La minaccia dell’invasione russa raccontata nel Padiglione lituano alla Biennale di Venezia  

Con l’omaggio alla studiosa fuggita dall’Unione Sovietica Marija Gimbutas, l’artista Eglė Budvytytė costruisce un progetto politico che richiama alla ciclicità della storia. Le invasioni del nostro passato, la cultura, la civiltà richiamano inevitabilmente al nostro presente

Se la Biennale Arte del 2026 con il suo titolo In Minor Keys, con il suo albero di mango che sparge semi e genera nuove forme di vita, con l’invito a ritrovare anche nell’arte una vocazione spirituale sarà la platea delle voci minori, dei sussurri, dei racconti dove non c’è spazio per l’arroganza e le urla del mondo, allora il canto che l’artista-coreografa-performer filmmaker ed anche un po’ antropologa, Eglė Budvytytė (Kaunas 1981) intona dal padiglione della Lituana sarà una delle più complesse e limpide voci di questo coro.  

Eglė Budvytytė, animism sings anarchy, 2026. Three - channel film installation, 16 mm film transferred to 4K projections, 40 min. ©Eglė Budvytytė, 2026
Eglė Budvytytė, animism sings anarchy, 2026. Three – channel film installation, 16 mm film transferred to 4K projections, 40 min. ©Eglė Budvytytė, 2026

Il video di Eglė Budvytytė al Padiglione lituano a Venzia

Animism sings anarchy tecnicamente è un video in 16mm proiettato su più schermi in un buio e fascinoso edificio a due piani, scorticati quanto basta. Un ex bottega in Calle San Lorenzo abbandonata da oltre vent’anni e recuperata come centro culturale dal titolo adatto al momento: “Fucina del futuro” (Castello 5063/B).  

Ma il futuro in questo Padiglione è fuso con il passato, sciolto in una visione che annulla il tempo e che unisce le società neolitiche al paganesimo di cui la Lituania nel Medioevo fu l’ultimo baluardo d’Europa e soprattutto alle teorie di una straordinaria studiosa, Marija Gimbutas (Vilnius 1921- Los Angeles 1994), fuggita negli Stati Uniti dopo l’annessione del suo paese all’Unione Sovietica e alla quale l’intero progetto è dedicato. 

Archeologa, antropologa, etnologa, linguista, scienziata, storica delle religioni la Gimbutas fu una di quelle studiose dalle menti visionarie, talmente assetate di conoscenza e prive di pregiudizi, che qualsiasi etichetta le si voglia attribuire risulta riduttiva. Forte di una ricerca che la portò ad indagare la Preistoria con metodi del tutto nuovi, unì linguistica e scavi archeologici, raccolse decine di migliaia di reperti, usò per prima al mondo la datazione al radio carbonio.  
Ed è così che elabora una teoria secondo la quale L’Europa d’età neolitica fu abitata da una società pacifica, matrilineare, governata da donne sacerdotesse e devota a divinità tutte femminili.  

Eglė Budvytytė, animism sings anarchy, 2026. Three - channel film installation, 16 mm film transferred to 4K projections, 40 min. ©Eglė Budvytytė, 2026
Eglė Budvytytė, animism sings anarchy, 2026. Three – channel film installation, 16 mm film transferred to 4K projections, 40 min. ©Eglė Budvytytė, 2026

L’omaggio a Marija Gimbutas 

Una cultura che tra il 4500 e il 3000 a.C., viene soggiogata e annientata dall’invasione dall’Est di popoli bellicosi che conoscono l’uso del cavallo, arrivano ad ondate da una zona tra gli il Volga e gli Urali, parlano una lingua protoindoeuropea e travolgono la società agricola e pacifica dell’Europa centrale imponendo una cultura guerriera, patriarcale, gerarchica. Nelle descrizioni della Gimbutas appare chiaro che la civiltà dei conquistatori non era affatto più evoluta di quella della pacifica società agraria che finirà per soccombere, ma solamente più aggressiva e primitiva. 

Ed è chiaro che rendere in questo momento omaggio a Marija Gimbutas nel padiglione nazionale ha per l’artista e per la Lituania un valore politico e che ogni riferimento a invasioni del nostro presente “non è puramente casuale”. Soprattutto in una Biennale dove la presenza del padiglione della Russia sta facendo esplodere l’indignazione dei paesi che più da vicino sentono la minaccia dell’esercito di Putin. 

La questione russa alla Biennale di Venezia 

Ma in verità lo spirito con cui nasce questo progetto non è solo la cronaca. Affonda le radici in una eternità di simboli e riti che porta Eglė Budvytytė dalla Lituania al nostro Sud, in uno dei siti più misteriosi e magici che la Puglia conservi e che fu profondamente studiato dall’archeologa antropologa: Grotta Scaloria, vicino Manfredonia. 

Un luogo talmente misterioso per la presenza di stalagmiti dallo stillicidio talmente generoso da formare sotterranee vasche e laghetti. È lì che venivano officiate pratiche di culto e rituali sepolture in omaggio alla Grande Dea in grado di trasformare la roccia in acqua, il bene più prezioso in quelle torride regioni. 

“Nella caverna superiore, attigua all’entrata di quella inferiore, furono rinvenuti 137 scheletri, molti dei quali in una sepoltura collettiva e con tracce di tagli particolari alla base dei teschi. Forse vi venivano celebrati i Misteri della Morte e Rigenerazione. Il ciclo di rigenerazione è riflesso nella forma uterina della grotta, nell’acqua vitale in basso e nelle stalagmiti in costante processo di formazione…”, scrisse la Gimbutas in uno dei suoi più celebri libri Il linguaggio della dea. 

La poetica di Eglė Budvytytė all Biennale di Venezia 2026

Ed è in questa grotta, uno dei complessi funerari e rituali più elaborati del Neolitico italiano, oggetto di pellegrinaggio da parte dei  villaggi preistorici che allora abitavano il Tavoliere che Eglė Budvytytė ambienta la sua poetica e insieme perturbante messa in scena per tradurre la ricerca archeologica in emozioni, movimenti e stati alterati di coscienza per “caricare di possibilità anarchiche i reperti archeologici, le melodie polifoniche e le coreografie tremanti” spiega la curatrice Louise O’Kelly.  

Del resto, Budvytytė aveva già cantato un’altra lunga melodia nella Biennale di Cecilia Alemani per la mostra internazionale Il Latte dei Sogni. E quella volta con Sings of the Compost aveva fatto vibrare i corpi dei suoi performer tra le foreste di licheni e le dune di sabbia della penisola dei Curoni in Lituania per dar voce alle creature messe a tacere dalla presunzione e dal predominio dell’uomo sulla natura: un’ibridazione di corpi umani e di animali, piante, batteri e funghi resa possibile attraverso un processo creativo elaborato. Lo stesso che vediamo accadere in Puglia, dove le estasi e le trance dei performers che si bagnano tra le vasche di sepoltura, quasi morendo e tornando in vita, vengono alternati ai manufatti che la Gimbutas studiò e classificò e che ora ci parlano dalle vetrine del Museo delle Civiltà di Roma. 

Un’opera ambiziosa al Padiglione lituano

E avverte Lolita Jablonskien, commissaria del padiglione ma anche direttrice della National Gallery of Art di Vilnius, che “questo è uno dei lavori più ambiziosi dell’artista fino ad oggi. Opera che attinge a idee e teorie attraverso tempi e geografie diverse, riportando alla luce connessioni dimenticate o soppresse tra il visibile e l’infinito”. 
Una visione dove il passato più profondo si mescola alle promesse del futuro e alle incertezze del presente nei movimenti incontrollati dei performer, nelle rielaborazioni delle stampanti in 3D di manufatti preistorici, nell’uso del corpo come strumento di conoscenza, nelle riprese tra le sale di un museo che ci parla di convivenza fra le Civiltà (al plurale), nella necessità di un rito che ci riconnetta agli elementi primari Acqua-Fuoco-Terra. E questo concatenarsi di immagini ci proiettano in un altro tempo a scoprire le tracce della cultura degli antenati da cui tutti abbiamo origine. Una cultura europea di pace che nonostante le ripetute sconfitte ci ha insegnato che coltivare, tutelare e condividere sono valori di sopravvivenza per la specie umana e per tutte le creature del pianeta. Allora come oggi. 

Alessandra Mammì 

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