Massimo Melotti, consulente di direzione al Castello di Rivoli, trae spunto dalle riflessioni del gallerista Alessio Moitre sulla scarsa organicità del sistema culturale torinese per guardare al futuro della città, che deve tornare a essere un luogo di sperimentazione.

Le riflessioni, condivisibili, di Alessio Moitre, sulla mancanza di progettualità e coesione del sistema dell’arte contemporanea a Torino mettono in evidenza un problema a lungo sottaciuto della cultura torinese del contemporaneo. Senza progettualità qualsiasi sistema non riesce a fornire quegli elementi che danno la possibilità ai processi culturali di esprimersi. Creatività artistica e, con modalità diverse, il mercato hanno bisogno di flussi di idee e di risorse. Nel sistema Torino ciò è avvenuto per le grandi istituzioni ma non vi è stata una significativa ricaduta sulla produzione artistica e sul mercato.

IL PROBLEMA DI “FARE SISTEMA” A TORINO

Sin dagli Anni Novanta nell’ambito degli stakeholder, dalle fondazioni bancarie alla politica ai musei la necessità di un coordinamento risultava evidente ma, al di là di qualche sporadico tentativo, la questione veniva ben presto accantonata. “Fare sistema”, come si diceva, funzionava ai convegni ma si scontrava con la politica e con la piccola rivalità dei musei e, soprattutto, con la divisione dei saperi (università, Accademia, Politecnico), coltivati con cura nei propri giardinetti ma raramente condivisi. La mancanza di una ricaduta positiva nei processi culturali della società, che, per loro natura, si muovono più lentamente e che hanno bisogno per evolversi di un contesto favorevole, ha avuto un suo peso non indifferente. Negli Anni Duemila, certo, si sono avute la grande stagione di Rivoli, la ripresa della GAM, le fondazioni del collezionismo privato. Ma quando soggetti esterni si sono affacciati sulla scena nazionale del contemporaneo, il ruolo di Torino, polo di attrazione nazionale e internazionale, proprio per quella carenza di sistema, messa in evidenza dal passaggio da città fabbrica a città del turismo e della cultura, al posto di rafforzarsi, paradossalmente, si è indebolito. Tanto che in mancanza di progetti politici coordinati le istituzioni del collezionismo privato hanno cominciato a guardare al di fuori dal sistema torinese. Tutto ciò, come ricaduta, ha messo in crisi le due componenti che stanno all’inizio e alla fine del sistema: la produzione culturale e la formazione del mercato.

Senza progettualità qualsiasi sistema non riesce a fornire quegli elementi che danno la possibilità ai processi culturali di esprimersi”.

La circolazione delle idee, i processi culturali di produzione artistica, la capacità di progettazione con tutto ciò che concerne la creatività costituiscono il cuore del sistema. Pur sviluppandosi indipendentemente, hanno bisogno di terreno fertile sul quale svilupparsi. Oggi l’emergenza del Covid ne ha messo all’improvviso in evidenza tutta la sua criticità. Alla recente presentazione di Artissima, istituzione che più di altre, in emergenza, deve far fronte alle problematiche espositive, di mercato e culturali, giustamente si è posto l’accento sulla necessità di nuove strategie espositive di sopravvivenza. Ma la questione di fondo che, sottotraccia, compariva in alcuni interventi è la difficoltà nel prendere atto che, nell’incontro con l’infosfera digitale, la nostra società sta compiendo una vera e propria rivoluzione. Tutte le pratiche della produzione artistica in generale e delle arti visive in particolare muteranno, almeno in parte, il loro DNA. Nei nuovi scenari che si stanno attuando Torino, città laboratorio, dovrebbe essere in grado di mettere in campo strategie improntate a una visione più ampia che non a una riedizione digitale di MiTo.

IL RUOLO DELLE OGR

Fondamentale potrebbe essere il ruolo delle OGR, istituzione voluta da CRT che ha assunto un ruolo diretto, non più solo come stakeholder finanziario, nel sistema dell’arte. La recente storia di OGR testimonia che se la decisione di creare un hub internazionale ad alta valenza tecnologica (il rapporto con il Politecnico) è stata un’intuizione d’avanguardia, dall’altro la destinazione a centro espositivo, pur con una produzione di alta qualità, ne ha limitato le possibilità operative. Soprattutto per quanto riguarda i cambiamenti creativi in atto e la sfida delle nuove tecnologie. Pur avendo un partner altamente qualificato come il Politecnico, si potrebbe dire che l’hardware non abbia incontrato il software creativo, quello degli artisti e degli operatori culturali. L’emergenza Covid imporrà un cambiamento di paradigma. Potrebbe essere la carta da giocarsi per riportare Torino, città laboratorio, a svolgere un ruolo di primo piano.

Massimo Melotti

Dati correlati
CuratoreAlessio Moitre
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Massimo Melotti
Massimo Melotti è critico d’arte indipendente e consulente d’arte contemporanea. Come sociologo dal 1980 la sua ricerca verte sui processi creativi e sul rapporto arte, nuovi media e società. Dal 1990 al 2018 è Consulente di Direzione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea dove ha coperto gli incarichi di Responsabile Organizzazione, Comunicazione, Relazioni Esterne, Responsabile del New Media Center Project del museo. Docente a contratto dal 2000, ha insegnato all’Università di Torino, ad Architettura al Politecnico di Torino, all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino dove attualmente è docente di Antropologia Culturale. È consulente scientifico della Fondazione Pistoletto-Cittadellarte. Tra le ultime mostre curate ricordiamo "Michelangelo Pistoletto. Opere" (Cittadellarte, Biella), "Francesco Jodice. American Recordings" (Castello di Rivoli), "Il Tempo e le opere" (Pisa). Tra le pubblicazioni più recenti: "L’età della finzione, arte e società tra realtà e estasi" (Bollati Boringhieri, con una prefazione di Marc Augé), "Pistoletto Opere" (Allemandi Editore), "American Recordings" (Humboldt Books). Collabora con Il Giornale dell’Arte.