Alla Reggia di Venaria va in mostra la grande pittura del Novecento. Da Matisse a Bacon: la recensione

Attraverso sessanta capolavori dal Musée des Beaux-Arts di Lione, la nuova mostra alla Reggia di Venaria traccia le trasformazioni formali e le ossessioni che hanno attraversato la pittura del Novecento. Fino al 14 febbraio

Si intitola Atelier dei Moderni la mostra che, negli ambienti della Reggia di Venaria, attraversa i protagonisti dello scorso secolo, da Matisse a Picasso, da Braque a Bacon. Le sedici sezioni offrono un’impalcatura nitida alla mostra, accompagnando il visitatore con misura, anche se lungo le sale non sempre si coglie il senso profondo di alcuni dialoghi tra le opere. La curatela di Sylvie Ramond preferisce adagiarsi sulla bellezza incontestabile dei capolavori e sull’autorevolezza dei loro maestri. Resta un pizzico di nostalgia per una traccia più audace, che sapesse schiudere uno sguardo inaspettato su un Novecento i cui protagonisti crediamo ormai di conoscere fin troppo bene.

“Atelier dei Moderni” alla Reggia di Venaria, Installation View, ph: Andrea Guermani
“Atelier dei Moderni” alla Reggia di Venaria, Installation View, ph: Andrea Guermani

Atelier dei Moderni: la mostra alla Reggia di Venaria

Nel Violino di Braque, del 1911, lo strumento va cercato fra grigi e bruni, seguendo una corda, una voluta, un frammento che sembra affiorare e subito rientrare nella superficie. Poco più avanti, i cerchi di Robert Delaunay fanno un lavoro diverso: in Ritmo è il colore a organizzare lo spazio e a suggerire un movimento. Fra queste due opere non c’è soltanto un cambiamento di stile. Cambia ciò che viene chiesto agli occhi: prima riconoscere un oggetto scomposto, poi seguire una forma che non deve somigliare a nulla. La mostra lascia spazio anche alle conseguenze meno ordinate di queste ricerche. In La credenza del Catalan, dipinta da Picasso nel 1943, un mobile e una fruttiera diventano forme tese, quasi aggressive.

Più avanti la materia della pittura si fa ruvida, il nero trattiene o restituisce la luce, la figura umana torna a occupare la tela senza ritrovare necessariamente la propria integrità. Non tutto discende da Braque e Picasso; non tutto conduce a Bacon. È la qualità del percorso: mostra artisti che hanno lavorato su problemi condivisi, arrivando spesso a esiti incompatibili. Le circa sessanta opere provengono dal Musée des Beaux-Arts di Lione. Alcune raffigurano direttamente uno studio; lungo le sale compaiono anche fotografie degli atelier degli artisti. Il titolo, però, non indica solo un luogo. Suggerisce un modo di lavorare fatto di sguardi reciproci, tentativi e deviazioni. Davanti a certi quadri si vede perfino dove il pittore ha cambiato idea, o dove ha scelto di fermarsi. La visita non conserva un ritmo costante. Ci si avvicina a una tela, si torna indietro, un’immagine assorbe più tempo di quanto si prevedesse. Alla fine rimane la mostra nel suo insieme, certo. Ma tre immagini si staccano dalle altre.

Atelier dei Moderni. Un coltello, un volto, un numero

La prima è il coltello di La Femme au couteau (1950) di Wifredo Lam. La figura sta lì al centro, frontale, con due mani enormi attorno alla lama puntata verso chi guarda. Il corpo passa dall’anatomia femminile a forme vegetali e animali; la pittura è così magra che la trama grossa della tela resta visibile. Ha qualcosa di totemico. In Lam la lezione cubista e surrealista incontra un universo culturale e rituale afrocaraibico, senza che l’immagine si lasci ridurre a una sola appartenenza. Davanti al quadro verrebbe da chiedersi se quella figura sia una divinità, un guardiano, o quale gesto stia per compiere. Poi lo sguardo torna al coltello. La lama pone un limite a tutte le spiegazioni. C’è poi il volto quasi vuoto di Katia con la camicia gialla (1951), l’ultimo dipinto di Henri Matisse. Il giallo della figura incontra il blu dello sfondo senza che i passaggi siano nascosti. Il colore appare fluido, il tratto rapido; da vicino si seguono le pennellate e i punti in cui il disegno resta esposto. La superficie dà quasi l’impressione che il lavoro sia appena finito. Nessuna stanchezza, in questo tratto essenziale. Matisse lascia andare il dettaglio descrittivo, ma non la presenza della modella. Il viso non permette di riconoscerla attraverso i lineamenti, eppure Katia è tutta lì, nella postura e in quel giallo. Un terzo dettaglio, più discreto, compare sul lato sinistro di Studio per una corrida n. 2 (1969). Al centro della pista Bacon fonde toro e torero in un groviglio di carne bruna e malva, stagliato contro un arancione quasi accecante. A margine spunta un 5 racchiuso in un cerchio. Ha l’aria di un’indicazione dell’arena e una freddezza grafica quasi pop. L’occhio vi si ferma, forse per cercare un punto stabile. Subito dopo torna ai corpi. Per me, che a Bacon torno sempre, quel numero evoca anche il quinto toro: la tensione di una corrida che si avvicina alla fine. È un’associazione mia, nata anni fa, non la spiegazione del segno dipinto da Bacon. Il 5 funziona già così com’è, leggibile e ordinato accanto a una scena in cui uomo e animale diventano difficili da separare. Fra le tre opere che Bacon dedicò alla corrida nel 1969, questa resta forse la più potente.

Fuori dalle sale della Venaria

Nell’atelier dei moderni si sperimentano forme, colori e modi di trattare la materia. Ma davanti a queste opere si avverte anche un’altra ricerca: che cosa può succedere a chi guarda un’immagine? La lama di Lam mette in allerta; il volto incompleto di Katia trattiene vicino al quadro; il numero di Bacon offre un appiglio dove la scena non concede alcun ordine. È una delle strade che la pittura moderna apre all’arte contemporanea. L’immagine non conta solo per ciò che raffigura, ma per l’esperienza che riesce a produrre. Parlare di una forza emotiva invece che estetica sarebbe però inesatto: sono proprio le scelte pittoriche a farla nascere. Bacon non avrebbe lo stesso effetto senza quell’arancione, Lam senza la direzione della lama, Matisse senza aver lasciato il volto di Katia quasi vuoto. Fuori dalla mostra, il percorso si accorcia nella memoria. Il coltello. Il giallo. Quel 5. Poi, a ripensarci, tornano anche le sale che li separavano.

Antonino La Vela

Venaria Reale // fino al 14 febbraio 2027
Atelier dei Moderni. Matisse, Braque, Picasso, Bacon
REGGIA DI VENARIA – Piazza della Repubblica, 4
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Antonino La Vela

Antonino La Vela

Antonino La Vela (Marsala, 1971) è artista, scrittore e ricercatore indipendente. Vive e lavora a Torino. La sua ricerca attraversa arte contemporanea, politica, ecologia, genere, identità e tecnologie, con particolare attenzione ai rapporti tra visibilità, potere e responsabilità. Scrive di…

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