La storia misteriosa di Stom. Artista seicentesco autentico rompicapo per gli studiosi di ogni epoca
Non si sa quando sia morto, né dove. Restano le opere, assai numerose. Quasi trecento, ma una sola datata, e pochissime firmate. La Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia gli dedica la prima mostra monografica in Italia (la seconda al mondo)
Una vita in chiaroscuro. Segnata dal contrasto tra luci e ombre. La luce delle candele che rischiara i suoi quadri più belli. L’ombra del mistero che avvolge la sua laconica biografia.
Il nome è certo: Matthias. Già il cognome è dubbio. Stomer, fino a qualche tempo fa. Oggi, rilette le sue (rare) firme, accorciato in Stom. Si sa che era un “tedesco”, ossia un nordico. Nato intorno al 1600. Forse in Olanda, o forse (più probabile) nelle Fiandre meridionali (attuale Belgio).
Chi era Stom
Ad Anversa conosce Rubens, genio barocco, “delle cui iconografie e della pennellata sciolta si ricorderà nel suo percorso”. A Utrecht incontra Gerrit van Honthorst, da noi ribattezzato Gherardo delle Notti, al quale verrà spesso affiancato, e col quale sarà talvolta confuso, per via della suggestiva scelta di accendere “a lume di notte” i suoi dipinti.
Presto parte per l’Italia. Un viaggio di formazione d’obbligo, per gli artisti d’oltralpe.
E un’occasione per cercare nuovi committenti. Vive e lavora, con crescente successo, presso committenti laici e religiosi, dapprima a Roma, poi a Napoli, a Palermo, a Venezia, dove le sue tracce si perdono. Non si sa quando è morto, né dove. Restano le opere. Assai numerose. Quasi trecento. Ma una sola datata, e pochissime firmate. Di soggetto perlopiù sacro, con qualche escursione nell’iconografia storica (e stoica: piace ai nobili siciliani, in simbolica funzione di resistenza antispagnola). Opere esposte nei musei di mezzo mondo. Ben quotate sul mercato antiquario. Classificate sotto il segno del naturalismo caravaggesco. Non di rado scambiate, negli antichi inventari, con quelle di maestri suoi contemporanei: Caravaggio stesso, Gherardo delle Notti, Ribera, Serodine, Seghers, De Boulogne.
Il mistero intorno alla figura di Storm
Rari i documenti che parlano di lui. Ecco gli atti di battesimo dei quattro figli, tutti “illegittimi”, dove il nome della madre non figura, o viene definita “amicha”, non è chiaro se per egoismo maschilista o per rifiuto ideologico del matrimonio. Una denuncia del Sant’Uffizio lo accusa di eresia. Denuncia archiviata, ma il sospetto rimane. Che Matthias sia un “nicodemista”. Cioè uno di quei protestanti che in pubblico si fingevano cattolici per evitare guai con l’Inquisizione. Come, appunto, Nicodemo, il notabile fariseo che nel Vangelo di Giovanni va a fare visita a Gesù di nascosto, nottetempo, per timore di ritorsioni.
Poco noto al grande pubblico, amato dai collezionisti, Stom è un intrigante rompicapo per gli studiosi. Roberto Longhi ne possedeva un paio, e convocò un suo quadro nella storica “Mostra del Caravaggio” (1951, Milano, Palazzo Reale). Sulla scia di Longhi, tra filologia, attribuzionismo e bella scrittura, si muove Gianni Papi, uno dei nostri più autorevoli caravaggisti, curatore della rassegna “Matthias Stom. Un caravaggesco nelle collezioni lombarde” allestita fino al 15 febbraio alla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia (promossa dal Comune e dalla Fondazione Brescia Musei, con il sostegno di BTL, Banca del Territorio Lombardo, catalogo Skira).
La prima mostra monografica su Stom
È la prima esposizione monografica di Stom in Italia. La seconda al mondo (dopo Birmingham 1999). Ha pesato, forse, l’anatema di uno studioso che pure gli ha dedicato anni di ricerche, Benedict Nicolson. Secondo lui Stom, seppur bravo, “non prende mai il volo”. È un pittore monotono, ripetitivo. “Una grande mostra su Stom sarebbe una catastrofe”, sosteneva Nicolson, perché il pubblico finirebbe per annoiarsi.
Papi non è d’accordo. Stom, racconta, è forse discutibile dal punto di vista umano, “irrequieto, errabondo, con una dose di sventatezza e di egoismo, stravagante, di indole ribelle, controcorrente”. Ma di fronte ai suoi quadri, “di qualità indiscutibile”, tanto di cappello: “Si resta ammirati, se non sbalorditi, dalla potente immaginazione compositiva e dalla sua capacità di organizzare le scene”. Osservandoli a Brescia, gli si dà ragione.
L’occasione della mostra è il recente arrivo in Pinacoteca di due inediti di Stom, concessi in comodato da un collezionista bresciano. Accanto a questi, Papi schiera un’altra decina di quadri, provenienti da musei, collezioni, chiese, conventi lombardi.
Sono riuniti in una sala a metà del percorso del museo. Non abbiate fretta di raggiungerla. Godetevi, lungo il cammino, lo splendido patrimonio della Tosio Martinengo: da Raffaello a Hayez, passando per i tre assi di colori del Rinascimento bresciano: Moretto, Savoldo, Romanino.

L’esposizione a Brescia
Ma eccoci alla mostra. Apre coi due inediti, inviati alla fine del ‘700 a Bergamo da un collezionista romano, e curiosamente inventariati nell’800 come “Bambocciate”. Cioè quadri di genere, “famigliari e scherzevoli”. Si tratta in realtà di episodi sacri, di uguali dimensioni, probabilmente concepiti in pendant per la devozione privata: Esaù vende la primogenitura a Giacobbe e la Negazione di San Pietro, dove “la presa diretta su corpi e volti, senz’altri orpelli che possano distrarre” fa pensare al prototipo di Caravaggio conservato al Met di New York.
L’impressione suscitata dalla Vocazione di Matteo di Caravaggio vista a Roma in San Luigi dei Francesi ispira Stom nell’Incredulità di San Tommaso. Il gesto ampio, elegante, autorevole del braccio di Gesù là invitava Matteo a seguirlo, qui apre a Tommaso la visione del costato.
Soffia una “brezza caravaggesca” anche sul tenero volto di San Giovanni Battista, raffigurato come un ragazzino assorto e stupito che impugna una croce di canne e osserva una ciotola piena di acqua, profezia del battesimo di Gesù nel fiume Giordano.
Nella Guarigione di Tobia, uno dei capolavori di Stom, sorprendono il virtuosistico panneggio della veste dell’angelo e il pesce, da cui Tobia ha tratto l’unguento che guarirà il padre dalla cecità: uno splendido brano di natura morta che pare esportato da un mercato fiammingo. Nel Cristo fra i dottori, già riferito a Caravaggio, Papi suggerisce, osservando il volto scavato di un anziano, un legame con Serodine, ribadito anche da una pittura “diventata più acciaccata, terrosa”. Dopo un Cristo sulla via del calvario, con un Cireneo che forse è Stom stesso in autoritratto, e altre opere, la mostra si congeda con un grande quadro di soggetto storico, Giuseppe Flavio che predice a Vespasiano che diventerà imperatore.
Il finissage della mostra di Stom a Brescia
Manca all’appello, tra le tele lombarde di Stom, solo l’imponente Assunzione della Vergine e santi, alta quasi 4 metri e larga quasi 3. Troppo complicato spostarla dalla chiesa dell’Assunta di Chiuduno (Bergamo). Se trovate il tempo, vale la gita.
Un’altra gita, sulle tracce di Stom, andrà suggerita a Genova, dove il Museo Diocesano espone un’inedita Natività. L’ha scoperta un anno fa, in un convento francescano cittadino, lo storico dell’arte Giacomo Montanari (nel frattempo nominato Assessore comunale alla Cultura della Giunta di Silvia Salis). Indagata con tutti i più sofisticati strumenti diagnostici, restaurata (grazie a un finanziamento della Casa di cura Villa Montallegro) e studiata da un pool di specialisti (è tutto raccontato nei testi in catalogo, Sagep Edizioni), resterà al Diocesano almeno per un paio d’anni, in attesa di una collocazione definitiva.
Per ulteriori “Riflessioni su Matthias Stom e il suo percorso” l’appuntamento è con la Giornata di Studi organizzata da Gianni Papi il 12 febbraio alla Tosio Martinengo, in occasione del finissage della mostra bresciana.
Armando Besio
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