La pittura di Claudio Cintoli, l’italiano che ha conquistato New York

Ludovico Pratesi, co-curatore della mostra allestita alla Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, ripercorre la storia artistica di Claudio Cintoli, dall’infanzia a Recanati al successo a New York.

A partire dal giugno del 1964 fino al luglio del 1965, Claudio Cintoli (Imola, 1935 – Roma, 1978) realizza 19 dipinti su tela di grandi dimensioni con la tecnica del collage pittorico e li divide in tre cicli tematici diversi: le copertine settimanali, i giardini e il mare. Connotate da soggetti differenti, le opere hanno la stessa struttura compositiva, giocata sulla compresenza di due immagini sovrapposte: un paesaggio sul quale si staglia un dettaglio anatomico, come si può vedere in due opere esposte in mostra. La prima è intitolata Bè Bè ô Blé (1965): il titolo è la chiave di lettura dell’opera, giocata sulla relazione tra lo sguardo di Brigitte Bardot, il deretano del neonato e la parola francese blé che indica il grano. Appartenente al ciclo dei giardini, l’opera è costruita come un calembour, un gioco di parole che lega le immagini tra di loro, e si avvicina per struttura ad altre opere come Giardino (1964) e Minuetto (1964-65).
In Due Dita (1964) vediamo due dita piegate che si stagliano su una spiaggia, che potrebbe essere a Porto Recanati, poco distante dalla casa del nonno a Recanati, dove Cintoli aveva trascorso l’infanzia.

LE IMMAGINI DISTURBO

Le dita vengono definite dall’artista come una “immagine disturbo”, in grado di attirare l’attenzione per la sua incongruenza rispetto allo sfondo, che accomuna l’opera a Primo Piano (1965) e Occhio di mare (1965), entrambe appartenenti al ciclo marino. Di quello stesso ciclo fa parte anche Spiagge italiane (1965), di sapore marcatamente surrealista: una lingua di sabbia in lontananza fa da cornice a uno specchio d’acqua, mentre sullo sfondo le onde del mare si stagliano su un cielo sereno puntinato, dominato da una rosa rossa appena dischiusa. Sulla sabbia è appoggiato un orecchio nero che nasconde una figurina della quale si vede soltanto un braccio teso che sporge. Accanto troviamo una figura composita, con due gambe divaricate che sorreggono una sorta di maschera bicolore con un naso sporgente. In questo caso l’“immagine disturbo” sembra costruita con suggestioni storico-artistiche, con un occhio ai grilli di Hieronymus Bosch e un altro alle composizioni surrealiste di Max Ernst: una  formula che Cintoli abbandonerà negli anni successivi.

Claudio Cintoli, Bè Bè o Blé, 1965, olio su tela, cm 158 x 200. Collezione Eleonora Manzolini

Claudio Cintoli, Bè Bè o Blé, 1965, olio su tela, cm 158 x 200. Collezione Eleonora Manzolini

MADE IN USA

Dopo aver visto la Biennale di Venezia e aver conosciuto Gill, una ragazza americana che diventerà la sua prima moglie, nell’estate del 1965 Claudio Cintoli comincia a meditare di trasferirsi negli States, a New York, dove arriva il 4 agosto. Si immerge subito nel rutilante clima artistico della Grande Mela, frequenta i grandi musei e le gallerie private e visita gli studi degli artisti emergenti. “New York stalagmitica tra cemento e ferro […] Il ritmo è veramente sconvolgente e condiziona differenti riflessi umani. Per i vortici occorrono esperti nuotatori o idee-trota che possano nuotare contro i fiumi”, scrive l’artista in una lettera al critico d’arte Alberto Boatto. La produzione di opere riprende all’inizio dell’anno seguente: si tratta di tele di grandi dimensioni, eseguite sempre con la tecnica del collage pittorico, ma con temi nuovi, più legati al cinema e all’attualità. Cintoli sente il bisogno di acquisire una nuova consapevolezza relativa all’uso delle immagini, come scrive a Boatto: “Voglio arrivare a un mestiere preciso, organizzato e focalizzatore, come un obiettivo fotografico. E una volta centrato l’oggetto, selezionare tutte le possibilità di analisi per riproporlo alla visione secondo inedite prospettive strutturali”. A New York Cintoli comprende la necessità di rendere il lavoro più preciso a livello compositivo anche a causa della grandezza delle tele. Dopo aver dipinto Il senso del vento, una tela di dimensioni piccole, realizza Sweet Skin e Giardino ai Tropici: in entrambe le opere il rapporto tra lo sfondo e l’immagine disturbo è straniante ed enigmatica, come in alcuni dipinti di René Magritte. Non è un caso che all’inizio del 1966 Cintoli visiti per tre volte la retrospettiva di Magritte al Museum of Modern Art (inaugurata alla fine dell’anno precedente) e rimanga colpito dalla forza dell’artista belga e dalla sua capacità di suscitare “la surrealtà del quotidiano”. Tra febbraio e marzo dipinge Volo verso la luna (1966) seguito da Speed eclipse (1966), completato nel mese di marzo ed esposto in questa mostra. Diviso in tre fasce, presenta una sequenza temporale quasi cinematografica, che va dal tramonto all’eclisse di luna fino all’oscurità totale.

Claudio Cintoli, Due dita, 1964, olio su tela, cm 146 x 114,5. Fondazione Carima Museo Palazzo Ricci, Macerata

Claudio Cintoli, Due dita, 1964, olio su tela, cm 146 x 114,5. Fondazione Carima Museo Palazzo Ricci, Macerata

QUADRI E DIARI

Interessante notare che, accanto al bozzetto del quadro pubblicato nel Micromegalomane, l’VIII Diario redatto da Claudio Cintoli e datato 1971 (dove sono presenti i bozzetti delle opere eseguite dal giugno 1964 al febbraio 1967), l’artista annota tre destinazioni possibili per l’opera: la collezionista Pupa Bucci Casari, il gallerista Sargentini e infine Arte per Angeletti.
In giugno termina tre dipinti della serie dei giardini, tra i quali La voce dell’erba (1966): l’opera è divisa in due sezioni verticali e presenta un fondale erboso, sul quale si staglia una porzione di una mano che porge nell’incavo della zampa l’immagine di una pianta in fiore. Accanto al bozzetto Cintoli scrive come destinataria dell’opera Pupa Bucci Casari e indica l’opera come la dodicesima del ciclo dei giardini. Il cinquantacinquesimo quadro eseguito da Cintoli è Flamingos (1966), completato nel mese di novembre e destinato al collezionista Franco Pesci: si tratta di una delle tele più grandi dipinte a New York ed è dedicata al tema del volo, avviato da Cintoli proprio durante il soggiorno americano. Dipinto con l’uso del retino, il quadro rappresenta una visione orizzontale di un gruppo di fenicotteri che si alza in volo, con al centro della composizione un close up rettangolare con il dettaglio delle ali di uno dei trampolieri, come in una sorta di fermo-immagine fotografico: non più un’immagine disturbo, ma un semplice ingrandimento. Simone Battiato ha accostato all’opera un passo di una lettera che Cintoli scrive a Riccardo Tortora il 17 dicembre 1966: “Il mio volo è trepido, segreto, pieno di tenerezza e rabbia, e cerca la chance di un orizzonte largo, smisurato, aperto, aperto, aperto…”. Una sorta di risposta a quanto lo stesso Cintoli scriveva cinque mesi prima nel suo primo diario, dove parla di “smania di orizzonte in gola per esprimere l’irrequietezza di spazio e di esistenza che sentivo in me”.

Ludovico Pratesi

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Ludovico Pratesi

Ludovico Pratesi

Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore…

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