Il mercato dell’arte è diventato noioso?
Sono anni che il mercato dell’arte non regala più emozioni. Gli stessi nomi di artisti iper-quotati ricorrono nelle aste più importanti del mondo, come se il settore si fosse rigidamente strutturato provocando una stasi deleteria sia sotto il profilo economico che culturale
L’unica cosa che varia tra un anno e l’altro è il valore delle quotazioni. I nomi, ovvio, sono quasi sempre gli stessi. Così si passa dalla rarità alla reiterazione.
Giusto per capirci. Ecco la top-ten del 2025, dal podio alla numero 10: Klimt, Klimt, Klimt, van Gogh, Rothko, Kahlo, Basquiat, Mondrian, Picasso.
Ecco quella del 2024: Magritte, Ruscha, Monet, Basquiat, Magritte, Warhol, Monet, van Gogh, Rothko, van Gogh.
Quella del 2023: Picasso, Klimt, Monet, Basquiat, Klimt, Bacon, Rothko, Diebenkorn, Rousseau, Picasso, Magritte.
2022: Warhol, Seurat, Cézanne, van Gogh, Gauguin, Klimt, Freud, Warhol, Basquiat, Magritte,
Infine, ecco i top-lot del 2021: Picasso, Basquiat, Botticelli, Rothko, Giacometti, van Gogh, Monet, Beeple, Pollock, Twombly.
È impensabile che una tale ripetitività sia dettata esclusivamente da un gusto omologato imputabile esclusivamente a chi acquista.

La conformazione strutturale insita nel mercato dell’arte
Si tratta piuttosto di una conformazione strutturale, in cui chi acquista un Picasso, un Klimt, o un Basquiat, sa con una certa dose di sicurezza che al netto dell’impensabile, se decidesse di reimmettere sul mercato quell’opera troverà un acquirente.
Una sorta di usato garantito. Una sorta di mercato dei BTP, a forma d’opera.
È indubbio che in queste fasce di prezzo chi acquista un’opera vada necessariamente verso una dimensione consolidata, ed è altrettanto chiaro che non sono numerosissimi i soggetti che possono posizionarsi in questo segmento.
Il settore dell’arte, rispetto ad altri risulta paradossalmente più statico
Se però abbandoniamo ciò che sappiamo del mercato dell’arte e lo compariamo con altre tipologie di “prodotto”, emerge che quello dell’arte è un settore piuttosto statico. Automotive, finanza, moda, media, chip, nautica, immobiliare, e tantissimi altri segmenti presentano senza dubbio una certa regolarità, ma gli outsider sono ovviamente sempre dietro l’angolo.
Si può certo argomentare che a differenza degli altri segmenti il mercato dell’arte è caratterizzato da una minore concorrenza perché, soprattutto a queste cifre vengono battuti esclusivamente i grandi maestri riconosciuti come geni assoluti fuori dal tempo, e che quindi, oltre ad essere espressione di tempi passati, hanno anche una storicizzazione importante.
Senza dubbio un’osservazione corretta, che è certamente strutturale, è che, esclusi dei casi eccezionali, è davvero difficile che un contemporaneo possa assumere un tale status per arrivare a competere con quelli che senza dubbio sono i protagonisti della storia dell’arte.
Un corollario è che, chiaramente, questi artisti hanno realizzato un numero che, per quanto grande o piccolo possa essere, è senza dubbio “finito”. L’intera produzione di Monet non è infinita, e tenendo in considerazione i precedenti scambi e le precedenti acquisizioni, l’ingresso nel mercato di un’opera di Monet o di Klimt rappresenta di per sé una circostanza eccezionale.
La ridondanza dei top-lots nel mercato dell’arte: sintomo di una stasi del gusto
Pur tenendo conto di tutti questi aspetti, però, la ripetitività dei top-lots evidenzia in ogni caso una certa vischiosità del gusto, di certo sostenuta dai meccanismi di prezzo che vengono utilizzati.
Per quanto gli artisti che possano competere con quelli che sono stati i protagonisti di questi anni siano effettivamente pochi, e per quanto per molti di essi non esistano effettivamente opere sul mercato, è piuttosto improbabile che siano esclusivamente questi fattori a determinare i risultati osservati.
Per assolvere realmente alla propria funzione, il mercato dell’arte dovrebbe favorire anche nelle dimensioni apicali una eterogeneità di fondo, altrimenti si rischia di trasformare quella che è forse una delle più cangianti testimonianze dell’essere umano in un oligopolio non solo economico e strutturale, ma anche espressivo.
Sia sotto il profilo economico che culturale, assistere ad altri dieci anni di battute record a suon di Basquiat, Warhol e Monet, con qualche incursione di Rothko e pochi altri, non sembra propriamente una prospettiva allettante.
Stefano Monti
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