Ripartire dalle rovine. Kerstin Brätsch a Roma

Fondazione Memmo, Roma ‒ fino all’11 novembre 2018. Un inaspettato dialogo tra figurativo e astratto. Nuovi stimoli e soluzioni inesplorate. Una rappresentazione elastica dell’arte. Il superamento dell’idea di artigianato come antico e obsoleto. Una connotazione inversa, spersonalizzata, che prende le mosse dalla rovine.

KAYA (Kerstin Brätsch and Debo Eilers), work in progress, 2018. Photo © Daniele Molajoli
KAYA (Kerstin Brätsch and Debo Eilers), work in progress, 2018. Photo © Daniele Molajoli

Scavare nella pittura per cercare nuove soluzioni e appigli, attraverso due ampi spazi: una casa e una stalla. Una prima parte che occupa lo spazio principale della Fondazione, e una seconda nell’ambiente più raccolto, con le opere del collettivo KAYA.
Kerstin Brätsch (Amburgo, 1979) insegue il perenne obiettivo di destabilizzare il linguaggio pittorico. Per tale motivo le sue continue collaborazioni con i vari “artigiani” vogliono in primis mettere in discussione la nozione di soggettività della pittura.
In questa avventura si avvale dell’aiuto del maestro tedesco della marmorizzazione, Dirk Lange: insieme realizzano i suggestivi Unstable Talismanic Rendering. Con l’artigiano Walter Cipriani, invece, plasma e costruisce seducenti sculture in stuccomarmo, una tecnica tanto antica quanto complessa che si compone di diversi passaggi, ognuno dei quali contribuisce notevolmente alla resa finale.
La marmorizzazione pittorica, al contrario, è un lavoro articolato e aleatorio, soprattutto perché cerca di incanalare la forza di gravità elevandola a forma d’arte. Un paradosso che possiamo osservare nelle opere su carta, ottenute facendo gocciolare inchiostri e solventi. Un impatto maestoso (anche a causa delle grandi dimensioni), che si unisce a una padronanza del medium e a una tecnica magistrale.

Kerstin Brätsch, Psychic Fossil _Stucco Marmo, 2018
Kerstin Brätsch, Psychic Fossil _Stucco Marmo, 2018

LO STUCCOMARMO

Il secondo corpus di opere esposto utilizza lo stucco (scagliola) e cerca di imitare sia il marmo che le pietre rare (questa tecnica, detta appunto stuccomarmo, nasce in Baviera nel XVI secolo). Come forma d’arte sui generis si muove a metà tra la pittura e la scultura e questa simbiosi dimostra ancora una volta quanto la pittura sia un processo composito e non lineare. Con uno sguardo rivolto al futuro ma generato dal passato.
A differenza dei marbling paintings, in queste sculture policrome la mano e la modellazione sostituiscono il gocciolamento e la pennellata, dando vita a tutta una serie di depositi fossili variegati e variopinti. Amuleti tanto accattivanti quanto bizzarri. Potrebbero addirittura essere considerati dei talismani rituali, che manifestano una tormentata e magica energia minerale; quasi un linguaggio intrinseco che nel tempo si deposita sotto la loro superficie.

Kerstin Brätsch. _Ruine. Installation view at Fondazione Memmo, Roma 2018. Photo © Daniele Molajoli
Kerstin Brätsch. _Ruine. Installation view at Fondazione Memmo, Roma 2018. Photo © Daniele Molajoli

KAYA

La mostra si arricchisce ulteriormente con un lavoro in situ (_KOVO), a opera del collettivo KAYA, formato dalla Brätsch e Debo Eilers. Presentato come una violenta collisione tra pittura e scultura, propone un’ampia selezione di lampade e pelli, muovendosi ancora una volta nel sottile confine tra umano e fantascientifico. Il regno animale, rappresentato dalle pelli, incontra il bagliore delle luci, in un rito evocativo fatto di trasgressione e di ordine.
A completare il già vasto scenario una limited edition song realizzata da Brätsch, Eilers e dal sound artist e musicista Nicolas An Xedro.

Michele Luca Nero

Evento correlato
Nome eventoKerstin Brätsch - Ruine / KAYA_KOVO
Vernissage03/05/2018 ore 18,30
Duratadal 03/05/2018 al 11/11/2018
AutoreKerstin Brätsch
CuratoreFrancesco Stocchi
Generiarte contemporanea, personale
Spazio espositivoFONDAZIONE MEMMO ARTE CONTEMPORANEA – SCUDERIE DI PALAZZO RUSPOLI
IndirizzoVia di Fontanella Borghese 56/b 00186 - Roma - Lazio
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Michele Luca Nero
Michele Luca Nero (Agnone, 1979), figlio d’arte, inizia a dipingere all’età di sei anni. Una passione ereditata dal padre, Francesco, insieme a quella teatrale acquisita dal nonno, Valentino, poeta e drammaturgo riconosciuto a livello internazionale. In pochi anni ha curato e realizzato numerose mostre, tra cui alcune personali. Un successo di pubblico che lo ha accompagnato anche nelle performance teatrali, non senza un'esperienza come ufficio stampa. Appassionato di cultura e società ma dotato di uno spiccato senso critico. Curioso, perfezionista, esteta. Forse a causa della sua innata passione per la musica, per la quale vanta oltre ad una laurea in etnomusicologia, anche studi musicali di pianoforte. Ha maturato esperienze nell'insegnamento e nella trascrizione musicale apportando un decisivo contributo alla salvaguardia del patrimonio di tradizione orale delle melodie della sua terra di origine. Vivace sperimentatore nel campo della pittura è alla costante ricerca di sempre nuovi linguaggi espressivi. Sostenitore del collage cerca da sempre di unire tradizione e modernità, con un ricorrente accenno al mondo del sacro, sua costante ossessione. La formazione teatrale ha influito notevolmente sulla sua concezione del corpo (figura), dello spazio e della materia. Nelle sue opere prevale sempre un carattere deciso, vuoi nel colore che nella definizione del soggetto: eleganza nella postura, espressività delvolto. Ha frequentato un corso di mimo e uno di portamento e passerella. In qualità di illustratore ha pubblicato “Matteo e il viaggio nel meraviglioso mondo dei libri” (2009) e “Gigì le coiffeur et la maison de beauté” (2011) per la Edigiò. È direttore responsabile del magazine CU.SP.I.D.E. (cultura, spettacolo, intrattenimento, divagazioni artistiche, etno-gastronomia). Dal 2011 fa parte dello staff redazionale di Artribune.