Agli Uffizi la curiosa mostra sulla fortuna delle opere in cera tra Cinquecento e Seicento

L’arte ceroplastica ha origini antiche e applicazioni svariate. Nella Firenze dei Medici incontra il gusto rinascimentale prima, e poi soprattutto l’immaginario barocco. Così le sculture in cera diventano oggetto da collezione ambitissimo. Da dicembre, tutta la storia agli Uffizi

Cera una volta. E l’errore grammaticale non c’è. Si gioca con le parole, agli Uffizi, per presentare la mostra dedicata a una curiosa produzione, nient’affatto di nicchia a cavallo tra Cinquecento e Seicento. Quasi cento opere riunite nelle nuove sale espositive dell’Ala di Ponente, al pian terreno del complesso museale fiorentino, che raccontano la fortuna dell’arte ceroplastica presso i collezionisti dell’epoca, riallacciando i fili di un gusto diffuso ma difficile da circoscrivere per la natura stessa delle immagini in cera, in gran parte scomparse a causa della deperibilità del materiale in cui erano modellate.

Alvise Dal Friso, Leda e il cigno
Alvise Dal Friso, Leda e il cigno

La storia della ceroplastica nei secoli

Testimonianze dell’arte ceroplastica sono tramandate fin dal I secolo d. C., nellaStoria Naturale di Plinio il Vecchio, che riporta a sua volta usanze ancestrali, nate probabilmente dall’uso etrusco delle maschere mortuarie, divenute poi ritratti fisiognomici con la funzione di simulacri per il culto degli antenati. Nei secoli a venire, la tradizione è mantenuta viva dalla produzione degli ex voto che i fedeli donavano in segno di riconoscenza per una guarigione o un miracolo: piuttosto economica e facile da reperire, ma anche semplice da lavorare perché malleabile, e con buona resa mimetica per la possibilità di applicarvi colori e materiali organici tra i più disparati (dai capelli alle pelli, ai denti), la cera alimenta già nella Firenze medievale un’industria delle offerte votive e delle immagini sacre.

Cera una Volta, la mostra agli Uffizi
Cera una Volta, la mostra agli Uffizi

L’arte ceroplastica a Firenze. Dagli ex voto all’estetica barocca del tempo che fugge

E la moda si perpetua a lungo, compiacendo anche la vanità di ricchi committenti: nel Quattrocento è la chiesa della SS. Annunziata ad accogliere il maggior numero di ritratti in cera a grandezza naturale della nobiltà fiorentina, ma anche dei fedeli in pellegrinaggio, tutti in cerca di protezione divina. Al Verrocchio – che tenne a bottega il più celebre ceraiolo del XV secolo, Orsino Benintendi – si deve, secondo Vasari, il merito di aver rinnovato l’arte ceroplastica migliorandone la resa anatomica ed espressiva.
Il percorso proposto dagli Uffizi, curato da Valentina Conticelli e Andrea Daninos, si concentra però sulle collezioni fiorentine d’arte ceroplastica tra XVI e XVII secolo, anche grazie a prestiti e importanti opere che tornano a Firenze dopo secoli. Nella città medicea, la produzione di opere in cera vive infatti un periodo di particolare fioritura fino alla fine del Seicento, funzionale com’è all’estetica degli scultori rinascimentali prima, e poi – per altri versi – di quelli barocchi, che plasmano figure simili al vero, anche grazie all’uso della policromia. In modo particolare, la cera, che dà forma al corpo vivo e al suo dissolversi imitando come nessun altro materiale le caratteristiche della pelle, ben si presta a rappresentare la fugacità del tempo che è motivo ricorrente e centrale nell’immaginario barocco. Dunque, una produzione prima destinata prevalentemente a santuari e siti religiosi entra a far parte delle raccolte principesche e delle più importanti collezioni private, ricercatissima e preziosa, anche per il virtuosismo degli artisti che sanno padroneggiarla.

Gaetano Giulio Zumbo, Corruzione dei Corpi
Gaetano Giulio Zumbo, Corruzione dei Corpi

La mostra sull’arte ceroplastica agli Uffizi: “Cera una volta”

La mostra, visibile dal prossimo 16 dicembre al 12 aprile 2026, propone la riscoperta di quel gusto, riportando a casa alcune opere un tempo esibite nella Tribuna degli Uffizi e a Palazzo Pitti, alienate dalle collezioni alla fine del Settecento. E accanto alla cere, dipinti, sculture, cammei e opere in pietra dura che aiutano a ricostruire il contesto. Tra i pezzi più prestigiosi, l’Anima urlante all’Inferno attribuita a Giulio de’ Grazia e la maschera funebre in gesso di Lorenzo il Magnifico, realizzata da Orsino Benintendi.
Un’intera sala sarà dedicata al più grande scultore in cera attivo a Firenze alla fine del Seicento: Gaetano Giulio Zumbo (Siracusa, 1656 – Parigi, 1701), cui si devono anche i primi, embrionali preparati anatomici in cera, che nel Settecento daranno origine alle scuole di ceroplastica nelle principali università scientifiche. Dell’artista siciliano, che operò al servizio del Granduca Cosimo III de Medici dal 1691 al 1695, sarà presentata al pubblico un’acquisizione recente delle Gallerie, La corruzione dei corpi. Zumbo si specializzò infatti nella rappresentazione in cera di temi legati alla morte, alla decadenza e alla putrefazione dei corpi, alla malattia; e per il Granduca realizzò quattro composizioni che hanno come oggetto vari stadi della decomposizione dei cadaveri umani, tra cui l’opera ora nella collezione degli Uffizi. “Con un allestimento che abbiamo voluto notturno, quasi evocatore del mondo sotterraneo degli inferi, dove dimorano le anime e le visioni scomparse” sottolinea il direttore delle Gallerie, Simone Verde “gli Uffizi regalano ai visitatori un viaggio nel tempo, nella cultura e nella più intima sensibilità della Firenze e dell’Europa tardo barocca”.

Livia Montagnoli

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