Marco Senaldi torna a parlare della mostra veneziana di Damien Hirst. Citando una certa scultura che volteggia sopra Punta della Dogana e anche qualche omonimia visiva di troppo.

Anch’io sono stato a Punta della Dogana a vedere le statue. Una però mi ha colpito più di tutte: è una gigantesca palla d’oro (o bronzo dorato? Chissà) sostenuta da due Atlanti e sormontata da una figura femminile che sembra personificare la dea Fortuna. Ma non è tutto: questa figura infatti regge una sorta di stendardo che, mosso dal vento, la fa girare, dando così un valore reale alla metaforica mutevolezza che caratterizza la dea – e, al contempo, inserendo un tocco di cinematismo contemporaneo in un insieme splendidamente decadente…
Ah, diavolo d’un Damien Hirst!…Eh sì. Che bravo. Peccato che questa scultura non sia di Hirst. Ma di un certo Bernardo Falconi, uno scultore svizzero-italiano attivo nel nostro Paese a metà del Seicento, e fa bella mostra di sé proprio sopra la torre della Punta, quasi dominando la Laguna. Non ne sapevate niente? Neanche io – ma meno male che c’è Wikipedia ad arrivare in soccorso a (quasi) tutti i nostri interrogativi.
Meno male per noi – ma parecchio male per Damien. Già, perché dopo aver imbastito per la sua strastupefacente e gigantomachistica mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable, un ambaradan di qualcosa come oltre duecento opere (ma chi le avrà contate poi), alzando lo sguardo avrà dovuto pur chiedersi: “Ma quella, di chi è?”.
O forse è lecito sospettare che non se lo sia per niente chiesto e che non lo abbia fatto nemmeno uno dei suoi fidati (e presumo ben pagati) assistenti? Se si vanno a osservare da vicino i rimandi artistici di cui è intessuta quest’odissea, anzi, questa batracomiomachia artistico-finanziaria che affolla non solo Punta della Dogana ma anche Palazzo Grassi, parecchi dubbi insorgono. Non parliamo dei riferimenti conclamati, come quelli a Koons, a Pippo, a Max Ernst – che si inscrivono di diritto nella voga del pastiche postmoderno; pensiamo invece alle pieghe iconografiche dove l’artista avrebbe voluto mostrarci l’impensabile, il mai visto, il maraviglioso e poi finisce per sciorinare una fila di icone prese da Capolavori nei Secoli.

Damien Hirst. Treasures from the Wreck of the Unbelievable. Installation view at Punta della Dogana, Venezia 2017
Damien Hirst. Treasures from the Wreck of the Unbelievable. Installation view at Punta della Dogana, Venezia 2017

UN’ICONOGRAFIA LIMITATA

Non occorre essere degli specialisti per incocciare in numerosi riferimenti piuttosto ovvi, dalla testa del Benin al Gatto egizio, dalla Medusa di Caravaggio a certe sanguigne di sapore tiepolesco – mentre intanto, sopra le nostre teste, scusate se lo ricordo, continua a volteggiare, obliatissima e inimitabile, la falconiana Palla d’oro.
Ma non è tutto perché, anche se mascherata da un ipertrofismo alla lunga stucchevole, la desolante limitatezza dell’iconografia hirstiana emerge anche dal suo stesso ritardo storico, come nel caso del topo con l’orecchio, che si rifà a un esperimento scientifico di ingegnerizzazione dei tessuti animali del 1997. Appena l’ho visto mi sono ricordato di qualcosa, che non era certo la sua fonte scientifica – il cosiddetto Vacanti mouse, dal nome del suo inventore – ma una scultura del tutto simile, sia pur di dimensioni molto più ridotte. E ricordavo bene: nel 2003, infatti, Leonardo Pivi aveva sviluppato esattamente lo stesso concetto in un piccolo lavoro, guarda caso proprio in marmo bianco, che aveva già colto in pieno lo shock estetico (e non solo scientifico) di quel ratto mutante. Insomma, si è ripetuto quello che era già successo nel 2009, quando il pittore berlinese Michael Luther si era accorto che Hirst aveva realizzato un quadro identico al suo, essendosi ispirato anche lui a una foto di copertina del Berliner Zeitung. Solo che, all’epoca, la distanza tra i due quadri fu di pochi mesi, mentre qui invece ballano qualcosa come quindici anni, il che farebbe una bella differenza. O forse no, dato che si tratta “soltanto” di un artista italiano?
Nessuno si sognerebbe di dire che Damien “ha copiato” – proprio per il fatto che tutta la sua mostra è frutto di un gigantesco cut & paste: ma il problema non è forse un altro, infinitamente più importante? Che cosa bisbiglia al suo stesso orecchio questo fiabesco topino, se non che ben 50 (cinquanta!) milioni di sterline sembrano andarsene quatti quatti in fumo davanti anche al più timido apparire dell’Arte?

Marco Senaldi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #41

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Dati correlati
AutoreDamien Hirst
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marco Senaldi
Marco Senaldi, laureato in filosofia, a partire dagli anni 80 si occupa di critica e teoria dell’arte contemporanea. Negli anni 90 ha insegnato Estetica al Politecnico di Milano e allo IULM; è stato docente di Fenomenologia dell’Arte Contemporanea e di Estetica all’Accademia di Belle Arti “Carrara” di Bergamo; dal 2003 insegna Cinema e Arti Visive all’Università Statale di Milano Bicocca. Suoi testi e saggi sono apparsi in numerosi cataloghi e volumi collettivi (AA.VV., Scrivere sul fronte occidentale, Feltrinelli, 2002; A. Somaini, a c. di, Il luogo dello spettatore, Vita e pensiero, 2005, N. Dusi, A. Spaziante, a c. di, Remix Remake, Meltemi 2006, ecc.), oltre che in riviste d’arte e design (Juliet, Flash Art, Exibart, Tema Celeste, Around Photography, Arte Mondadori, Interni, FMR) e quotidiani (il manifesto; Corriere della Sera; D-donna- la Repubblica). Sul free magazine Exibart Onpaper cura dal 2005 la rubrica hostravistoxte. Ha tradotto e curato l’edizione italiana di testi di Gilles Deleuze, (Spinoza, filosofia pratica, Guerini 1991), di Arthur Danto (L’abuso della Bellezza, Postmediabooks, 2008) e Slavoj Žižek (Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa, antologia di scritti, Feltrinelli, 1999; Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi, 2002; L’epidemia dell’immaginario, Meltemi, 2004; Credere, Meltemi, 2005; Il cuore perverso del cristianesimo, 2006). E’ stato autore di primi programmi televisivi culturali dedicati all’arte contemporanea per Canale 5 e Italia Uno (L’Angelo, 1994/95; Le notti dell’Angelo, 1995/97) e Rai Tre (Onda Anomala; 1998/99; Cenerentola, 1999/2000), e collabora tuttora con RadioRai Tre Suite. Ha curato diverse mostre d’arte contemporanea tra cui Cover Theory. L’arte contemporanea come re-interpretazione, (maggio-giugno 2003), catalogo Libri Scheiwiller, Milano, 2003; Il marmo e la Celluloide – Arte contemporanea e visioni cinematografiche, Villa La Versiliana, Marina di Pietrasanta (catalogo Silvana editoriale, 2006); Paolo Gioli (in programmazione presso Treinale Bovisa), ottobre 2010. Da molti anni tiene conferenze e incontri in Italia e all’estero (Arte contemporanea e filosofia, Spazio Oberdan, Milano, maggio 2007; Art and Tv, Symposium “Visual Construction of Cultures”, Zagreb, nov. 2007; Festival Architettura, Roma, MACROfuture, 2010, ecc.). E' membro fondatore del gruppo di ricerca sull'immaginario contemporaneo GRICO; è membro della Società d'Estetica Italiana (SIE); fa parte delle reti accademiche Cinéma et Art contemporaine, Sorbonne Nouvelle Paris 3, e NECS European Network for Cinema and Media Studies.

3 COMMENTS

  1. Riflessioni inutili. Hirst non ha intenzione di essere originale , dato che il suo gioco è proprio banalizzare , invece, i riferimenti e i prelievi : anche il calendario precolombiano ad esempio è già stato saccheggiato dovunque, nei fumetti e nei film. Per non parlare di tutto il resto. Che Hirst si sia dimenticato di qualcosa ha poca importanza : forse a Senaldi non bastavano “le oltre duecento opere” ma ne voleva un’altra in più? :)
    La cosa divertente è che i detrattori della mostra sono davvero convinti che Hirst non sia consapevole della banalità dei suoi riferimenti :) Io non so se Hirst sia una persona molto intelligente ma certo non lo sono i suoi detrattori se credono che lui sia davvero così stupido ! :))
    Ma perchè mai si vuole credere che “l’artista avrebbe voluto mostrarci l’impensabile, il mai visto, il maraviglioso ” quando al contrario è evidente che invece si sta divertendo a renderlo fasullo e improbabile ? In altre parole Hirst sta semplicemente dicendo che non ci sono più terre inesplorate e che i dei dell’antichità sono dei fantocci . Ha torto? forse non piace che sulla questione lui ci rida sopra. E siccome si vive tutti in ristrettezze pochi tollerano questo potlach di risorse: ma i soldi sono suoi e lui li butta dalla finestra. Ma a differenza dei milioni di debiti fatti da Documenta i danni non sono pagati dai contribuenti. Machismo? in diverse statue della mostra bellissime eroine affrontano con coraggio indomito enormi mostri da barzelletta :) Con questi lavori Hirst dimostra che le donne risolveranno tutti i problemi del mondo . :)

  2. Una vocazione alla Pirateria Compulsiva: questo è forse uno degli aspetti passati inosservati di questa superfake-mostra; del resto chi meglio degli Inglesi ha saputo mai esprimersi in queste corsare attitudini?

  3. Credo di non aver letto niente di più inutile di questa “critica”.
    Punta della Dogana e Palazzo Grassi fanno parte degli spazi espositivi di Pinault a Venezia. Cosa c’entra la scultura di Bernardo Falconi?

    Iconografia limitata? Ha osservato attentamente TUTTE le monete esposte a Palazzo Grassi?
    Ma, soprattutto, visto il suo curriculum invidiabile (dico davvero, non sono ironica) mi sa dire quale altra mostra di arte contemporanea (una personale, poi) abbraccia trasversalmente TUTTE le culture (e le conseguenti iconografie) del passato, contaminandole a tratti con il pop?
    Mi sa dire quale altra mostra contemporanea prende in giro l’Arte Contemporanea (e il suo sistema), tanto definirla “wreck”? Il titolo della mostra non è stato dato a caso.
    Si può voler banalizzare Hirst quanto si vuole, ma almeno bisogna farlo con coscienza analizzando veramente tutto il progetto E L’INTENTO di questa mostra. Non può essere un caso quasi tutte le statue avessero a che fare con mitologia e deità.

Comments are closed.