Com’è oggi essere un giovane artista a Milano? Risponde Luca Rizzi
Il giovane pittore Luca Rizzi racconta il suo spicchio di Milano Nord: chiese, studi condivisi, incontri e una pittura che sta tra le incisioni rupestri e le stelle
In musica, un ostinato è una figura che si ripete. Un breve disegno melodico o ritmico che torna insistentemente mentre tutto il resto gli si muove sopra. Non è un ritornello, quello va e viene, l’ostinato non se ne va mai. Ostinazione non è coraggio, determinazione o sacrificio. Non è la certezza di avere ragione, e non è nemmeno ambizione o strategia. È qualcosa di più cocciuto e meno presentabile. Secondo il vocabolario, ostinato è chi persiste con caparbia tenacia, spesso nonostante l’evidenza contraria. Forse è la parola giusta per raccontare i giovani artisti che oggi scelgono di cominciare da Milano per costruirsi un percorso in quel frammento di mondo del lavoro che ha saputo attribuire valore al camminare, a una crepa nel pavimento, a un salto nel vuoto. Oppure soltanto una necessità. Che la stagione non sia buona lo sanno tutti, e non è una faccenda milanese: il mondo dell’arte lo tiene in piedi il mondo, e il mondo è quello che è.
Il punto qui, però, non è la stagione, ma la forma che prende chi la attraversa. Perciò: com’è oggi essere un giovane artista a Milano? Risponde Luca Rizzi (Brescia, 2001)

Intervista a Luca Rizzi
Sei arrivato a Milano dalla Vallecamonica. Cosa ti ha portato qui?
Mi sono trasferito a Milano semplicemente perché è la città più grossa e più vicina, e sostanzialmente per studiare, poi mi hanno preso in un’agenzia di modelli e dopo un po’ ho lasciato l’università. Ho cominciato a lavorare come modello da fitting a Roma e per due anni ho passato lì la maggior parte del mio tempo, ma di fatto la mia base restava Milano: stavo sempre in hotel e intanto pagavo l’affitto qui.
Alla pittura ci sei arrivato tardi. Com’è successo?
Nel 2022, in ufficio, ho ricominciato a disegnare per passare il tempo: tantissimi disegni neri, quasi tutti cani. Una mia amica di Roma li ha visti e mi ha presentato un suo amico pittore: siamo andati da lui in studio, mi ha spiegato le super basi, mi ha portato in colorificio, e il giorno dopo ho fatto un quadro nero con due cani bianchi che si mordono. Tornato a Milano, mi sono costruito una piccola postazione di pittura in casa. Abitavo in una traversa di Via Teodosio, in un appartamento con la camera soppalcata e, sotto, la zona giorno dove dipingevo. All’inizio la postazione era un metro e mezzo scarso, poi pian piano si è allargata fino a prendere tutta la parete dell’ingresso. Nei primi lavori usavo i pastelli a olio, poi a giugno del 2023 sono passato alla pittura. E per via dei solventi tenevo le finestre aperte tutto l’anno. Era una casa gigantesca e pagavo 700 euro al mese; adesso non credo che ne troverei una così.

Adesso però lavori qui, in uno studio. Quanto ci hai messo a trovarlo?
Anche se mi ero abituato a dipingere in casa, quando ho lasciato Via Camerini non sono riuscito a trovare subito una sistemazione fissa: quell’anno ne ho cambiate quattro in sei mesi. Lo studio mi serviva soprattutto per avere un posto dove portare i dipinti e continuare a lavorare, ed è stato fondamentale. Poi sono stato molto fortunato: qui in Via Pericle c’erano già i miei amici di Cane Studio, sapevano di una postazione libera e sono entrato subito.
Con Cane Studio, hai fatto la tua prima mostra.
Sì, Per grazia ricevuta, l’hanno curata loro. Ho presentato alcuni lavori fatti nella casa di Via Camerini e nei primi mesi qui. È stato tutto molto naturale: l’idea è nata condividendo lo spazio tutti i giorni.
Non hai fatto l’Accademia: chi ci passa ne esce con una rete già fatta. Tu come ti sei mosso per inserirti nel circuito milanese?
Non penso di essermi inserito particolarmente nel circuito della pittura milanese, e ancora non ne ho sentito il bisogno: tantissime volte gli stimoli più interessanti li ho trovati parlando con persone che non si occupano direttamente di arte. Ho diversi amici artisti in senso ampio — musicisti, stilisti, designer, registi, scultrici, illustratori, qualche pittore e pittrice — ed è una questione di intesa: spesso scopro “cosa fa” una persona dopo averci parlato molte volte.
A Milano l’opening è quasi un rito sociale, oltre che il momento in cui si inaugura una mostra. Tu frequenti questi ambienti?
Non particolarmente. Vado alle mostre che mi interessano, di qualunque genere siano, ma difficilmente all’opening, a meno che non sia per supportare un amico. Poi ci sono luoghi come la Galleria d’Arte Moderna o il Museo Bagatti Valsecchi, con opere a cui sono affezionato, lì torno più volte all’anno. La mostra che mi ha colpito di più quest’anno l’ho vista a Parigi: The irony of History di Philip Guston.
Le gallerie: le cerchi tu o ti cercano loro?
Per ora non ho contattato nessuno. Da poco ho iniziato a confrontarmi con dei galleristi che sono venuti a trovarmi in studio: sono arrivati tramite amici in comune, o mi hanno scritto su Instagram.
Ci sono delle zone della città o degli ambienti che hanno avuto un ruolo nel tuo percorso?
Ho passato quasi tutto il mio tempo milanese a nord, tranne i primi mesi in zona Tibaldi. Ho vissuto in Casoretto, poi in Via Porpora, adesso ho trovato casa in zona Rovereto e lo studio è qui a Precotto. Casa e studio sono vicini, mi sposto a piedi o in bici: la strada va verso nord e nei giorni sereni si vedono le montagne. A Casoretto c’è una delle mie chiese preferite, Santa Maria Bianca della Misericordia, dove c’è un affresco del Quattrocento, la Vergine Bianca, a cui sono molto legato. Il posto che visito più spesso a sud è Sant’Ambrogio: ci vado a vedere le sculture romaniche, un ecosistema di animali stranissimi, all’apparenza caotico, che in realtà si regge su geometrie e simbologie precisissime.
Recentemente hai inaugurato una personale a Venezia, 1,2,3 stella, curata da Marta Cereda. Com’è nata, e che lavori hai portato?
Sono stato contattato da Marta: prima non ci conoscevamo, ci siamo conosciuti organizzando la mostra. Abbiamo inaugurato il 18 luglio, il giorno del Redentore. Ho portato un gruppo di lavori che esplora la connessione tra il mito, l’infanzia e varie forme simboliche e iconografiche, con un linguaggio semplice: pochi elementi, figure chiare, come in un rebus. Mi interessa la realtà proprio nei punti in cui la fantasia e l’immaginazione diventano reali e danno accesso a qualcosa di più vero: un bambino che gioca alla campana non è così diverso da un antico filosofo greco che traccia i movimenti celesti nella sabbia.
Uno dei quadri si chiama Pitoto. Da dove viene il titolo?
Il pitoto è l’omino stilizzato camuno: è così che si rappresentavano gli uomini in Vallecamonica già seimila anni fa, nelle incisioni rupestri. Ma è anche una parola che si usa: “sei proprio un pitoto” lo puoi dire a un bambino quando fa un po’ lo scemo, in maniera affettuosa. In questo quadro ho dipinto un bambino per la prima volta, gli ho messo questo simbolo sulla pancia, diciamo per continuità. Il bambino ha in mano un alberello, o forse una lancia, ripreso da un’altra incisione rupestre della valle. Accanto a lui ci sono un abaco e un asino, collegati all’apprendimento e alla misura: su chi arriva da una valle di montagna pesa uno stereotipo di ignoranza, quasi di arroganza.
Nella tua pittura quanto conta ciò che si riconosce e quanto, invece, ciò che resta ambiguo?
I miei quadri sono abbastanza semplici: le figure difficilmente vengono fraintese. Però ci sono delle zone che sono, per usare un termine tecnico, anamorfiche. Mi viene in mente Cureè (2026), un quadro con dei cagnolini che mordono una forma rossa. In quella forma le persone vedono di tutto: una coperta, un cuscino, un cuore gigante, un cane ferito, il padrone accasciato. Mi interessano le forme in cui tutti intravedono cose che non ci sono, come i muri scrostati o le nuvole: se tutti vediamo qualcosa, ci dev’essere una certa verità in quelle illusioni e nelle forme che le generano.
Che cosa entra nella tua pittura da fuori?
Le immagini che dipingo mi attraggono istintivamente: molte sono fotografie che scatto io, o che mi mandano gli amici, altre le trovo su internet, altre ancora me le immagino. Tutte cambiano mentre le dipingo. Spesso gli sfondi riproducono il cielo che vedo nei giorni in cui sto lavorando al quadro. La mia pittura parte dalla realtà, esteriore e interiore: spesso è difficile distinguere cosa viene da “fuori” e cosa da “dentro”. Anche la musica che ascolto mi influenza moltissimo, e trasforma le immagini senza che me ne renda conto.
Mi interessano molto la mitologia e la storia dell’iconografia religiosa, soprattutto quella che ho potuto conoscere direttamente qui in Italia. Negli ultimi due anni il libro che mi ha influenzato di più è Il mulino di Amleto, di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend: parla del mito come forma di conoscenza, un linguaggio tecnico per trasmettere informazioni molto precise, soprattutto di carattere astronomico. Ho letto molto anche Jurgis Baltrušaitis, che ha una grande passione per le “illusioni” di cui parlavo prima.
In Autoluminescent (2026) compare un cane sotto una stella. Di che stella si tratta?
È Sirio, la stella più luminosa del cielo del Nord. Per alcune sue caratteristiche, soprattutto il fatto che sembrava non spostarsi con il passare degli anni, è stata a lungo considerata il centro dell’universo. Si trova nella costellazione del Cane Maggiore: i cani hanno un’importanza davvero sorprendente nella mitologia e nell’astronomia antica. Il titolo viene da una bellissima canzone di Rowland S. Howard, che sembra cantata proprio da questo centro dell’universo dimenticato.
C’è un episodio, un incontro, una situazione vissuta a Milano che senti abbia lasciato un segno in positivo o in negativo nel tuo percorso d’artista?
Vedere la mostra di El Greco a Palazzo Reale. A pensarci è stata una botta incredibile: uscito da lì sono corso a casa a dipingere tutta la notte.
Margherita Filippi
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