Il Paradiso secondo Alfredo Pirri e gruppo Nanou

L’artista Alfredo Pirri e i coreografi Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci hanno collaborato al progetto teatrale “Paradiso” in programma al Ravenna Festival.

Nanou, We want miles in a silent way. Photo Daniele Casadio
Nanou, We want miles in a silent way. Photo Daniele Casadio

Dare struttura al vuoto”: con il colore e con la luce, tra contrappunti e armonie. Il gruppo Nanou assieme ad Alfredo Pirri affronta il paradiso dantesco con il progetto PARADISO [Bozzetto SN – 001] che debutterà nel programma di Ravenna Festival dal 16 al 18 luglio con le musiche di Bruno Dorella.
Ne abbiamo parlato con l’artista, che ha curato lo spazio scenico, e con i coreografi Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci.

INTERVISTA TRIPLA CON ALFREDO PIRRI E GRUPPO NANOU

Il Paradiso non è certo la cantica più facile e popolare. Cosa vi interessava dire di questo “regno”?
Alfredo Pirri: Oggi come ieri l’attenzione “popolare” è rivolta con maggiore attenzione ai fatti crudi, dalle tinte violente. Alle storie che affondano nel sangue, allo scandalo triviale. Il Paradiso, invece, è un inno al luminoso (oltre che al femminile). La sua spazialità è fondata su movimenti circolari continui e centrifughi che servono quasi ad accelerare la corsa dandoci lo slancio per salire più in alto possibile. Come si può comprendere, quindi, dal Paradiso non è escluso il faticare come principio fondante e ispiratore.

Il dialogo tra le discipline aggiorna un sogno delle avanguardie storiche. Su quale piano avete costruito il vostro rapporto?
Rhuena Bracci: La volontà è di fare esperienza comune (performer e spettatori) avvicinando la dimensione dello spazio di entrambi. Dobbiamo lavorare per lenti avvicinamenti, causa contingenze pratiche, che sfrutteremo comunque per affondare nell’esperienza di uno spazio sempre più transitivo. In questo primo bozzetto ci aiuteranno le luci che creeranno uno “spazio diffuso unico”.
Marco Valerio Amico: questo Paradiso è un percorso che con Alfredo stiamo percorrendo insieme dalla sua ideazione. È un confronto continuo, dalle riflessioni sull’immaginario a quelle sul metodo compositivo per ottenere i materiali. Nasce così un’opera che nel suo farsi già prevede, dal principio, la coesistenza di linguaggi affini che si confrontano non per trovare una mediazione ma l’equilibrio esatto, l’organismo che è l’opera stessa.
A. P.: Io, oggi, non credo più alle parole. La maggior parte di esse dicono cose false. Ad esempio, i termini interazione o partecipazione, appena le nomini svaniscono in un pulviscolo già codificato e consumato che ne cancella il significato reale. Avremmo tutti bisogno di una nuova Commedia, sia essa divina o laica poco importa. Una scrittura capace di rifondare la lingua come ha fatto Dante con l’italiano. Per adesso questo compito spetta alle immagini.

Quale tappa rappresenta questo lavoro nella vostra ricerca, ad esempio sul colore e sulla luce?
A. P.: Avere a che fare con luce e colore vuole dire essenzialmente dare struttura al vuoto dandogli fondatezza e convertendolo da invisibile a visibile. Bisogna lavorare su contrappunti e armonie fra solido e trasparente, luminoso e opaco, racconto e informale, ecc. per entrare dentro lo spirito del colore e della luce poiché essi accolgono tutto trasformandolo in sensazioni.
R. B.: La volontà è quella di continuare a proporci in modo sempre meno visivo e sempre più immersivo. La luce mette un punto a favore della percezione diffusa e comune dello spazio.

Alfredo Pirri, Studio per il primo bozzetto di Paradiso con Nanou, 2021, acquerello, argento e oro su carta
Alfredo Pirri, Studio per il primo bozzetto di Paradiso con Nanou, 2021, acquerello, argento e oro su carta

L’ARTE E IL SACRO

L’arte, casomai ne avesse avuto bisogno, si ritaglia sempre più frequentemente il diritto di accedere al Sacro. Penso a Ettore Spalletti. Il Paradiso dà molta materia in questo senso…
M. V. A.: A mio avviso, l’arte è sacra anche quando è dissacrante. Il sacro ha a che fare con il rito, con l’immagine, con l’esperienza personale e intima, con lo sguardo che è sia collettivo che singolo, con la contemplazione che è uno stato dell’uomo e del tempo… Del Sacro, in questo Paradiso, c’è il principio di riscrittura del tempo, di tensione dello sguardo, dell’esperienza individuale che si ricompone nel condividerla.
A. P.: Direi che, senza l’arte, il sacro non sopravvive. Infatti le chiese, purtroppo tante, che non si propongono come luogo d’arte non trasmettono alcuna spiritualità e, rinunciando all’arte, non esprimono neanche temporalità. Il Paradiso sarà uno spazio per prima cosa artistico, di conseguenza (solo di conseguenza) spirituale.

Cos’è un “sistema compositivo coreografico aleatorio”?
R. B. [sorride] Significa che neppure il coreografo saprà quali saranno le combinazioni che andranno in scena. Dati “colori” e parametri, le combinazioni fra le partiture, i suoni, gli interpreti e i loro interventi saranno infiniti.
M. V. A.: Il danzatore si allena a mantenere la sua identità e i suoi principi relazionali senza fissarli su un partner o con appuntamenti predetti. L’appuntamento si crea lì, attraverso un sistema coreografico per cui nessuno può avere un’esperienza pregressa per ripetere l’incontro in una forma prestabilita. Ogni danzatore è “solo” con il suo materiale e i suoi principi. La coesistenza tra corpi e scena determina la condizione dell’esecuzione.

Nanou, We want miles in a silent way. Photo Daniele Casadio
Nanou, We want miles in a silent way. Photo Daniele Casadio

L’INCONTRO FRA LE ARTI E GLI SPETTACOLI POST-PANDEMIA

L’incontro con l’arte di Alfredo Pirri. Come avete mantenuto distinti e fusi stili e poetiche?
M. V. A.: Con Alfredo stiamo lavorando ascoltandoci continuamente. Ci sono alleanze su obiettivi comuni. Ci sono equilibri da raggiungere e ci stiamo prendendo il tempo per capire che, se si dovesse mai verificare un compromesso, quello sarebbe il primo materiale da buttare via. Il progetto, la metodologia che ci siamo costruiti per affrontare il Paradiso dantesco, è ciò che ci guida e che determina la nostra alleanza.
A. P.: Col confronto e la fiducia.

Il progetto ribadisce anche la necessità e l’importanza di essere “dal vivo”.
M. V. A.: Penso che l’arte debba essere sempre “dal vivo”. Anche un film. Le cose vanno viste per come sono perché vanno percepite attraverso tutta l’epidermide per dimensioni, vibrazioni, colori, azioni e percezioni. Dopo quest’anno e mezzo di distanze, di schermi, di luoghi definiti dalle mura di casa, uscire, raggiungere un luogo, stare collettivamente insieme, vedere corpi che si adoperano per un’azione, cogliere le dimensioni di un luogo, i colori, e poi poterne parlare fuori, insieme, in un bar… non è già questo un Paradiso?

– Simone Azzoni

www.ravennafestival.org

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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.