Il museo come luogo sicuro e attore di coesione sociale: tornano le talk di Open Doors

Il museo deve essere sempre di più un punto di riferimento per tutta la cittadinanza, contribuendo al benessere della comunità. Abbiamo chiesto come a Francesca Bazoli, presidente di Fondazione Brescia Musei

Il museo come luogo sicuro e interlocutore della comunità. Con questo spirito continuano gli appuntamenti del ciclo di incontri internazionale Open Doors, progetto curato dal professor Pierluigi Sacco volto a studiare la nuova missione delle istituzioni culturali e stilare una serie di policy. Promosso da Fondazione Brescia Musei, Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali e NEMO – Network of European Museum Organizations, Open Doors approda l’8 giugno 2022 al suo secondo appuntamento, sia in presenza sia online gratuitamente, dedicato a La partecipazione che unisce. Questa prospettiva punta a individuare nei musei e nelle istituzioni culturali un vero e proprio centro di coesione sociale nonché un interlocutore aperto e accogliente per contrastare discriminazione e marginalizzazione e favorire un reale scambio sociale. Un obiettivo complesso, possibile solo se l’istituzione offre al contempo alla comunità gli strumenti per avvicinarsi all’altro senza pregiudizi, entrando in una connessione che costruisce un senso di cittadinanza attiva.

Abbiamo chiesto alla presidente della Fondazione Brescia Musei Francesca Bazoli di raccontarci genesi e prospettive di questo incontro.

FONDAZIONE BRESCIA MUSEI E IL MUSEO PARTECIPATIVO

Come si contestualizza l’incontro dedicato alla partecipazione comunitaria all’interno del vostro programma sul museo partecipativo?

Questo secondo appuntamento è uno degli incontri più importanti, perché si evidenzia plasticamente il senso di tutta la serie: la partecipazione è al cuore dell’idea di cittadinanza attiva che è l’obiettivo della valorizzazione che vogliamo portare avanti. Questo incontro nasce da una serie di esigenze che abbiamo sentito come Fondazione e di cui abbiamo avuto il bisogno di inquadrare le linee teoriche, confrontandoci con le esperienze italiane ed europee – migliorando i progetti esistenti o ampliandoli, per esempio – e capire meglio quello che stiamo facendo.

In che modo la vostra esperienza ha plasmato questa visione?

Tutto parte da Brescia e dalla Fondazione, che ha accesso a una visione unitaria molto rara perché riunisce tutti i musei civici. Non solo, è anche gestita sia da soggetti nominati dal comune – che detiene la proprietà dei musei e il 92% della fondazione – sia da soggetti esterni, come fondazioni e la Camera di Commercio. Questa forma di governance evidenzia già una partecipazione civica e comunitaria, il cui lavoro che nasce da una visione condivisa sulla politica cittadina e i suoi macro obiettivi. La Fondazione è in se stessa uno strumento di condivisione civica dei musei e dei beni culturali, da cui la capacità di coinvolgimento delle forze sul territorio, di cui è stretta interlocutrice: questo è fondamentale per capire come rendere il museo un centro di attivazione della comunità cittadina e un luogo di coesione sociale. Soprattutto dopo il Covid, a fronte dell’impossibilità dei trasferimenti, il senso di comunità è andato ancora più al centro delle proposte culturali. L’ottica si amplia ancora di più se si pensa a Brescia Capitale della Cultura 2023.

Quindi il vostro lavoro a Brescia è già di per sé ispiratore di un concetto di coesione e dialogo culturale.

Brescia è uno dei più alti esempi di integrazione culturale in Italia: ci sono 140 nazionalità diverse che coesistono, anche grazie al fatto che c’è molto lavoro e quindi grandi possibilità. Perché l’integrazione sia un valore aggiunto e ad alto potenziale, la vita che si svolge dentro il museo deve collaborare con la visione cittadina, da un punto di vista educativo ma anche proprio come luogo di integrazione. A livello scolastico, i figli dei nostri cittadini conoscono un patrimonio culturale straordinario, che va da Roma ai Longobardi fino al Rinascimento: nei 1500 anni di storia conservati al Museo di Santa Giulia si vede come i Longobardi conquistarono Roma e allo stesso tempo ne furono conquistati. Queste conoscenze diventano un’esperienza viva del presente e uno strumento di coesione sociale.

Con che strumenti create questa coesione?

Con le attività didattiche regolari, così come con i Summer Camp e Winter Camp: qui sono accolti studenti e adolescenti che con il gioco creano una comunità di cui poi beneficia tutta la città. Esempio ne sono le Kid’s stories – che prevedono un percorso nella Pinacoteca Tosio Martinengo pensato per bambini nello spettro autistico -; Il filo di Arianna – un itinerario che unisce l’esplorazione tattile a testi in Braille per scoprire alcune opere antiche del vecchio monastero e conoscere con il tatto i materiali lapidei -; le visite guidate per persone sorde condotte in LIS da personale competente di arte e cultura; Toccar con mano I Longobardi – una mostra pensata per far conoscere da vicino i monumenti architettonici che compongono il sito longobardo della FBM supportata da modelli per l’esplorazione tattile, video in LIS, audioguide dedicate e cataloghi in Braille e large print -; il laboratorio Identikit di un dipinto, che permette di conoscere un’opera partendo dall’esplorazione sensoriale di diversi materiali; e Altri sguardi e altre storie, un progetto di valorizzazione del museo e delle opere in chiave interculturale grazie a itinerari dalle forti potenzialità evocative. Questi funzionano molto bene a Brescia, poi certo, la partecipazione esige una risposta ai bisogni della comunità: ognuna ha le sue necessità. In Italia di esperienze di questo tipo ne vedremo al talk con Emmanuele Curti, board member de Lo stato dei luoghi, e Ines Camara, direttrice Mapa das ideias, Lisbona, ma possiamo citare il Museo Man di Napoli, così come Pompei. Al cuore c’è sempre questa idea della connessione sociale.

La connessione, come si crea e coltiva?

Noi abbiamo un servizio educativo interno estremamente competente, è proprio un dipartimento che sta diventando centro di servizi per la comunità. La relazione con il sistema scolastico poi è consolidata, e contemporaneamente cerchiamo di incrementare i rapporti con i diversi attori della comunità, come le strutture di cura. Con realtà importanti di Brescia come l’Ospedale Civile e Poliambulanza abbiamo relazioni sempre più strette: organizziamo negli ospedali attività espositive, e durante il Covid abbiamo fatto una mostra con fotografie di Alessandra Chemollo sul restauro della Vittoria Alata, che ha meritato un focus speciale anche nei percorsi vaccinali delle strutture mediche. Abbiamo anche stretto rapporti con le associazioni che coinvolgono persone con disabilità, grazie ad attività assistite nella pinacoteca per dimostrare come l’esperienza museale sia un vero strumento di cura. E poi le attività con gli imprenditori: ci siamo inventati un modello di fundraising con Alleanza della Cultura per ingaggiarli in un sodalizio che non fosse solo una sponsorship ma un partenariato con la programmazione triennale dell’attività museale. Abbiamo sviluppato alleanze anche con enti culturali per creare attività dentro i musei o viceversa, offrendo un ampio ventaglio di servizi per la città. Siamo un bel laboratorio di unità culturale, noi di Brescia: è così che il museo si fa centro di servizi per il cittadino.

Un modello esportabile, quello bresciano?

Secondo me sì, è un modello esportabile. Certo, ci vogliono alcune condizioni di base che alcune realtà hanno più e altre meno, e alcuni punti di riferimento, come la Convenzione di Faro. È fondamentale e programmatica l’idea che la cittadinanza sia attiva nella gestione della realtà museale. Poi, l’unione di un soggetto pubblico con altre istituzioni e con i privati del territorio (a vocazione pubblica di servizio sociale) rendono più partecipata la cultura. Questo modello, tanto più efficace quanto più riesce a coinvolgere soggetti della comunità che siano fortemente impegnati, sta prendendo piede anche in Italia, visto anche che il nostro patrimonio è talmente sterminato che la gestione pubblica da sola non ce la fa. La politica culturale non può che essere in mano all’ente pubblico, ma ci vuole managerialità: per questo ci siamo scelti un direttore di questo tipo, e Stefano Karadjov è formidabile.

– Giulia Giaume

https://www.bresciamusei.com/

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Giulia Giaume

Giulia Giaume

Amante della cultura in ogni sua forma, è divoratrice di libri, spettacoli, mostre e balletti. Laureata in Lettere Moderne, con una tesi sul Furioso, e in Scienze Storiche, indirizzo di Storia Contemporanea, ha frequentato l'VIII edizione del master di giornalismo…

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