Versus. Il dibattito fra realismo e relativismo

Nasce una nuova rubrica su Artribune: una serie di confronti tra artisti, critici e operatori sui temi più scottanti del contemporaneo. Il primo match è tra Christian Caliandro e Ivan Quaroni, alfieri rispettivamente del realismo e del relativismo.

Gian Maria Tosatti, 7_Terra dell'ultimo cielo (Sette Stagioni dello Spirito), 2016 - Ex Ospedale Militare, Napoli
Gian Maria Tosatti, 7_Terra dell'ultimo cielo (Sette Stagioni dello Spirito), 2016 - Ex Ospedale Militare, Napoli

Versus è un gioco, una sfida che mescola agone filosofico, dibattito argomentativo e tipico gusto italiano per le estremizzazioni (in chiave ironica, s’intende). Ma l’obiettivo non è vincere. Lo scontro è un pretesto per conoscersi meglio e arrivare all’intesa, attraverso la discussione, la riflessione critica, il rispetto per la molteplicità dei punti di vista. Quali sono le regole? Prima di tutto una dicotomia che accenda gli animi, sulla quale da tempo si discute senza che sia possibile giungere a una sintesi: qualcosa come “Beatles o Rolling Stones?”, insomma. Poi due ospiti autorevoli, pronti al confronto, e un moderatore per accendere la miccia.
In questo primo appuntamento Christian Caliandro difende la bandiera del realismo, Ivan Quaroni, invece, si schiera sul versante del relativismo e del pensiero postmoderno.

Entriamo subito nel vivo di un’irrisolta questione filosofica: l’epoca che stiamo vivendo è uno strascico della postmodernità oppure è in atto una fase di cambiamento fondata su nuovi, solidi riferimenti valoriali? In tale contesto, quale ruolo e quali funzioni si possono assegnare alla critica e all’operare artistico?
Christian Caliandro: “Strascico della postmodernità” quest’epoca lo è inevitabilmente: la nostalgia (intesa come pressoché unica chiave culturale per percepire il passato, e anche il presente), la deresponsabilizzazione, la spettacolarizzazione, l’infantilizzazione sono solo alcuni tratti che, comparsi con la nascita del postmoderno (tra Anni Settanta e Ottanta, anche se altre interpretazioni la retrodaterebbero agli Anni Sessanta), non sono certo destinati a scomparire, ma che anzi strutturano sempre di più l’immaginario. In questo scenario, si intravedono approcci (anche artistici) orientati a ricostruire un rapporto con la realtà basato sulla responsabilità e su una “scarsità di mezzi”, per così dire, che riflette un passaggio fondamentale da un sistema di valori a un altro, da una forma di vita a un’altra: il compito della critica è riconoscere questi approcci, e collegarli.
Ivan Quaroni: La postmodernità è caratterizzata dalla lotta per il dominio dell’informazione. È un’epoca pervasa da una sorta d’ideologia della comunicazione, in cui l’informazione entra nel circuito della circolazione monetaria, diventa un bene di consumo. In un mondo dove le merci circolano liberamente e si accorciano le distanze geografiche, l’informazione sostituisce il sapere (la vecchia Bildung) ed entra nell’agone della competizione economica. Non sono io a dirlo, ma Jean-François Lyotard nel 1979. Mi sembra una descrizione che anticipa profeticamente la condizione odierna. Il relativismo è la logica conseguenza di questa situazione. In fin dei conti, la libera circolazione delle informazioni depotenzia i vecchi detentori del sapere. Il monopolio delle università, ad esempio, viene meno. Si aprono nuovi giacimenti informativi. Ognuno è libero di scegliere e di costruire il proprio punto di vista.

Vanni Cuoghi, Monolocale 56 (Il giardino dei Finzi Contini), 2016
Vanni Cuoghi, Monolocale 56 (Il giardino dei Finzi Contini), 2016

Vorrei che Christian chiarisse come un approccio puramente soggettivo (si parlava di nostalgia) possa ostacolare il processo di rinnovamento da lui evocato. A Ivan invece chiedo quali rischi vede in una morale ancorata a fini sociali o pratici: la responsabilità civile è una limitazione alla libertà del pensiero interpretativo?
C.C.: La nostalgia – negli individui come nelle società – è l’evasione in una versione ideale del passato (i “bei tempi andati” che non sono mai esistiti). Essa tende a rimuovere gli elementi più disturbanti e irriducibili – cioè quelli più interessanti – uniformando sempre di più il passato al presente. Allo stesso modo agisce sul futuro, che diviene “un presente in attesa di accadere”. In questo senso, la nostalgia ostacola ogni tipo di cambiamento.
I.Q.: La nostalgia di cui parla Christian la ritroviamo anche in molta musica indie (XX, The National, The Drums e molti altri) e in alcune serie tv (Stranger Things e l’episodio di Black Mirror intitolato San Junipero). Non credo sia un sentimento involutivo o che inibisca le funzioni critiche. Ad esempio, Sandinista dei Clash è un lavoro insieme innovativo e nostalgico, ma anche politico. Non penso ci sia alcuna limitazione nella critica politica e sociale dell’arte. Semplicemente non mi appassiona.

Roxy in the Box, Monica Bellucci, Da PoPolari a PoPolani, Napoli 2016 - photo Sergio Siano
Roxy in the Box, Monica Bellucci, Da PoPolari a PoPolani, Napoli 2016 – photo Sergio Siano

Tra gli artisti che seguite con interesse, quali vi sembra abbiano sviluppato percorsi di ricerca in sintonia con le vostre idee? Nel considerare l’incidenza del vostro lavoro in relazione al panorama italiano, prevale il senso di isolamento o di integrazione?
I.Q.: Gli artisti che mi hanno accompagnato nel mio percorso di ricerca sono quelli di Italian Newbrow, che hanno condiviso con me una visione aperta e non-confessionale della pittura, capace di mescolare la cultura alta e quella popolare.
Non so quale sia l’incidenza del mio lavoro nel panorama italiano, non spetta a me dirlo. Cerco di fare quel che mi piace senza preoccuparmi troppo del panorama. È un po’ come fare una passeggiata in montagna: di tanto in tanto ti fermi ad ammirare il paesaggio, ma per il resto del tempo cerchi più che altro di seguire il tuo sentiero.
C.C.: Sento molto vicini – tra gli altri artisti – in particolare Alessandro Bulgini, Gian Maria Tosatti, Marta Roberti, Nero e Roxy in the Box per il loro modo di stare nella realtà e di costruire le opere più come “stati” che come oggetti, a partire dagli elementi più umili. Non credo che esista qualcosa come un “panorama italiano”, almeno per quanto riguarda l’arte: ciò che vedo è piuttosto frastagliato e frammentario, ma ci sono critici della mia generazione che stimo e il cui lavoro mi interessa.

Silvia Argiolas, Fans Girls Amy, 2016
Silvia Argiolas, Fans Girls Amy, 2016

Noto in entrambi un certo disincanto nell’analisi della compagine culturale e artistica italiana. Si tratta di un atteggiamento diffuso, che nasce da un’effettiva debolezza e porta in genere a prediligere percorsi individuali. Se ha senso cercare un antidoto alla frammentazione, quanto conta il superamento delle contrapposizioni ideologiche, dei recinti generazionali e delle logiche di interesse?
I.Q.: Italian Newbrow è stato ed è un tentativo di fare fronte alla frammentazione cui tu accenni, un modo per non perdere il senso della lettura del presente. Tuttavia, mi rimane il dubbio che ossessionò Henri Focillon fino alla fine. Parafrasando lo studioso francese (anzi, quanto ci riferisce il suo allievo George Kubler): il passato (come nel relativismo postmoderno) non serve che a conoscere l’attualità, ma essa continua a sfuggirci. Il problema, infatti, non è solo stabilire cosa sia l’attualità, ma stabilire se sia possibile comprenderla o se dobbiamo semplicemente constatarla per poi passare alla costruzione di qualcosa di nuovo. A questo dilemma non so ancora rispondere.
C.C.: Nessun disincanto. “Contrapposizioni ideologiche” onestamente non ne vedo: semmai, uno dei problemi principali è che – non solo in Italia – l’ideologia è unica. Le contrapposizioni generazionali esistono invece eccome, sebbene la maggior parte dei miei coetanei faccia di tutto (in modo piuttosto autodistruttivo) per non riconoscerle e affrontarle. Il mio consiglio, se è questo che mi stai chiedendo, è di abbandonare recisamente individualismo, opportunismo, conformismo – perché non porteranno a nulla di buono.

Vincenzo Merola

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Vincenzo Merola
Nato a Campobasso nel 1979, è artista, insegnante di materie letterarie nelle scuole secondarie, giornalista pubblicista e operatore culturale. La sua ricerca si sviluppa a partire dall’interesse per le sperimentazioni verbovisuali e da una riflessione sul ruolo del caso e dei processi aleatori nella determinazione delle scelte e dei comportamenti individuali.

13 COMMENTS

  1. Ottima rubrica caro Vincenzo, c’è bisogno di dibattito e di approfondimenti. In giro se ne leggono pochi ultimamente.
    Il rischio da evitare, secondo me, è quello che la “doppia intervista”, tale in effetti appare, non produca convergenze o veri e propri dibattiti o anche scontri, ma due versioni parallele dei temi affrontati che restano distanti l’una dall’altra. In effetti, da qualche anno, siamo tutti poco allenati all’incontro/scontro. Bisognerebbe individuare e perfezionare una formula che non consenta di scantonare. Auguri!!

    • Caro Paolo,
      ti ringrazio per il commento. Sono d’accordo con te: pur vivendo in un clima di continua contrapposizione, segnato da spaccature e lacerazioni profonde, a volte dimentichiamo quanto sia edificante il dialogo. Convergenze e divergenze sono inevitabili e imprevedibili, ma credo che la cosa più importante sia perfezionare la nostra capacità di ascolto. Mi auguro che questa rubrica possa essere, in primo luogo per me, un buon allenamento!

  2. Mi permetto di dissentire con tutti e due o, in altre parole, di spostare l’oggetto del contendere.
    Perchè, poi attenersi solo all’arte contemporanea?
    In questo modo si rischia di ripetere il luogo comune che il postmoderno è il disimpegno ed è rappresentato dalla Transavanguardia .
    Questa contrapposizione tra realisti e postmoderni mi pare nata vecchia.
    Mi sembra una piccola moda filosofica che non aggiunge nulla di particolarmente nuovo.
    Proporrei quindi, per iniziare, due eccezioni di rilievo: per la filosofia, Richar Rorty si può considerare un autore postmoderno in quanto autore dissidente rispetto al riduttivismo della Filosofia Analitica ma non direi disinteressato di questioni sociali e collettive e Thomas Pynchon è uno scrittore postmoderno che recupera la forma narrativa, ma senza nostalgie, scompaginando e iperbolizzando la realtà ma dandone una visione che non è nè pretestuosa e neppure formalistica, ma veritiera.

    • “Perchè, poi attenersi solo all’arte contemporanea?”
      Perché il confronto proposto era sull’arte contemporanea.

      • Ma tu stesso quando scrivi i tuoi articoli non ti accontenti certo di parlare di arte contemporanea parlando “solo” di arte contemporanea.
        Altrimenti faresti accademia.
        E questa contrapposizione tra “realisti” e “postmoderni” rischia di essere un pò astratta e quindi accademica. Realisti dove? e Postmoderni perchè? Quando mettiamo in discussione la verità assoluta intendiamo dire che la realtà non esiste o forse piuttosto ci stiamo rivolgendo contro una particolare cornice o applicazione del sapere?
        Dobbiamo stabilire in quale contesto ci troviamo, il “settore” non basta.

        • Questo non è un articolo scritto da me, ma un confronto con Ivan Quaroni su invito di Vincenzo Merola. Il tema è: Realismo VS Relativismo.

          • Chistian ,
            questo ovviamente lo so.
            Quando scrivo “Ma tu stesso quando scrivi i tuoi articoli non ti accontenti certo di parlare di arte contemporanea parlando “solo” di arte contemporanea”
            non mi riferisco solo a questo dialogo – intervista ma a quello che scrivi su Artribune e che mi capita di leggere, dato che ti leggo. Intendevo dire che quando affronti certi temi stabilisci il più delle volte delle relazioni tra campi diversi : letteratura, arte, musica e società. E mi pare di capire che tenderesti a ricostruire una visione complessiva delle cose o a comunque cercare di trovare un filo non arbitrario. Vedi di non fraintendermi : penso che sia positivo mica negativo!
            Mi sembra conseguente, in quest’ottica che tu ti metta dalla parte del “realismo” , perchè in effetti la posizione irrealista è quella di chi fa finta di ignorare le relazioni – contaminazioni che l’arte ha con i vari contesti extra artistici.
            il mio contributo voleva stabilire una zona mediana tra due opposti , che anche Vincenzo Merola ammette forse un pò triti dal punto di vista filosofico. E ho fatto due esempi, ma potrei farne altri, di due autori che etichettati come postmoderni in senso banale fanno saltare in realtà questa dicotomia. Ed è il campo in cui io personalmente mi muovo.

        • Caro Walter,
          il progetto “Versus” è un tentativo di portare discussioni nate in ambito specialistico all’attenzione di un pubblico più ampio. Per questo motivo le semplificazioni che metti in evidenza sono in un certo qual modo ricercate. Scopo dichiarato del confronto è proprio superare le rigide contrapposizioni per giungere a una sintesi, puntando l’obiettivo sul “settore” dell’arte contemporanea e prescindendo dalle “mode filosofiche”. In altre sedi l’acceso dibattito tra i sostenitori del nuovo realismo e quelli del pensiero debole ha avuto modo di dispiegarsi ampiamente e agli appassionati di filosofia apparirà trito. Qui si tenta di aggiornare un po’ la discussione nel campo delle arti visive, proprio per andare oltre l’equazione postmoderno = disimpegno = transavanguardia, che tu giustamente definisci un luogo comune.

          • si ok è chiaro siamo d’accordo ma io ho voluto contribuire alla discussione perchè la trovo interessante

  3. Christian, continui a predicare bene (ma questo oggi è facilissimo) e razzolare male. E quindi ti interessano artisti passatisti, profondamente individualisti e con una retorica che sembra fatta per “farsi volere bene”. Molto più interessante e difficile vivere un individualismo che chiunque può vestire (ma che non veste perché ognuno aggrappato al proprio individualismo) e mettere in pratica quello che Nicolas Bourriaud definisce “altermoderno”, e con altre parole Nicola Taleb “antifragile”. Di questa nostalgia parlavo anche io anni fa, con la differenza che io ho sempre fatto discendere la pratica dalla teoria: https://www.artribune.com/2012/11/giovani-indiana-jones/

  4. Il problema del contemporaneo non è la contrapposizione generazionale che in ogni epoca è sempre esistita, ma come detto giustamente da Christian mancano le alternative a quella che è diventata una sorta di ideologia unica dell’arte attuale che ne regola modi e caratteri e non solo in Italia. Esiste uno stato delle cose dell’arte fin troppo definito, un allineamento quasi morboso alle condizioni del sistema, una sorta di arruolamento incondizionato ai percorsi imposti dalle dinamiche sociali o per opportunismo o per conformismo. L’artista libero ha il coraggio di vedere e di andare oltre.
    E non mancano le eccezzioni .

  5. Forse è perché in un contesto come quello delle Pratiche dell’Arte Contemporanea, rigorosamente vietato ai maggiori di 35 anni, certe espressioni sono permesse? sono giovani loro, in fondo, ma si, chiudiamo un occhio…
    Leggo, tra l’altro: …”l’informazione entra nel circuito della circolazione monetaria, diventa un bene di consumo”: basta chiedere alla moltitudine dei giornalisti prezzolati per non dire la verità quale sia il loro salario, premi di produzione etc
    e ancora: “l’informazione sostituisce il sapere”, come i videogames sostituiscono la Treccani, immagino;
    e poi: “si aprono nuovi giacimenti informativi”, e la Menzogna è quotata in Borsa?

    “la libertà civile è una limitazione alla libertà del pensiero interpretativo”: ho un incubo ricorrente
    ma non ve lo dico.

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