Anche in ambito filosofico non mancano le discriminazioni di genere e a farne le spese sono le tante studiose “dimenticate” dalla Storia. Ma oggi il vento sembra essere cambiato.

Ogni volta che ricomincio a studiarla, e poi anche a spiegarla, sento che ne manca un pezzo. Nessuno me lo fa notare apertamente ma, ogni giorno che passa, il vuoto si fa più vistoso. Alla fine, è del tutto imbarazzante. È un silenzio, come si usa dire, “assordante”.
Eppure quel che manca alla filosofia è sotto gli occhi di tutti. È una verità semplice e condivisa. Nel canone filosofico – non ci sono donne.
Attenzione – non sto parlando di quelle presenze, magari moderne, di spessore più o meno grande, che ormai hanno trovato una collocazione stabile in ogni ricostruzione storica degna di questo nome, da Hannah Arendt a Susan Sontag, da Etty Hillesum a Camille Paglia: queste sono figure che conosciamo. Sto parlando di Canone, cioè della genealogia consolidata che poi diventa, impercettibilmente, la versione indiscutibile dei nessi storici, il curriculum delle idee e dei personaggi, sul quale si formeranno le generazioni future. È lì, in questa canonizzazione silenziosa, ma del tutto codificata, che ci siamo dimenticati qualcosa. Qualcosa? Qualcosa come cosa? Qualche scrittrice trascurabile che va a riprendere concetti già espressi da intellettuali maschi? Individualità marginali, recuperabili solo in un’ottica di “letteratura minore” in senso deleuziano? O invece, pezzi interi di un “altro” sapere, anzi, continenti interi di cultura praticamente ignorata, del tutto irriducibile a una “semplice” dimensione di appartenenza di genere?

Eppure quel che manca alla filosofia è sotto gli occhi di tutti. È una verità semplice e condivisa. Nel canone filosofico – non ci sono donne”.

Karen J. Warren, tra i pionieri del cosiddetto Recovery Project (il progetto di riscoprire le identità, le vicende e il pensiero delle donne intellettuali dall’antichità all’età moderna, la cui esistenza è estata negletta, ignorata o perduta), ha curato una Unconventional History of Philosophy (Rowman & Littlefield, 2009) che, oltre a mettere in luce il contributo perduto delle filosofe, le associa, con perfetto equilibrio, alle figure del Canone (tutte maschili) creando coppie stupefacenti: non solo Platone e Diotima, ma anche Hobbes e Catharine Macaulay (1731-91), o Kant e Anna Maria van Schurman (1607-78). Il successo del progetto ha sollevato una discussione accademica enorme in ambito anglofono, anche per la scarsa presenza di donne nei corsi universitari, al punto da spingere la Pennsylvania State University Press a varare una apposita collana, diretta da Nancy Tuana, intitolata appunto Re-Reading the Canon.

LE FILOSOFE ITALIANE

Ma il contributo delle donne filosofe italiane, soprattutto nell’età moderna, non è stato assolutamente secondario. Confesso con disappunto che i nomi di Arcangela Tarabotti, Moderata Fonte, Lucrezia Marinella (e quelli di molte altre intellettuali, filosofe e scrittrici) mi erano ignoti. Ma è bastato scorrere l’acuta analisi di Sandra Plastina (Filosofe della modernità, Carocci, 2011) per capire che ci si trova davanti a un pensiero non solo speculativamente solido, ma anche straordinariamente coraggioso – capace (come nel caso del trattato di Lucrezia Marinella, La Nobiltà, et l’eccellenza delle donne, 1600) di assalire la radice di ogni svalutazione di genere, cioè l’inferiorità per natura propugnata da Aristotele.
Per chiarire la dimensione di ciò di cui stiamo parlando, la Warren tenne una conferenza sul tema limitandosi a distribuire ai presenti una lista con oltre ottanta nomi di donne filosofe di tutte le epoche. Lei stessa così commenta quel che accadde dopo: “La sala rimase del tutto silenziosa per un tempo che mi sembrò innaturalmente lungo. Infine, in fondo alla sala, un tipo dall’aria carismatica, che sedeva a un tavolino in una posa sul tipo di quella del ‘Pensatore’ di Rodin, lentamente si alzò in piedi. Si girò verso di me, mi squadrò per un momento, poi dichiarò di essere un membro emerito del Dipartimento di Filosofia e, con una voce gentile ma profondamente convinta, disse semplicemente: ‘Grazie’”.

Marco Senaldi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #42

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Marco Senaldi
Marco Senaldi, PhD, filosofo, curatore e teorico d’arte contemporanea, ha insegnato estetica e arte contemporanea in varie istituzioni accademiche tra cui Università di Milano Bicocca, IULM di Milano e Accademia di Brera. Ha curato mostre internazionali fra cui "Critical Quest" (1993), "Cover Theory" (2003), "Il marmo e la celluloide" (2006), "Fuori Fuoco – visioni video" (2012). Ha pubblicato numerosi saggi mettendo a confronto filosofia, cinema e arte, tra cui "Enjoy! Il godimento estetico" (2003, 2006 II ed.), "Doppio sguardo. Cinema e arte contemporanea" (2008), "Arte e Televisione. Da Andy Warhol a Grande Fratello" (2009), "Definitively Unfinished. Filosofia dell’arte contemporanea" (2012), "Obversione. Media e disidentità" (2014) e recentemente "Duchamp.La scienza dell’arte" (2019). È autore televisivo di programmi culturali per Canale 5, Italia Uno e RAI Tre e sta realizzando il programma a puntate "Genio & Sregolatezza su arte e storia in Italia" per RAI Storia; suoi articoli sono apparsi su il manifesto, Corriere della Sera, D-donna – la Repubblica, Interni, Alfabeta2 ; collabora dagli Anni Novanta con Flash Art; firma la rubrica “In fondo in fondo” su Artribune.