A Lugano Enrico Prampolini e Alberto Burri dialogano in una mostra che trasfigura la materia
Alla Collezione Olgiati va in scena un confronto tra le ricerche di due grandi autori del Novecento, dai “Polimaterici” di Enrico Prampolini alle plastiche di Alberto Burri. In un allestimento d’autore, a Lugano è protagonista assoluta la materia
Pochi concetti quanto quello di “matericità” sono stati oggetto di retorica nel discorso comune sulla pittura, soprattutto in Italia. Nella sua versione colta, invece, l’utilizzo sperimentale e concettuale della materia diventa uno straordinario vettore di sensazioni, di riflessioni formali che amplificano e moltiplicano i significati. Lo dimostra alla perfezione il serratissimo dialogo tra Alberto Burri (Città di Castello, 1915 – Nizza, 1995) e Enrico Prampolini (Modena, 1894 – Roma, 1956) allestito alla Collezione Olgiati di Lugano nella mostra Della materia, curata da Gabriella Belli e Bruno Corà.

Il dialogo tra Enrico Prampolini e Alberto Burri nella mostra di Lugano
Elemento costitutivo per Burri, “accessorio” fondamentale per Prampolini, la materia diventa in entrambi i casi un fattore di rivoluzione linguistica, un punto di contatto tra arte e mondo, nonché una messa in discussione e un’espansione della nozione stessa di opera d’arte. I due protagonisti vengono accostati senza essere forzati in un confronto diretto di stretta corrispondenza formale o iconografica: sono infatti separati, anche se idealmente comunicanti, i due spazi previsti per Burri e Prampolini da Mario Botta, illustre “allestitore” dell’esposizione. Nelle due sezioni, spazi concavi e convessi si alternano per un controcanto discreto alla cronologia e alle possibili somiglianze tra le due poetiche.
La quotidianità nobilitata nell’arte di Enrico Prampolini
I Polimaterici di Prampolini sono ben noti, ma qui vengono presentati in una gamma di straordinaria varietà e qualità, nella quale proprio le soluzioni più estemporanee diventano le più strutturali e grandiose. Tra le varie opere esposte, si instaura un dialogo particolarmente intenso tra i piccoli oggetti e materiali quotidiani nobilitati negli assemblaggi e le solo apparentemente più ambiziose variazioni semiastratte su tavola. E ancor più sorprendente rispetto al Prampolini maggiormente noto è il quadro che conclude la sezione su di lui, realizzato solo due anni prima della scomparsa. Tensioni astratte (1954) testimonia, infatti, il suo ingresso nella nuova astrazione del Secondo dopoguerra e fa immaginare le possibili successive evoluzioni della sua opera straordinariamente duttile.
L’attentato alla forma di Alberto Burri
L’assolutezza del quadro “conclusivo” di Prampolini fa anche da perfetto collegamento con la sezione su Burri. Qui, l’intensità e la precisione del ritmo espositivo, nonché la varietà delle soluzioni formali contemplate, consentono di vedere con sguardo rinnovato una poetica che fa ormai parte del patrimonio visivo collettivo. Dalla precisione dello spago alle slabbrature dei sacchi, dal respiro espansivo del legno alle circonvoluzioni del ferro, fino alla metamorfica e sofferente resistenza della plastica si delinea un ininterrotto dialogo, via via armonioso oppure violento, con la materia. Quello di Burri si dimostra un calibrato, allo stesso tempo istintivo e razionale attentato alla forma tradizionale del quadro. Un percorso “eroico” che, però, non cede mai al lirismo né alla retorica esistenziale, ma rimane sempre nell’ambito di una ricerca linguistica pura e proprio per questo ricca di sottintesi etici.
Stefano Castelli
Lugano // fino all’11 gennaio 2026
Burri Prampolini. Della materia
Collezione Olgiati
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