Custoditi gelosamente nel proprio studio, donati a importanti istituzioni museali, esposti in pubblico, parte di collezioni diffuse online. Le destinazioni dei taccuini d’artista sono le più diverse – riflettendo alla perfezione le attitudini più intime degli artisti stessi. Siamo andati a sbirciare questa realtà nascosta ma estremamente affascinante.

Si contentava di viaggiare a piedi, a piccole giornate, da un paese a un altro, con l’involtino delle cose sue in spalla infilato a un bastone”: è così che Carlo Ludovico Ragghianti descrive Giovanni Battista Cavalcaselle (Legnago, 1819 – Roma, 1897), ricercatore e storico dell’arte che, con i suoi taccuini di schizzi e disegni – il cui prezioso lascito è conservato oggi nella Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia – ci ha riconsegnato una interpretazione di tante e tali opere d’arte, riprese con brevi tratti a penna o matita con una precisa volontà di passare in rassegna ogni dettaglio e collegamento, da ampliare la nostra conoscenza e la nostra capacità di osservazione di forme, colori, dimensioni e composizioni nell’arte italiana ed europea.

VARCO CAVALCASELLE

I taccuini di Cavalcaselle sono un varco, una porta d’accesso per la comprensione: di fronte alle pagine di un taccuino, però, sia esso di ricerca o di pura riflessione estetica, non sono solo le immagini e le note che spesso le corredano a parlarci in modo diretto. Dentro un taccuino scorgiamo una traccia privata, scopriamo un percorso intimo, talvolta segreto, che guida il pensiero di un artista o di un ricercatore. Il disegno, l’appunto, la nota arrivano qui in modo più immediato e profondo, colpiscono perché spesso possiamo maneggiarli, sfogliarli – a differenza dalle opere d’arte – e perché sappiamo che dentro quelle pagine si svela qualcosa di autentico, non controllato, vero.
Spesso i taccuini accompagnano il viaggio, come il Cavalcaselle ha ampiamente rivelato – viaggi che sono ricerche a cavallo fra un’intima necessità di scoprire e un’urgenza di fissare riflessioni alternative e altre volte nuove indicazioni. Senza dubbio i taccuini affascinano e, non senza una morbosa curiosità, attirano in una dimensione intima che vibra nell’atto di sfogliarne le pagine.
Alcuni artisti hanno deciso di mostrarli pubblicamente, altri li custodiscono gelosamente o ne svelano solo in parte il contenuto, quello collegato a un mondo più direttamente in contatto con le opere che nascono invece per l’esposizione. Di queste diverse angolazioni vi parliamo qui, in alcuni casi con interlocuzioni personali con alcuni artisti, in altri casi scoprendo operazioni che hanno fatto del taccuini un oggetto feticcio da esporre al pubblico.

416 DISEGNI IN UN TACCUINO

Il primo taccuino d’artista, voluminoso nelle sue minute proporzioni – oltre quattrocento pagine non più grandi di una carta di credito, che contengono 416 disegni realizzati con micropenne 005 e 003 –, è il compagno di quasi dieci anni di segni, disegni, visioni di Andrea Lelario (Roma, 1965).
L’artista ci mostra un’agenda annuale Moleskine iniziata nel dicembre del 2010 e terminata alla fine del 2019, avviata inizialmente come registro privato, intimo, e svelato nel corso degli anni agli occhi del pubblico. “Nel taccuino”, racconta Lelario, “ci sono immagini archetipali del mio inconscio, sensazioni; non c’è un tema specifico, se non un lungo racconto, come una seduta psicoanalitica durata molti anni. Non ho mai pensato di lavorare a qualcosa di pubblico. Il formato piccolo mi ha aiutato a trovare la concentrazione; il bianco e nero la profondità”. Il taccuino di Lelario è un diario, fatto prevalentemente di un segno grafico mutevole ma ininterrotto.
Sfogliando immagini concentrate e fitte, l’artista spiega che “nelle piccole pagine del taccuino si addensano forme antropomorfe, figure primigenie di animali immaginari, frammenti di insetti, reminiscenze di studi da entomologo, rettili fantastici e strutture astratte. Mi piace definire questa mole di materiale artistico come il bagaglio immaginario che mi porto sempre dietro. Che sta con me, che bussa da dentro e che chiede di venir fuori. Un bagaglio appunto, o più letterariamente uno scrigno, che si apre per accogliere, ma che richiudendosi custodisce, e che si può riaprire, sfogliare, ogni volta che si vuole, producendo paralleli riflessivi con le lune del giorno appena passato o con le diverse e distanti stagioni della vita”.
Il taccuino Moleskine di Lelario è stato recentemente visionato dal Gabinetto delle Stampe e Disegni degli Uffizi di Firenze, che intende acquisirlo ed esporlo. Prima di portare a termine l’iter di donazione, l’artista vuole realizzare una pubblicazione in Italia e in Cina, composta dalla stampa di tutti i disegni e corredata di cinque piccole incisioni originali firmate e autografate, selezionate tra i disegni presenti nel taccuino.

Edoardo Fontana, Grande albero di ginepro, dune di Sant’Acqua Pudexia, 2005. Grafite su carta. Courtesy l’artista
Edoardo Fontana, Grande albero di ginepro, dune di Sant’Acqua Pudexia, 2005. Grafite su carta. Courtesy l’artista

IL CASO DELLO XILOGRAFO

Noto per la sua attività di xilografo e per la sua ricerca come storico dell’arte nel campo della grafica e dell’illustrazione tra fine Ottocento e i primi anni del Novecento, Edoardo Fontana (Milano, 1969) associa alla realizzazione delle proprie incisioni il disegno come componente fondante e originaria delle opere che realizza.
I suoi disegni compiuti per essere esposti, che vedremo nel corso del 2020 in una personale nel Museo dell’Opera di Guido Calori a San Gemini, hanno una base di più grezza elaborazione e di riflessione nei taccuini d’artista che realizza prevalentemente durante i viaggi. Taccuini – tutti fino a oggi inediti – che raccontano la conoscenza di luoghi e culture di particolare fascino per l’artista. Essi influenzano e permeano anche in modo importante le altre opere: il Giappone, con la stratificazione di scritte e immagini tratte dal vissuto contemporaneo e da quello più ancestrale della tradizione ancora viva negli ambienti rurali; i profili dei paesaggi di Scozia, suadenti nella struggente linearità con cui sono ritratti nei taccuini, sovrapponendo talvolta un collage fatto di fotografie in miniatura e scatti modificati manualmente con l’uso di pastelli. La Sardegna, che ha frequentato assiduamente nel corso di un decennio dalla fine degli Anni Novanta alla metà degli Anni Zero, offre una condizione fertile per il disegno nel taccuino d’artista.
A volte si trovano appunti, altre volte disegni a sé, soprattutto quando si tratta di panorami marini oppure di elementi singoli e molto dettagliati, come un albero, una roccia, una scultura primitiva. Un grande e spettacolare ginepro “era l’ultimo al limitare di una intricata brughiera a macchia al confine di una ampia spiaggia di dune a nord di Capoferrato; una regione disabitata con lunghi litorali profondi alternati ad aree rocciose. Distante molti chilometri dal primo centro abitato, l’area ricoperta di ginepri, mirti, eriche e lentischi, pini marittimi e gigli marini, ospitava questo albero a ridosso delle dune”.
Nella crudezza dei tratti, che riflette l’inclinazione secessionista di Fontana, si rivede il ductus tipico della figurazione dell’artista, che afferma: “Di solito disegno guardando un paesaggio, scelgo un punto definito e creo una sintesi, aggiungendo o togliendo qualcosa ma sempre con un segno che arriva ‘in fondo’ al foglio senza interrompersi mai. La realtà non mi vincola, non mi ostino a rappresentare soltanto quello che vedo ma lo modifico sulla base di una suggestione estetica. Per elemento di partenza ho sempre scelto la linea, a sottolineare il vuoto, il bianco del foglio che lascia i grafismi sospesi come insignificanti tracce”. In una breve descrizione del paesaggio che si era trovato di fronte, Fontana spiega chiaramente il motivo della sua scelta: prendere un appunto su un soggetto come un albero di ginepro poiché rappresenta una sintesi formale dell’estetica che permea quello spazio. Detto con le parole dell’artista: “Un luogo di vuoti archetipi e primitiva purezza, dove il segno si muta in decorazione senza perdere la propria autonomia”.

IL MISTERO IN MINIATURA

Agostino Arrivabene nasce nel ‘67 a Rivolta d’Adda. Si diploma all’Accademia di Belle Arti di Milano ma si forma osservando dal vero nei principali musei nel mondo le opere dei maestri del passato, in particolare Leonardo da Vinci, Dürer, van Eych, i primitivi fiamminghi e Rembrandt. La sua attenzione è rivolta a trovare un filo conduttore tra la poetica del passato e la ricerca della bellezza, nella contraddittoria realtà del presente. Le sue opere sono caratterizzate da una forte carica visionaria, con una predilezione per il linguaggio simbolista, e sono realizzate con materiali preziosi, preparati artigianalmente. I temi del male, della morte e del dolore permettono di entrare in contatto con realtà surreali, in uno stato di transizione.
Nei suoi taccuini – esposti raramente – si trovano prevalentemente studi per le opere da realizzare, disegni con tracce di frasi, appunti e attimi di illuminazioni. Ottenuti con diverse tecniche (matita, penna a sfera, tempera, acquerello, tecnica mista), hanno come tema peculiare una pittura in miniatura, poiché Arrivabene, anche nel taccuino e nello studio, non si discosta mai dalla dovizia di particolari e dalla precisione che caratterizza le opere maggiori. Nei taccuini degli studi emergono visioni, epifanie, sogni immersi nel mistero che avvolge tutta l’opera e la vita dell’artista.
Le immagini sono spesso circondate lungo tutto il bordo della pagina da scritte, frasi o citazioni, che fanno parte del fluido di ispirazione e cultura di cui artista e opera si nutrono in un costante scambio che supera l’attimo e l’epoca di realizzazione. Esistono taccuini più intimi, in cui Arrivabene abbina allo studio le trascrizioni di alcune esperienze e pagine di note e numeri che egli definisce “misteri” poiché contengono alcune intuizioni che gli suggeriscono rapporti e proporzioni tra le figure e tra i simboli che rendono universale la sua pittura.

Agostino Arrivabene, Studi per i lacrimanti e studi di algoritmi frattali. Moltiplicazione del serpente. Primo Mistero, 2004. Penna a sfera su carta. Courtesy l’artista
Agostino Arrivabene, Studi per i lacrimanti e studi di algoritmi frattali. Moltiplicazione del serpente. Primo Mistero, 2004. Penna a sfera su carta. Courtesy l’artista

MOLESKINE: IL TACCUINO PER ECCELLENZA

Il taccuino Moleskine è fra i più amati da tutti gli artisti: a pagine bianche o come agenda, orizzontale o ad album, è in assoluto la tipologia di quaderno a trovarsi più frequentemente nelle mani di chi voglia utilizzare un formato universale e altamente versatile per appunti, schizzi, disegni e riflessioni di ogni tipo. E di questa fama tra gli artisti Moleskine ha fatto una bandiera, dacché la sua collezione è, senza dubbio, una delle più grandi nel panorama contemporaneo, con un patrimonio di circa mille pezzi presenti in archivio e consultabili anche digitalmente. Tra le pagine della Moleskine sono passati artisti, architetti, filmmaker, intellettuali, artisti e filosofi che hanno lasciato una traccia permanente del loro pensiero e contribuito materialmente – a partire dal 2006, data della sua raccolta in forma di collezione – a incrementare sia l’attività sia la fama della agendina universale.
Di particolare interesse è il progetto Atwork: un format educativo della Moleskine Foundation, giunto alla 18esima edizione nel 2019. Si tratta, nella più autentica filosofia Moleskine, che favorisce lo scambio di idee e la creazione di nuovo pensiero ponendo al centro il concetto di nomadismo culturale, di workshop artistici, organizzati ogni anno in un diverso luogo nel mondo, dove si sviluppa un dibattito attorno a un dato tema nella sfera di argomenti quali comunità, identità e cultura. Dai laboratori nascono dei taccuini d’artista frutto diretto delle riflessioni emerse negli incontri; la maggior parte di essi vengono donati alla Moleskine Foundation ed entrano a far parte di un archivio rilasciato su licenza CC-BY-SA – licenza che consente l’uso a due condizioni: che venga riconosciuta la paternità dell’opera all’autore e che a ogni opera derivata venga attribuita la stessa licenza dell’originale – e disponibile sul sito della fondazione, dove si trovano oltre ottanta taccuini sfogliabili.
Moleskine sottolinea che “tutti coloro che hanno partecipato entrano a far parte della Comunità AtWork, un gruppo internazionale di artisti, intellettuali, studenti, curatori e associazioni culturali, accomunati dalla convinzione che l’arte possa essere uno strumento di trasformazione sociale”.

DINA BRODSKY E THE SKETCHBOOK VOL. I A NEW YORK

Allontanandosi dal baricentro europeo e guardando a un’operazione più mainstream che avviene negli Stati Uniti, si trova un caso di particolare ritrovo fra artisti che usano il taccuino come strumento finalizzato prima alla pubblicazione su web – con Instagram come vetrina in cima alla lista tra i social network più amati per la visione delle pagine disegnate e dipinte in piccolissima scala – e successivamente alla esposizione in mostre a tema.
La capofila di questa cordata di taccuinisti è Dina Brodsky (1981), curatrice e artista, attenta al disegno di viaggio, alla pittura in miniatura, alla ricerca di artisti che si esprimano con una tecnica mista in formato ridotto in cui siano sempre presenti figura e scrittura. Nel 2019 ha curato alla Sugarlift Gallery di Long Island la prima collettiva dedicata a 14 taccuini di 14 diversi artisti, con il titolo Sketchbook Vol. 1, anche in questo caso sponsored by Moleskine. L’obiettivo era avvicinare il pubblico al processo creativo dell’artista, mostrando il taccuino come potente strumento di ideazione ed elaborazione iniziale di un’opera. L’esposizione ha presentato i taccuini di David Morales, Diana Corvelle, Dilleen Marsh, Paul Heaston, Dina Brodsky, Evan Kitson, Guno Park, Joshua Henderson, Luis Colan, Marshall Jones, Nicolas V. Sanchez, Sarah Sager, Ted Schmidt e Vi Luong.

Silvia Scaravaggi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #53

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Silvia Scaravaggi
Operatrice culturale e curatrice indipendente. Si è laureata con Sandra Lischi all'Università di Pisa in Teoria e tecniche dei mezzi di comunicazione audiovisiva; ha approfondito lo studio dei nuovi media durante il Socrates all’Universiteit van Amsterdam. Ha collaborato con Aiace Milano alla realizzazione di alcune edizioni di Invideo - mostra internazionale di video e cinema oltre, e di Technè05 - viaggio nel mondo delle videoinstallazioni. Dal 2005 al 2015 ha lavorato al'Assessorato alla Cultura della Provincia di Cremona, principalmente per la realizzazione del Distretto Culturale, con Fondazione Cariplo, collaborando alle fasi di progettazione, gestione e rendicontazione di progetto. È referente dell’Ufficio Attività culturali del Comune di Crema e coordina il progetto #ccsacontemporaneo dedicato agli artisti under35. La sua ricerca si concentra prevalentemente su arte e politica, nuovi media e rapporto tra arte, scienza e nuove tecnologie. Dal 2005 scrive d’arte e firma per Artribune, digicult.it e precedentemente Exibart.