L’età del consenso (III). L’illusione della sicurezza

Christian Caliandro riflette sulle dinamiche del presente, individuandone i tratti più marcati, come l’incessante bisogno di rassicurazioni.

John Carpenter, They Live (1988)
John Carpenter, They Live (1988)

I can’t find myself
I can’t find myself
I can’t find myself
I got lost in someone else”.
THE CURE, Lost
(The Cure, 2004)

23 marzo 2018. Se ascolto Core degli Stone Temple Pilots, immediatamente sono nel maggio 1999 nel salone di casa a Petrosa Jonica. Ho vent’anni; per l’esattezza, sono un deficiente di vent’anni. Insomma mi trovo nel salone, la cassetta degli STP registrata dal cd – preso in prestito dalla sala musica della Normale, vero regno di conoscenza e miniera di tesori che ho saccheggiato nel corso dei quattro anni universitari con ben più assiduità e consapevolezza, ahimé!, della stessa biblioteca – suona a tutto volume dallo stereo, e intanto dalla porta d’ingresso entra Giorgio, mio cugino, il fratello di Maria Loreta.
Io sto controllando con mio padre l’albero genealogico della nostra famiglia (siamo risaliti solo di un pochino, fino alla prima metà dell’Ottocento), e lui invece è venuto a dirci della prima comunione di sua figlia, che si terrà di lì a poco – ah, dimenticavo: ho gettato grande scompiglio in famiglia e in paese quando mi sono presentato con i capelli cortissimi e biondo platino (proprio come Scott Weiland, il mio eroe che sta cantando allo stereo – ve l’ho detto che sono un deficiente di vent’anni ‒ e adesso in cuffia diciannove anni dopo quel tardo pomeriggio). La festa della comunione si terrà alla Sala La Pentima – luogo storico di Petrosa Jonica, dove io stesso mi sposerò tra nove anni e che verrà abbattuta dopo altri sei anni per fare spazio a un condominio.
Giorgio morirà tra due settimane, in uno spaventoso incidente stradale.

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Masaccio, San Pietro risana gli infermi con la sua ombra, 1425-27. Chiesa di Santa Maria del Carmine, Firenze
Masaccio, San Pietro risana gli infermi con la sua ombra, 1425-27. Chiesa di Santa Maria del Carmine, Firenze

Non esiste successo o fallimento. L’unico modo di “vincere” – se questo verbo/concetto/valore ha ancora, e davvero, un senso – è quello di adattarsi e di essere estremamente flessibili – di non irrigidirsi in un’interpretazione, in un punto di vista, in una prospettiva, in un unico modo di vedere e di sentire – ma di assumerne molti, e contemporaneamente – anche quelli degli avversari (soprattutto quelli) – di non fare né pensare subito ciò che faresti TU, ma di soffermarsi, di riflettere. Di scomparire, essere assenti – per dire e agire meglio. Praticare l’assenza (la presenza in assenza: “essere-presenti-scomparendo”) come strategia di esistenza e di progettazione. Sottrarsi al vocìo, al cicaleccìo, al ciarlìo…

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(Gli esseri umani – il meglio è passato, non vi preoccupate – tutti abbarbicati alle loro convinzioni, ai loro piccoli privilegi, alle loro giovinezze – ballare sui tavoli, pieni di vino, canzoni degli Anni Novanta è qualcosa per cui vale la pena fare festa, col cappuccio sollevato e gli occhiali da sole alle sette di sera – a occhi sbarrati, le 4.15 di notte, eppure non è del tutto spiacevole, un sacco di cose da fare, pagine da leggere, pensieri da scrivere – chissà quanti like hanno messo, chissà quante telefonate ho ricevuto – tutti al bar durante il concerto prolungano l’età degli spensieri, stanno lì e aspettano piacevolmente – ma tutto è accaduto, qualcosa deve ancora accadere? Formule e ricette snocciolate negli ultimi dieci-quindici anni, l’illusione al potere, perché è pur vero che ricette non ne esistono e formule nessuno ne conosce – per fortuna – ma appunto la gente sta meglio se si sente RASSICURATA, ricondotta sempre entro l’alveo di ciò che conosce e che capisce immediatamente – la sicurezza deriva, senza ombra di dubbio, dall’incertezza.)

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Incompreso di Comencini visto al cinema di mattina in terza elementare. Fiori. Pieno di fiori. ODEON.

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4 aprile. Io steso sull’amaca nel giardino del collegio Timpano a Pisa, nell’aprile 2000, mentre in cuffia ascolto Three of a Perfect Pair dei King Crimson e leggo uno dei miei libri. Alle mie spalle c’è la sala audiovisiva, con il televisore e il videoregistratore su cui nel corso di questi pomeriggi sto scoprendo tutto Antonioni, tutto Fellini, e mi fisso con The Wall di Alan Parker (identificandomi ovviamente sempre di più in Pink).
Sopra la sala c’è la stanza…

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).