Lo spettacolo teatrale sull’Odissea nel carcere di Castelfranco Emilia

Un’Odissea percorsa negli spazi della casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove il modenese Teatro dei Venti realizza progetti fin dal 2006. Uno spettacolo itinerante in cui la poesia eterna di Omero – ma anche di Dante – si incarna nei corpi e nelle esperienze dei detenuti-attori, facendo risuonare armonie allo stesso tempo arcaiche e contemporanee

Teatro dei Venti, Odissea. Photo Chiara Ferrin
Teatro dei Venti, Odissea. Photo Chiara Ferrin

Leprotti di vari colori e dimensioni; il profumo delle erbe aromatiche e un piccolo giardino all’inglese perfettamente simmetrico: se non fosse per la presenza, discreta ma attenta, delle guardie carcerarie, sembrerebbe di essere precipitati – come Alice – in una dimensione altra, campestre e idilliaca. Certo, quella di Castelfranco Emilia è una “casa di reclusione a custodia attenuta” – burocratese per dire che i detenuti possono uscire per recarsi al lavoro oltre che essere impegnati nelle differenti attività svolte nell’istituto, dall’orto all’allevamento cunicolo a vari call-center –, ma è pur sempre un carcere.
Qui il Teatro dei Venti ‒ la compagnia modenese guidata dal regista Stefano Tè, fondata nel 2005 con una vocazione dichiarata per il teatro di strada, debitamente rivisto e ripensato, come testimonia il loro pluripremiato Moby Dick – realizza progetti permanenti già dal 2006, acquisendo un’esperienza che, dal 2014, si è arricchita con l’analogo lavoro presso il carcere di Modena – istituto affollato e assai complesso.
Non si tratta tanto – o, quantomeno, non soltanto – di laboratori finalizzati a offrire ai detenuti strumenti alternativi e creativi di elaborazione positiva del proprio vissuto, quanto di progetti sottesi da una consapevole e salda professionalità.
Teatro “sociale” dunque, e pure in qualche misura “terapeutico”, ma, in primo luogo “teatro”, pratica artistica corale implicitamente mirata a offrire uno sguardo “altro”, introspettivo e più consapevole, sulla realtà, in questo caso quella di un luogo circoscritto e “chiuso”, all’interno del quale agli “ospiti” è concesso molto tempo per riflettere sulle proprie esistenze.

Teatro dei Venti, Odissea. Photo Chiara Ferrin
Teatro dei Venti, Odissea. Photo Chiara Ferrin

L’INQUIETUDINE DI ULISSE

Nell’ambito della X edizione di Trasparenze Festival – organizzato dallo stesso Teatro dei Venti a Modena –, la casa circondariale di Castelfranco Emilia ha quindi ospitato otto repliche – alcune destinate agli alunni delle superiori, una agli stessi ospiti dell’istituto – di Odissea, spettacolo frutto del lavoro realizzato in tre anni con i detenuti-attori e coprodotto da ERT.
Muniti di cuffie, gli spettatori sono invitati a compiere essi stessi un viaggio all’interno dei vari ambienti del carcere: il succitato giardino, ma anche la serra, l’ex falegnameria, i camminamenti interni. Luoghi che rimandano alle successive tappe dell’accidentato itinerario di Ulisse, ma che la concreta presenza degli attori trasforma in spazi eminentemente simbolici e cerebrali, correlativi oggettivi di tenebre e illuminazioni che si alternano e finanche si sovrappongono nelle menti dei performer.
Ulisse e Polifemo, ma anche Telemaco e ovviamente i compagni di guerra e di avventura, e poi Penelope – accanto agli attori-detenuti, ci sono i membri della compagnia, Alessandra Amerio, Greta Esposito, Vittorio Conticelli – abitano quegli spazi con la loro esplicita e sonora fisicità ‒sottolineata pure da costumi né decorativi né didascalici, bensì inventivamente evocativi –, con la voce e il suono.

Teatro dei Venti, Odissea. Photo Chiara Ferrin
Teatro dei Venti, Odissea. Photo Chiara Ferrin

L’ODISSEA IN CARCERE A CASTELFRANCO EMILIA

Il regista Stefano Tè – anche autore della drammaturgia, insieme a Vittorio Continelli e Massimo Don – sa individuare e valorizzare il particolare talento di ciascuno dei suoi performer, riuscendo ad affiancare e amalgamare linguaggi e tonalità eterogenei in un discorso coerente e coeso.
Danza, mimo, recitazione, musica convivono così armoniosamente in uno spettacolo eclettico e nondimeno incentrato sulla figura di Ulisse, uomo divorato da un’inquietudine egotica e invincibile, in fondo auto-distruttiva: un’attitudine alla vita che, benché in forme diverse, ben conoscono i performer in scena.
Una curiosità morbosa, una concentrazione sui propri esclusivi bisogni che allontana inevitabilmente dall’altro ‒ la moglie fedele che fa e disfa la tela, i famigliari, gli amici, la comunità cui si appartiene per nascita o destino – condannandosi così alla solitudine.
I versi di Omero, ma anche il canto XXVI dell’Inferno dantesco e l’eco delle esperienze degli interpreti – detenuti e non – concorrono a plasmare una drammaturgia che, se da una parte denuncia quella intrinseca vocazione al “folle volo” che sembra condannare inesorabilmente  all’infelicità l’uomo, dall’altra svela e celebra quell’altrettanto innato istinto di sopravvivenza che non si limita soltanto a garantire le esigenze primarie, bensì contiene in sé pure il necessario bisogno di relazionarsi non opportunisticamente con l’altro.

Laura Bevione

https://www.trasparenzefestival.it/
https://www.teatrodeiventi.it/

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Laura Bevione
Laura Bevione è dottore di ricerca in Storia dello Spettacolo. Insegnante di Lettere e giornalista pubblicista, è da molti anni critico teatrale. Ha progettato e condotto incontri di formazione teatrale rivolti al pubblico. Ha curato il volume “Una storia. Dal festival Teatro Europeo al festival Teatro a Corte” (Titivillus, 2011); le monografie “Interior Sites Project. Il teatro di Cuocolo/Bosetti. IRAA Theatre” (Titivillus, 2017) e “Nelle case, nelle fabbriche, in scena. Il Teatro fatto a mano di Mariella Fabbris” (CUE Press, 2019); la raccolta dei testi dell’attore Stefano Braschi, “Ingarbujè. Matassa organizzata di pensieri tra vita e sogni” (Robin, 2021).