Cronache di un’asfissiante intimità. Jacopo Zambello è in mostra a Venezia 

Tappeti, libri, mobili, vestiti. E cinque ritratti di uno stesso soggetto. Alla galleria 10 & zero uno, il giovane pittore Jacopo Zambello costruisce il racconto di una intimità tanto confortevole da diventare opprimente

Nel gergo espositivo chiamiamo “personale” una mostra che espone opere di un unico artista. Si tratta di un termine tecnico, certo, e tuttavia fallace – almeno nella misura in cui non ne si considera l’ambiguità. Di davvero personale, in molte personali, c’è davvero poco: molto più onesto parlare di monografia, o di solo show per essere internazionali. Più triste, più distaccato, e quindi perfetto per tutte quelle mostre che pretendono di veicolare la pratica di un artista appendendone banalmente le opere alle pareti. Ci sono occasioni, invece, per cui la parola “personale” non solo è altamente indicata, ma diventa insostituibile. E questo è il caso di Sprofonda ovunque, l’ultima mostra di Jacopo Zambello (Rovigo, 1999), alla galleria veneziana 10 & zero uno. 

L’allestimento domestico della mostra di Jacopo Zambello 

Per l’occasione, la galleria di Via Garibaldi (il cui passato di macelleria è tuttora in parte visibile) si presta ad un’ulteriore riscrittura dei suoi spazi che, con la precisa curatela di Niccolò Giacomazzi, ci accolgono in un’inedita veste domestica, vintage, quasi scapigliata, ma senza strafare. Mobili, lampade, libri, un giradischi e i relativi vinili, ma anche vestiti e tappeti. E dipinti. Non più uniche protagoniste dell’ambiente – appese a parete, appoggiate a terra e persino nascoste in fondo a una “cabina armadio” – le opere di Jacopo Zambello stressano ulteriormente quell’atmosfera di intimità già evocata dall’arredamento. E la saturano al punto da renderla opprimente, quasi irrespirabile.  

Jacopo Zambello, Sprofonda ovunque. Installation view, 10 & zero uno. Photo Filippo Molena
Jacopo Zambello, Sprofonda ovunque. Installation view, 10 & zero uno. Photo Filippo Molena

La pittura di Jacopo Zambello in mostra a Venezia 

I dipinti, di diverse dimensioni, sono minuziosi ritratti di un giovane dai capelli corti, la barba rada quanto i peli sul petto e sul ventre, quando non è coperto dalle lenzuola fiorite che ricorrono in quattro dei cinque lavori. A far da sfondo del quinto – Annegare in se stesso (2025) – è invece lo stesso tappeto che ci accoglie nella galleria: più che un oggetto di scena, pare una materializzazione della dimensione pittorica, da essa direttamente scaturita. Come se fosse il dipinto a dotare il tappeto di uno statuto di realtà, e non viceversa. Se nelle altre opere ci viene offerto sempre un primo piano del viso o al limite del busto, questa fa eccezione: Zambello propone qui un torso completo, calibrando sapientemente la nudità. Del modello arriva a mostrarci il pube, ma non il sesso, in una felice e anche più tensiva svolta per chi sa quanto il pittore – in altri lavori – non sia certo reticente nei confronti della nudità integrale ed esplicita. Una scelta efficace che, come quella di concentrarsi su un unico soggetto, contribuisce ad attivare la curiosità come unico principio mobile all’interno di una mostra volutamente immobile. La stessa curiosità che ci costringe a domandarci chi sia il giovane ritratto da Zambello. L’unico indizio che ci viene dato è il nome, Duccio, titolo del più piccolo – e anche più prezioso – dei dipinti. Di tutto il resto non possiamo sapere nulla, nemmeno il colore degli occhi, che in tutti i cinque ritratti sono irrimediabilmente chiusi. 

Jacopo Zambello e la seduzione del torpore 

Che sia su un tappeto o tra le lenzuola, Duccio dorme. Svegliarlo è impossibile. Il suo torpore è tale che quasi sembra ci chieda di seguirlo, di lasciarci sedurre dal conforto di un letto in cui è facile sprofondare. Perché abbandonare le calde coperte di una mattina invernale? Perché lasciare una vecchia casa che ormai in tutti i suoi angoli ha preso la nostra forma? Perché prendersi la responsabilità di porre fine a una relazione ormai inerziale, e di affrontare la certezza della solitudine? A rispondere a queste domande non sono tanto le opere né il loro allestimento quanto, sorprendentemente, la loro disposizione all’alienazione. Tutta la mostra è in vendita – dai dipinti ai libri, al mobilio, ai vestiti – su Vinted. Quasi fosse roba di cui disfarsi, oggetti e soggetti usati e superabili solo privandosene del tutto.  

Alberto Villa 

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Alberto Villa

Alberto Villa

Nato in provincia di Milano sul finire del 2000, è critico e curatore indipendente. Si laurea in Economia e Management per l'Arte all'Università Bocconi con una tesi sulle produzioni in vetro di Josef Albers (relatore Marco De Michelis) e attualmente…

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