Uno specchio, un lungo carteggio e una città che, nel solco dell’archeologia, ha saputo consolidare la propria identità. Una storia raccontata dalla Galleria Estense di Modena.

Certo meno abbaglianti delle grandi mostre dai prestiti illustri e dagli allestimenti caleidoscopici, le mostre di ricerca come quella in corso alla Galleria Estense di Modena permettono al pubblico di riflettere su quel quotidiano impegno di studio che deve essere tra gli obiettivi imprescindibili di ogni museo che si rispetti. Restauri, ricerche d’archivio, rinnovati allestimenti aprono nuove prospettive sul noto, e storiche acquisizioni della Galleria e della Biblioteca, pazientemente interrogate, schiudono al visitatore legami che esulano, nello spazio e nel tempo, dal contesto degli oggetti presentati.
Il cold case ora proposto alla Galleria Estense è quello del corredo della Tomba I della Galassina di Castelvetro, scoperto nel 1841 insieme a quelli di altre tre sepolture e subito acquisito alle collezioni ducali: l’esegesi contemporanea interseca così quella dei grandiosi inizi dell’archeologia come scienza, quando la riscoperta del passato entro e fuori i confini del Ducato ebbe nell’autoritario Francesco IV d’Asburgo-Este un entusiasta promotore.

LO SPECCHIO DELLA GALASSINA

Nel ricostruire il rinvenimento delle sepolture, i ricercatori di oggi hanno collaborato con la più illustre personalità dell’archeologia modenese tra il Congresso di Vienna e l’Unità d’Italia, destreggiandosi tra le migliaia di lettere, schizzi, noterelle, glosse e foglietti volanti che monsignor Celestino Cavedoni (1795-1865), appassionato curatore della biblioteca e delle raccolte archeologiche ducali, lasciò in eredità alla “sua” Biblioteca Estense.
Grazie ai suoi appunti sono stati riconosciuti alla Tomba I ulteriori reperti conservati nei depositi: fra essi, un manico di strigile e una sgargiante testolina cipriota-fenicia, l’unica finora rintracciata delle tre descritte da Cavedoni, si aggiungono all’imponente cista bronzea cordonata, al bacile e allo specchio che a ottobre entreranno nel percorso permanente della Galleria.
È specialmente attorno al celebre specchio e alla sua raffigurazione nuziale che si incontrano gli studiosi antichi e moderni, contribuendo ciascuno con le proprie competenze e sensibilità.
Oggi notiamo che lo specchio della Galassina combina la tradizione padana della pesante treccia che inghirlanda l’immagine riflessa con modelli delle situle veneto-alpine nella decorazione sul retro: poco più antico della deposizione (V secolo a. C.), accompagnò la defunta quale prezioso cimelio di una famiglia forse estranea alla cultura etrusca dominante. Lo specchio è riproposto in mostra anche tramite l’archeologia di ricostruzione, mentre il restauro ne ha svelato particolari nascosti: il muso di un cavallo, il più irrequieto, viene “girato” verso l’osservatore dall’aggiunta del secondo occhio, per coinvolgerlo nell’esclusiva ieraticità delle scene incise.

MODENA E L’EUROPA

Negli Anni Quaranta dell’Ottocento fu forse una vaga pruderie religiosa a causare nell’erudito monsignore una certa difficoltà nel riconoscere la pur esplicita scena erotica nella quale culmina l’iconografia dello specchio. Una difficoltà latamente morale che si traduce in quella concreta di “vedere” la scena, l’unico dettaglio illeggibile nel disegno pubblicato da Cavedoni negli Annali dell’Istituto di corrispondenza archeologica.
Su tale particolare, che Cavedoni interpretava come la vestizione del morto disteso sul letto funebre, si dipanò un lungo dibattito epistolare con l’archeologo tedesco August Emil Braun, che infine riuscì a convincere il modenese: “Dove mai abbraccia il morto il suo becchino?”.
Grazie a queste e ad altre migliaia di lettere scambiate con illustri personalità del panorama culturale ottocentesco, la piccola e battagliera Modena partecipò ai grandi dibattiti dell’archeologia, della storia e della filologia europee, e i suoi pochi ma pregevoli reperti furono conosciuti e studiati ben al di là degli angusti confini del Ducato: in omaggio alla passione di chi rese possibile tutto questo, la mostra della Galleria Estense celebra, dietro lo specchio della Galassina, lo specchio di Celestino.

Chiara Ballestrazzi

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #17

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Chiara Ballestrazzi
Chiara Ballestrazzi ha conseguito una laurea in filologia classica (2011) e una in archeologia classica (2012) presso l’Università di Pisa. Normalista, è stata redattrice per l’arte antica dell’Osservatorio Mostre e Musei (2011-13) e cofondatrice della compagnia teatrale della Scuola Normale. Italian Fellow dell’American Academy in Rome (2016), è attualmente perfezionanda in storia dell’arte e archeologia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove sta concludendo una tesi sulle gemme in Grecia e a Roma seguendo un approccio che integra fonti letterarie e archeologiche. Modenese, ha vissuto per molti anni a Pisa con trasferte di studio a Parigi, Los Angeles, Berlino e Roma. Guida Rossa alla mano, non c’è rudere romano soffocato dai condomini o chiesetta persa in mezzo alla campagna che riesca a sfuggirle.