Antonio Ratti, artefice e imprenditore. Raccontato dalla figlia Annie

Profondo conoscitore d’arte e di tessuti, Antonio Ratti è il protagonista della rassegna in arrivo a Palazzo Te. Un percorso a tappe attraverso una carriera che ha lasciato il segno, raccontata dalla curatrice, e figlia, Annie Ratti. Tra storia personale, passato e futuro.

Antonio Ratti per tessitura serica Giovanni Canepa, Messa in carta, 1940. MuST, Fondazione Antonio Ratti, Como
Antonio Ratti per tessitura serica Giovanni Canepa, Messa in carta, 1940. MuST, Fondazione Antonio Ratti, Como

A partire dal 1° ottobre, Mantova fa da cornice a una mostra inedita, dedicata all’imprenditore comasco scomparso nel 2002. Per raccontare la vita e la carriera di Antonio Ratti, il Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te, assieme al Museo Civico di Palazzo Te e al Comune di Mantova, inaugura un appuntamento espositivo nel quale il tessuto contemporaneo si intreccia alla storia, all’arte e alla biografia.
Le sale del pianterreno, destinate ad accogliere gli appartamenti di Federico Gonzaga e dei suoi ospiti, sono state preparate per ricevere le installazioni e gli allestimenti de Il tessuto come arte: Antonio Ratti imprenditore e mecenate, mostra realizzata in collaborazione con la Fondazione Antonio Ratti di Como e curata da Lorenzo Benedetti, Annie Ratti e Maddalena Terragni.
Un vero e proprio percorso attraverso l’esistenza di Ratti, che, a soli trent’anni, convertì uno studio di disegno in impresa fondando, nel 1945, la Tessitura Serica Antonio Ratti per la creazione e la commercializzazione di tessuti per cravatte. Prima tappa di un’attività imprenditoriale che culminerà nel Gruppo Ratti e, nel 1985, in scia alla sua profonda passione per l’arte e il tessuto, nella Fondazione a lui intitolata, ente che oggi agisce come strumento di promozione e divulgazione culturale, presieduto dalla figlia Annie Ratti.

L’INTERVISTA

Esistono maestri che ritieni abbiano contribuito a formare la tua educazione visiva, il tuo sentire?
Gli anni più significativi della mia formazione artistica sono stati a New York quando, ancora giovanissima, sono stata ammessa al Whitney Indipendent Study Program e dove sono rimasta per qualche anno iniziando a fare le prime mostre.
Era la fine degli Anni Settanta, un periodo ancora aperto alla sperimentazione, in cui gli spazi non profit, quale “The Kitchen”, ricevevano sovvenzioni dallo Stato e svolgevano una funzione importante nella scena artistica americana. Ho avuto così modo di assistere a opere, performance, in cui arte, danza, musica convivevano, di scoprire John Cage, Palestine, solo per citarne alcuni e conoscere William Burroughs frequentando il mondo artistico sperimentale newyorkese. Quindi, più di un maestro, direi che è stato il contesto in cui mi sono trovata ad aprirmi a un certo tipo di arte contemporanea e a permettermi di elaborare un mio linguaggio. Ovviamente ero troppo giovane per rendermi conto dell’unicità del momento storico e della ricchezza della mia esperienza!

Antonio Ratti. Photo Roberto Zabban. Archivio Roberto Zabban, presso il Centro per la cultura d’impresa. Archivio documenti, Fondazione Antonio Ratti, Como
Antonio Ratti. Photo Roberto Zabban. Archivio Roberto Zabban, presso il Centro per la cultura d’impresa. Archivio documenti, Fondazione Antonio Ratti, Como

Secondo quali modalità l’ambiente familiare ha accompagnato, legittimato e valorizzato le tue inclinazioni?
È stata mia madre a cogliere la mia inclinazione per l’arte. Da lei ancora bambina ho ricevuto la prima scatola di colori a olio e con lei ho visitato le prime mostre e musei. Con questo, non sempre il mio desiderio di studiare arte è stato assecondato.

In quale misura ritieni che i tessuti, le loro trame e anche la collezione stessa cui ha dato vita tuo padre abbiano influenzato la tua ricerca artistica?
Da mio padre, essendo lui un grande esteta, ho imparato l’eleganza e sicuramente ho condiviso con lui la passione per i tessuti, per la qualità ma soprattutto per la ricerca intrinseca di questa arte senza cornice e tattile, oltre che visiva. Vedeva in me il suo successore e non fu facile fargli accettare la mia scelta per un’arte nell’immediato più concettuale.

Potresti descrivere quali incontri con gli artisti, alla Fondazione Antonio Ratti, sono stati determinanti per te, come curatore e come artista?
Ho sicuramente imparato molto dagli artisti con cui ho condiviso l’esperienza dello CSAV, ma devo dire che sono state le artiste donne a suscitare in me una particolare attenzione: da Joan Jonas a Yvonne Rainer, senza dimenticare Susan Hiller. Joan e io abbiamo vent’anni di differenza, quando l’ho invitata a partecipare al corso ci conoscevamo da qualche anno: insieme andavamo a vedere mostre, concerti e a far passeggiare i nostri cani a Central Park al mattino presto (l’unico momento in cui i cani potevano essere liberi). Per me Joan è sempre stata un modello di vita, di spirito, oltre che una grande artista.
Yvonne Rainer era stata la mia tutor all’ISP al Whitney e non credo sia necessario dire quanto, oltre a essere un’artista straordinaria, sia una donna di fascino estremo proprio per la sua modestia, la sua sobrietà e il suo rigore intellettuale. Delle tre, l’artista a cui mi sento più vicina come modalità di lavoro è Susan Hiller, con cui condivido la ricerca transdisciplinare e un particolare interesse per la conoscenza e le culture marginali o marginalizzate.

Antonio Ratti, Disegno per stampa. MuST, Fondazione Antonio Ratti, Como
Antonio Ratti, Disegno per stampa. MuST, Fondazione Antonio Ratti, Como

Ricordi il momento esatto in cui hai compreso che la tua vita sarebbe stata legata all’arte? Come si è modificata nel tempo?
Ho iniziato a praticare l’arte sin da bambina: danza, musica, disegno, scultura e pittura.  Provavo un’attrazione naturale e fortissima per tutte le forme d’arte sia come fruitore che come creatore. Ero timida, mancina contrariata, solitaria, ipersensibile, dislessica, di natura ribelle a qualsiasi costrizione e imposizione. L’arte mi sembrava l’unico spazio possibile in cui trovare quello che cercavo, iniziando dalla libertà di esplorare conoscenze diverse. Ovviamente, crescendo, una acquisisce altre responsabilità, una maggiore consapevolezza delle ingiustizie del mondo e il desiderio di condividere le proprie esperienze e il proprio modo di pensare, nella speranza di poter portare cambiamenti. Sono tuttora convinta che l’esperienza dell’arte sia un’esperienza trasformativa, uno strumento di produzione di conoscenza, fondamentale alla nostra crescita al di là delle norme imposte. Di conseguenza, l’arte contiene una funzione chiave in relazione al mondo in cui viviamo e ove riaprire spazi del possibile. “Spring must confront Winter” potrebbe essere la frase che sintetizza il dis-ordine dell’arte oggi.

Il tuo ruolo è doppiamente impegnato, perché rappresenti la memoria culturale dell’azienda e, al tempo stesso, ne promuovi l’emblema di una costante evoluzione. Come conciliare entrambi gli aspetti? Quali le difficoltà più rilevanti?
Credo che entrambi gli aspetti siano parte di un’unica condizione dove è certamente il passato che produce il futuro ma dove, ancor più fondamentalmente, è il futuro che determina il valore del passato.

FAR-Fondazione Antonio Ratti. Villa Sucota. Photo Giovanna Silva
FAR-Fondazione Antonio Ratti. Villa Sucota. Photo Giovanna Silva

A ottobre, a Mantova, Palazzo Te accoglierà una grande mostra dedicata all’operato di Antonio Ratti. Quali sue peculiarità, in veste di mecenate, di creativo/creatore e imprenditore emergeranno?
Un elemento fondamentale è mostrare come l’impresa sia stata sempre pensata da mio padre con un’intenzione culturale. Antonio Ratti dava un grande valore alla qualità non solamente del prodotto, ma anche dei processi lavorativi ed è per questo che le attività culturali sono sempre state una presenza importante nella vita della fabbrica. Questo ha permesso di raggiungere un livello elevatissimo di produzione, indispensabile in un settore così specializzato come quello tessile.
Nella mostra si vedranno scorrere in parallelo la vita della fabbrica, con le sue produzioni, e le molteplici attività culturali da lui promosse. Tra queste, l’arte contemporanea svolge un ruolo molto importante: i laboratori dedicati al disegno e successivamente il Corso Superiore di Arti Visive sono un chiaro esempio della sua inclinazione filantropica, della sua attenzione ai giovani e del suo modo di valorizzare la cultura e rivolgersi al contemporaneo.

In qualità di curatore, potresti brevemente passare in rassegna le opere che sono state selezionate? E anticipare alcune scelte che sono state operate insieme al team Benedetti-Terragni?
È difficile fare una scelta perché il materiale legato a mio padre è enorme: sono numerosissimi i tessuti, tra l’archivio dell’azienda e quello della Fondazione, ma anche gli artisti che hanno partecipato alle molteplici iniziative della Fondazione nel corso dei decenni. Per questo, abbiamo scelto di cercare un equilibrio tra produzione tessile e attività culturali, mostrando come siano sempre state legate tra loro. La mostra si presenta come un paesaggio metafora della visione di mio padre dove, attraverso numerose opere e materiali d’archivio, il visitatore può immergersi per capire lo spirito che ha reso possibile la creazione di un’azienda come la Ratti e della FAR. Un documentario mostra i due ricchissimi archivi tessili, quello del Museo Studio del Tessuto della Fondazione, che è a disposizione di studiosi e creativi, e quello dell’azienda.

Durante il workshop di Joan Jonas, XIII CSAV – Artists Research Laboratory, luglio 2007. Spazio Culturale Antonio Ratti, Ex Chiesa San Francesco, Como. Photo Luca Bianco © Fondazione Antonio Ratti, Como
Durante il workshop di Joan Jonas, XIII CSAV – Artists Research Laboratory, luglio 2007. Spazio Culturale Antonio Ratti, Ex Chiesa San Francesco, Como. Photo Luca Bianco © Fondazione Antonio Ratti, Como

Quali artisti vedremo?
Saranno esposte opere legate alle varie edizioni dello CSAV, una combinazione di lavori di artisti che sono stati visiting professor e partecipanti al corso. In questo modo, le opere di Jimmie Durham, Yona Friedman, Joan Jonas e Yvonne Rainer si confronteranno con quelle di Mario Garcia Torres, Melanie Gilligan, Diego Perrone e Julia Brown, testimoniando come il dialogo tra generazioni diverse di artisti e la scelta artistica del corso siano sempre state legate a un contesto di ricerca e innovazione internazionale. Di Giulio Paolini e Renée Green verranno esposte proprio le opere realizzate a Como durante lo CSAV.
Nella mostra tessuti antichi provenienti dalla collezione, tessuti contemporanei realizzati dall’azienda e opere d’arte sono messi a confronto con altra documentazione della storia di
Antonio Ratti, dell’azienda e della Fondazione.

Le modalità di interazione e di trasmissione del sapere sono alla base della selezione degli artisti che lavorano ai corsi dello CSAV – Artists Research Laboratory. L’immaterialità della conoscenza è uno dei principali veicoli di avvicinamento all’arte contemporanea per chi frequenta il corso?
L’esperienza è un elemento fondamentale per la creazione. Sin dagli Anni ‘50 nella fabbrica venivano organizzati corsi e iniziative culturali di alta livello. Con la creazione della Fondazione questo aspetto si è solidificato, diventando un importante pendant dell’azienda.

Come curatore, potresti svelarci qualche anticipazione sui contenuti e sui protagonisti del corso che si terrà il prossimo anno?
Da quest’anno abbiamo cambiato la struttura del corso ponendo quale elemento centrale un tema, anziché un artista, e invitando diversi artisti a interpretarlo. Ora stiamo riflettendo sui contenuti di questa nuova esperienza e valutando in che modo proseguire. Abbiamo dei progetti ma preferirei per ora non renderli pubblici.

Potresti esprimere un augurio e un pensiero che accompagni le future attività della Fondazione?
Con la mostra di Mantova si crea la possibilità di aprire a un pubblico più ampio le attività della Fondazione. L’intenso lavoro portato avanti da anni dalla Fondazione, fra tessuto e arte contemporanea, sottolinea la necessità di continuare e di ampliare i nostri progetti.

Ginevra Bria
 
La versione ridotta dell’articolo è pubblicata su Grandi Mostre #6

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Nome eventoIl tessuto come arte: Antonio Ratti imprenditore e mecenate
Vernissage01/10/2017 su invito
Duratadal 01/10/2017 al 07/01/2018
AutoriGerhard Richter, Giulio Paolini, Jimmie Durham, John Armleder , Diego Perrone, Joan Jonas
CuratoriLorenzo Benedetti, Annie Ratti, Maddalena Terragni
Generiarte contemporanea, arti decorative e industriali
Spazio espositivoMUSEO CIVICO DI PALAZZO TE
IndirizzoViale Te 13 - Mantova - Lombardia
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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. È specializzata in arte contemporanea latinoamericana.