Questa mostra di Milano è un tempio di tele e piccoli quadri, tra intimità e monumentalità
È la mostra di Elena El Asmar da Assab One fino al 28 novembre 2026. Tessuti dipinti, piccoli quadri, una scultura e diversi collage compongono un percorso fra dimensione ambientale e raccoglimento per indagare la profondità del ricordo
La superficie, nell’opera di Elena El Asmar (Firenze, 1978), è il luogo di una sedimentazione: vi confluiscono memorie di oggetti, suggestioni paesaggistiche, motivi ornamentali che la lavorazione dei materiali riconduce a una comune sensibilità pittorica. La personale Immagine immaginaria immaginata, da Assab One a Milano, ne restituisce la continuità attraverso un allestimento nel quale ogni variazione di scala comporta un diverso modo di osservare.

Le opere di Elena El Asmar da Assab One a Milano
Le grandi tele, montate su strutture lignee, compongono un’architettura nell’architettura, un tempietto attraversabile entro cui raccogliersi. Le aperture fra i pannelli lasciano intravedere altri dipinti, mentre i retri introducono una pausa nella successione delle superfici colorate. Avvicinandosi, si scoprono i piccoli quadri posati sui telai: presenze discrete che chiedono di abbandonare la veduta d’insieme per seguire un contorno, una stesura, la disposizione di pochi segni. È attraverso questa alternanza che l’ambiente acquista la propria misura interiore.
La superficie come paesaggio per Elena El Asmar
Nei grandi tessuti, lavorati con acrilico e candeggina su raso di cotone, la stesura e la decolorazione generano una trama di ramificazioni, addensamenti e lacune. Il procedimento lascia tracce riconoscibili, la cui articolazione suggerisce forme vegetali, affioramenti minerali, particolari di una veduta osservata da una distanza incerta. Le tonalità rosate, violacee e ramate emergono dai fondi con intensità differenti; talvolta si raccolgono in nuclei fitti, altrove si disperdono fino a conservare appena l’impronta di un passaggio. Il colore sembra recare le conseguenze di un’esposizione prolungata, di un tempo trascorso nella materia. Tale impressione dipende anche dall’instabilità del rapporto fra figura e fondo: lo sguardo può seguire una ramificazione oppure indugiare nelle zone che la separano dalle altre, riconoscendo a entrambe un’identica consistenza. La scala amplifica questa ambiguità. Un dettaglio della lavorazione assume l’estensione di una conformazione naturale; una zona dilavata introduce una lontananza atmosferica. Nell’allestimento, la carpenteria dei sostegni riporta queste suggestioni alla costruzione fisica del dipinto. Il legno, i margini del tessuto e le traverse dei telai rimangono esposti, partecipando alla scansione della sala. Ne deriva un’architettura leggera, la cui intimità nasce dalla successione delle quinte e dalla possibilità di abitarne gli intervalli.
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Il senso della ricerca di El Asmar nei piccoli dipinti
Sui telai delle grandi tele, i piccoli dipinti raccolgono un repertorio di forme essenziali: profili ondulati, cerchi, festoni puntiformi, sagome stellate. Vi affiorano parentele con recipienti, corolle e specchi d’acqua, trattenute entro una figurazione che ammette slittamenti e sovrapposizioni di senso. La linea circoscrive una forma, ne ripercorre il margine, poi devia introducendo un’altra possibilità di lettura. Il colore conserva le variazioni della stesura e conferisce a ciascun elemento una densità particolare, prossima a quella di una cosa lungamente custodita. In questi piccoli campi si rintraccia una sintesi della ricerca di El Asmar: l’osmosi fra segno e memoria, fra poesia e paesaggio mentale e immaginifico. L’ornamento vi esercita una funzione ordinatrice, ma reca anche l’eco di un’esperienza: un interno, una suppellettile, un’immagine della quale il ricordo ha preservato soltanto alcuni caratteri.
I “Siparietti” in mostra a Milano
Nei Siparietti, il collage di carte da lucido colorate trasferisce questa concentrazione in una costruzione per piani. Ogni ritaglio possiede un profilo autonomo, che la sovrapposizione mette in relazione con quelli contigui. La traslucidità permette alle parti sottostanti di concorrere alla tonalità del campo: il colore si addensa dove più fogli coincidono, si alleggerisce nelle porzioni isolate, acquista lungo i bordi una diversa evidenza. La profondità si misura su scarti minimi, sufficienti a modificare l’equilibrio della composizione. Il titolo dichiara una sensibilità teatrale che riguarda anzitutto l’organizzazione dello spazio, la disposizione delle quinte, la delimitazione di una scena raccolta. A sostenerla è una regia cromatica fatta di avanzamenti e arretramenti, pause, rispondenze fra i margini. Anche l’ombra prodotta da un bordo partecipa al disegno, rendendo percepibile la separazione fra due strati.
Dal foglio all’architettura
Rimane qualcosa della pagina e della sua intimità, ma il foglio ha ormai acquisito una funzione costruttiva: accoglie una piccola architettura, la cui apparente fragilità corrisponde a un’esatta economia di rapporti. Lo sguardo è chiamato a percorrerla lentamente, distinguendo il colore proprio della carta da quello generato dall’incontro con un’altra superficie. Adelina von Fürstenberg, nel testo di presentazione, osserva: “Gli arazzi, le forme dei vasi e i dipinti di El Asmar agiscono come veli che lasciano passare o trattengono la luce”. Nei Siparietti questa lettura trova una verifica puntuale: l’immagine prende consistenza attraverso la reciproca interferenza delle sue parti, conservando visibile il processo che le ha riunite.
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Le forme del ricordo secondo Elena El Asmar
Nella scultura L’esercizio del lontano, il rapporto fra superficie e profondità investe il corpo della scultura. Il rivestimento tessile segue le curvature del recipiente in vetro, si raccoglie nelle strozzature, distende il proprio reticolo sulle parti più ampie. La trama sovrappone al volume una seconda descrizione, che ne sottolinea il profilo e contemporaneamente lo suddivide in episodi minuti. Fra involucro e oggetto si stabilisce una tensione tattile: l’intreccio suggerisce il contatto, mentre la trasparenza del vetro rende più incerta la consistenza del corpo. La familiarità del vaso acquista così la distanza delle cose ricordate, delle quali sopravvivono soprattutto una proporzione, un’inflessione del contorno, un particolare ornamentale. Scrive von Fürstenberg: “I paesaggi della memoria di Elena El Asmar, sospesi tra l’Oriente e l’Occidente, mi ricordano Shihâboddîn Yahyâ Sohrawardî (1155-1191), mistico e poeta persiano”. Il riferimento orienta la lettura verso il valore conoscitivo dell’immaginazione, che le opere restituiscono attraverso la trasformazione delle forme familiari e l’elaborazione dei materiali.
La mostra dialoga con lo spazio di Assab One
Assab One accoglie questo lavoro entro una storia legata, a sua volta, alla produzione delle immagini. Elena Quarestani, fondatrice e anima dello spazio, ha avviato nel 2002 l’attività espositiva nell’ex stabilimento GEA–Grafiche Editoriali Ambrosiane, dove si stampavano libri, cataloghi d’arte ed enciclopedie. La fisionomia industriale, in gran parte conservata, entra nella mostra attraverso il ritmo delle travi, l’estensione del pavimento, la successione delle prospettive. Entro questa struttura El Asmar dispone un’architettura più intima, capace di accordare la vastità della sala alla concentrazione dei piccoli dipinti. È qui che la mostra raggiunge il proprio esito più persuasivo: nella corrispondenza fra l’ampiezza di un luogo e la precisione di un’immagine. Il profilo di una coppa, una stella, una linea che s’incurva trattengono il ricordo di un mondo; la pittura gli concede una nuova dimora.
Lorenzo Madaro
Milano // fino al 28 novembre 2026
Elena El Asmar. Immagine immaginaria immaginata
ASSAB ONE – Via Privata Assab, 1
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