Il racconto di Enea Tomei. “Da attore e regista sono diventato guardiano notturno e rider”

Attore, regista, scrittore, fotografo, Enea Tomei si occupa a tempo pieno di un teatro comunale in Toscana. Ma per vivere è costretto a fare mille lavori. E con il lockdown la situazione si è aggravata. La sua storia e le sue domande: perché il lavoro culturale non è riconosciuto? Può una specializzazione costruita in anni di studio e fatica diventare solo un hobby?

Teatro
Teatro

Ho una domanda. In quale paese un uomo di cultura, che si occupa a tempo pieno di un teatro comunale della provincia Toscana, si preoccupa di tenere vivo un tessuto socio-culturale attraverso programmazione di spettacoli, laboratori e cinema, si occupa nella sua attività anche di persone meno abili integrandoli nelle attività periodiche della sua associazione culturale, dialoga costantemente con le istituzioni e tiene amministrazione e manutenzione dello stabile impeccabili, in quale paese (è questa la domanda) quest’uomo è costretto per sopravvivere a lavorare come guardiano notturno in una fabbrica che non lo riguarda? Perché non ha diritto a 1500€ al mese o qualsiasi altro importo preso dai suoi vicini assessori o custodi museali o similari?  

Bucine AR Teatro Comunale
Bucine AR Teatro Comunale

CHI È ENEA TOMEI

Sono un attore, un regista e un drammaturgo. E non ho passato il 2020 ad aspettare l’elemosina governativa. Mi sono immediatamente dato da fare dopo che hanno chiuso ogni cosa e sono dovuto tornare a Roma bloccando la produzione del mio ultimo spettacolo. Di mese in mese vedrà la luce, forse, ad aprile 2021, dopo più di un anno di stop. Chissà che senso avrà farlo, o riceverlo. L’energia che lo ha generato e sostenuto è ancora viva e reale? In realtà sono anche fotografo, grafico e consulente artistico. Perché noi che lavoriamo nello spettacolo dal vivo, ma in generale chi si occupa di arte, dobbiamo fare “sette” lavori, almeno, per guadagnare comunque meno di un “ministeriale” qualsiasi. Quindi dobbiamo fare anche lavori che non c’entrano niente con la nostra attività. Tipo, appunto, il guardiano notturno di fabbriche o alberghi, o i camerieri, i baristi, gli autisti e altri mille lavoretti qualsiasi. Innanzitutto perché noi, di precarietà temporale, “ci viviamo” non potendo bloccarci su un orario fisso ma essere sempre disponibili per prove, spettacoli mattutini e provini quando ci chiamano, poi perché, cambiando così spesso spettacolo o luogo di lavoro, non possiamo vivere di “cose stabili”. È una scelta, ma non può essere una condanna. E il salario minimo, quando sei un precario, dovrebbe essere alto. Magari con un sostegno statale ai privati o alle imprese che assumono artisti o con una forma di sostegno al reddito come avviene in Francia con il sistema dell’intermittenza. Ma così non è. Quindi, nel sistema lavorativo italiano, siamo come schiavi. Siamo sfruttati. 

DA UN LAVORO ALL’ALTRO. GLI EFFETTI DEL LOCKDOWN

Io, per esempio, adesso lavoro al mercato, e mi va anche bene perché il banco è piccolino, le aziende dei prodotti che vendo sono certificate biologiche e la mia titolare è una “simpaticona” incredibile. Ma che c’entra con la mia vita? Con ciò che ho studiato e con ciò di cui mi nutro ogni giorno da più di venti anni, e cioè le arti della scena? Niente. Devo interpretare un ruolo? Lo faccio ma quanto può durare? Un ruolo, “a casa mia” dura il tempo di una stagione, non di più. Poi devi per forza cambiare, è la nostra struttura professionale che funziona così. A meno che non sei un protagonista di “Un posto al sole”, che ti porta alla pensione come fossi alle Poste. Ma attori così ce ne saranno un centinaio. e noi siamo migliaia. Decine di migliaia. E prima di quello che faccio ora, ho fatto un altro lavoro. Uno dei peggiori secondo me. Forse un gradino più su della schiavitù dei campi di pomodori. Quello che tanti fanno in bici. Il corriere. E se non fai un certo numero di ore resti al palo. Altro che imprenditore di te stesso. E lo hanno fatto in tanti durante il primo lockdown. Pure quelli che prima guidavano i minivan neri “stilosissimi”. O i furgoni DHL gialli o i camion BRT rossi. Perché il primo lockdown è stata un’ecatombe. Poi ce lo siamo dimenticato. E “lui” è tornato sui suoi passi e ce le ha suonate più forte. E ancora non abbiamo capito niente. Dobbiamo cambiare profondamente oppure non ne usciremo per bene. Saremo sempre sull’orlo di un possibile disastro: ambientale/sanitario/psicologico/economico-politico. E saremo ricattabili: dai grandi business farmaceutici, finanziari, energetici, agro-alimentari. Noi, working class come cantava Lennon.

©Giuseppe Distefano CALDERÒN Teatro Vascello
©Giuseppe Distefano CALDERÒN Teatro Vascello

FARE IL RIDER

Quando sei un corriere devi correre. Devi bruciare i semafori, rischi di investire qualcuno, di prendere multe, di sfasciare la macchina o il motorino. In inverno cominciano a spaccarsi le dita. La schiena fa male. Non sei più uno splendore e vorresti sbrigarti di più ad ogni consegna. Ma succede sempre qualche imprevisto: scivoli per le scale, urti il parafango posteriore al cancello dell’entrata, non trovi il pulsante per aprire il portone, c’è il black out dell’app. E ti ritrovi a maledire quel lavoro. Protesti nella mail, ma tanto non cambia niente. Ricattabile. Perché in una continua situazione di emergenza, di condizioni di stress, a cui viene sacrificato ciò che abbiamo scelto nella vita, per rendere possibile quella stessa vita, ma carente ormai di tempo, di studio, di riposo adeguato, carente di tutele, di soddisfazioni, di riconoscimenti economici. In una parola: autosfruttamento.

Quindi oggi mi chiedo (saranno poi le ultime domande?):

Come ti cambia la morfologia del subconscio un lavoro che non è il tuo? Come muta la tua emotività? E la tua psicologia?

E infine, riuscirò a mantenere vivo l’entusiasmo? O il disinteresse, e poi il fastidio, per un lavoro che non è il mio si presenteranno come al solito e mi costringeranno a ricominciare daccapo?

Ma qual è il mio lavoro in conclusione?

Non è forse più un hobby, il teatro, visto che comunque devo sempre fare altri lavori per continuare a farlo?

Enea Tomei

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Enea Tomei
Attore, scrittore, fotografo è attivo nella ricerca teatrale in cui viene valorizzato un teatro di regia in cui al centro è l’attore; dal 1999 al 2014 è membro della compagnia teatrale triangolo scaleno teatro di Roma, che ha la direzione artistica del Festival Teatri di Vetro e le cui ultime produzioni L’uomo senza contenuto e Profanazioni hanno debuttato al Napoli.Teatro Festival Italia e al Romaeuropa Festival. Dopo il Diploma d'attore si è perfezionato con Teatro delle Albe, Societas Raffaello Sanzio, Sosta Palmizi, Fanny&Alexander, Balletto Civile. Dal 2013 inizia un percorso performativo solitario che lo porta ad esibirsi con lavori self-standing in gallerie d'arte, librerie, radio, musei: MACRO, Teatro Vascello, Cineclub Detour, tra gli altri. Dal 2016 scrive e recita per il Centro di Produzione di Danza contemporanea Twain con base a Tuscania, in provincia di Viterbo. Dal 2020 è artista residente presso il Teatro di Bucine, in provincia di Arezzo. Lavora alla creazione di propri spettacoli e negli spettacoli della compagnia Diesis Teatrango che gestisce il teatro.