, testimoni della vita materiale della cultura a Runik; accolgono la storia di un ragazzo uccello che sembra un Pinocchio, dentro un ambiente costituito da un intreccio di strutture lignee che, come già era successo per i casseri della casa di famiglia esposti a Berlino, rendono presente l’ossatura minimalista di edifici che sono i nostri nidi: luoghi di protezione, nei quali crescere e dai quali ripartire spiccando il volo.

Nicola Davide Angerame

Evento correlato
Nome eventoPetrit Halilaj - Shkrepëtima
Vernissage29/10/2018 ore 19
Duratadal 29/10/2018 al 17/02/2019
AutorePetrit Halilaj
CuratoreLeonardo Bigazzi
Generiarte contemporanea, personale
Spazio espositivoFONDAZIONE MERZ
IndirizzoVia Limone 24 - Torino - Piemonte
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