L’infinita fine del mondo. Lino Guanciale porta Gabriel Calderón sul palcoscenico

Lino Guanciale mette in scena per ERT il testo inedito del drammaturgo uruguayano Gabriel Calderón. Una riflessione surreale, ironica e drammatica sulle transitorie apocalissi vissute dal nostro pianeta, calata in un interno famigliare di oggi.

Gabriel Calderón, La mia infinita fine del mondo. Regia Lino Guanciale. Photo di Francesca Cappi
Gabriel Calderón, La mia infinita fine del mondo. Regia Lino Guanciale. Photo di Francesca Cappi

Si legano per affinità culturali interposte e interagenti, per acutezza di pensiero esplorativo del nostro tempo, per capacità di affondi nella condizione umana con sguardo intrigante e restituzione surreale, per atteggiamento teatrale pacatamente urtante nel solco della tradizione; e per un teatro fatto di elementi immediati: attore, testo, relazioni. Ci sembra che sia tutto questo, e forse altro ancora, ad accomunare il drammaturgo uruguayano Gabriel Calderón e l’attore, qui regista, Lino Guanciale.

LINO GUANCIALE INCONTRA GABRIEL CALDERÓN

Nasce da questo sodalizio umano e artistico lo spettacolo La mia infinita fine del mondo di Calderón, commissionato appena a inizio agosto da Ert Emilia Romagna Teatri nella figura del direttore artistico Claudio Longhi, e messo in scena a ottobre da Guanciale, alla sua seconda regia. Dal confronto a distanza tra i due, da sollecitazioni e scambi di focus, si è giunti alla realizzazione di questo testo (ispirato al libro del politologo statunitense Francis Fukuyama La fine della storia e l’ultimo uomo) che, divertendo argutamente, provoca riflessioni sul nostro tempo malato nel corpo e nello spirito. Come si poteva rendere questa condizione in cui tutti noi oggi affoghiamo? Con una sintesi lucidissima che mescola il reale e il fantastico, cifra autoriale dell’uruguayano il cui stile è un mix di melodramma, fantascienza e umorismo come chiavi essenziali del discorso tragico. E quando nella realtà irrompe il fantastico, l’elemento disturbante mette in discussione le certezze – come non pensare alle nostre prima del Covid? L’impianto registico architettato da Guanciale sul palcoscenico del Teatro Storchi di Modena, dove lo spettacolo ha debuttato, risponde appieno al testo, seguendo una propria mappa che traccia scenari condivisi e modellabili a nuove visioni.

Gabriel Calderón, La mia infinita fine del mondo. Regia Lino Guanciale. Photo di Francesca Cappi
Gabriel Calderón, La mia infinita fine del mondo. Regia Lino Guanciale. Photo di Francesca Cappi

LA TRAMA DELLO SPETTACOLO DIRETTO DA GUANCIALE

Siamo nel prima e nel dopo della Storia universale vista in alcuni scenari dove il mondo, per catastrofi naturali ed estinzioni, crisi economiche e quant’altro, stava per finire: e con esso il generarsi di nevrosi, di profezie apocalittiche, di paure ataviche. “Desideri e timori ancestrali interferiscono con la Storia? O è più forte il meccanismo contrario, per cui è la Storia a contribuire a mutarli o generarli?”, si legge nelle note di regia. Nell’esplorazione della fine apocalittica la trama scorre dall’universale al particolare indagando una situazione famigliare che ha come perno una nonna ricoverata in una sala d’attesa d’ospedale per crisi respiratoria e sul punto di morire. Di questa notizia da parte del dottore ridono i nipoti in visita, giacché più volte si è palesato, invano, il decesso. Particolare rilevante è la natura cattivissima della donna che invece sopravvive grazie al suo odio manifesto verso i suoi figli assenti e quei tre nipoti – più la moglie di uno di loro, impasticcata, enigmatica e sofferente ‒ che vanno a visitarla, volendosi prendere cura, a parole, di lei, che invece li manda a quel paese urlando di essere lasciata in pace. Convocati per prendere delle decisioni sulla terapia da adottare per la nonna, i tre non sanno assumersi alcuna responsabilità, formulando risoluzioni sconclusionate. Nello scontro verbale, tra dispetti e minacce, verranno alla luce gli scheletri nell’armadio di due di loro – e un grande armadio entra ed esce di scena ‒ miste a manie incendiarie di una delle due donne, a crisi depressive dell’altra, e altri elementi disturbanti. In parallelo alla vicenda umana di questi personaggi nevrotici ed esplosivi scorrono intermezzi onirici che sintetizzano le minacce all’umanità avvenute nei secoli. Distribuiti lungo una scala d’aereo nel vuoto del palcoscenico mentre indossano delle originali maschere stilizzate, i protagonisti dei quattro intervalli sono, prima, due dinosauri dialoganti davanti a una stella cadente che in realtà è un meteorite in caduta libera, giunto per distruggerli; poi, alcuni animali sull’Arca sopravvissuti al Diluvio Universale e un unicorno in cerca di salvezza che infine annega estinguendosi per sempre; quindi il mondo vegetale con un bosco alle falde di un vulcano alla fine della piccola era glaciale; in ultimo, un Protone e un Neutrone con un salto futuristico nello spazio siderale, per immaginare la vera apocalisse sulla Terra.

Gabriel Calderón, La mia infinita fine del mondo. Regia Lino Guanciale. Photo di Francesca Cappi
Gabriel Calderón, La mia infinita fine del mondo. Regia Lino Guanciale. Photo di Francesca Cappi

APOCALISSE E HUMOR SECONDO GUANCIALE

Con il supporto esplicativo d’immagini video su un grande schermo – anche le parole incomprensibili, perché intubata, della nonna ‒ che accompagnano il succedersi delle scene di tutto lo spettacolo, la regia efficace di Guanciale crea e mantiene nel suo sviluppo quella sapiente dose di humour e quel ritmo allegorico necessari per una riflessione sulla transitorietà di tutto e sulla grande lezione della Storia che continua a insegnarci che nulla dura per sempre. Mentre tutti aspettano l’imminente fine della vecchia, alla donna più fragile, la moglie impasticcata, sono affidate le tirate finali. Rimasta sola nella sala d’aspetto, mentre fuori infuria una tempesta, tra le altre lucide frasi ripete: “Forse siamo tutti i saldi delle vite degli altri, quello che nessuno ha voluto, la discarica di un mondo migliore. Gente senza radici, senza storia, anacronistica, stonata rispetto alla fine della storia, gli ultimi sopravvissuti di una specie allo sfacelo”. “… La fine non è qualcosa che arriverà, è qualcosa che è già qui. … Un coming soon, un’attesa tragica, un deserto di realtà. Gente indebitata, che fugge, che soffre, gente che muore da sola, gente pazza, stiamo tutti vivendo una bella sofferenza eterna”.
A reggere l’impalcatura dello spettacolo con trasformazioni agili che restituiscono tutta la freschezza della materia testuale di Calderón, dominandola appieno passando da registri leggeri ad altri con la carica drammatica stemperata in frizzanti siparietti, sono sei bravissimi giovani attori da menzionare in blocco: Michele Lisi, Paolo Minnielli, Maria Vittoria Scarlattei, Cristiana Tramparulo, Jacopo Trebbi, Giulia Trivero.

Giuseppe Distefano

https://emiliaromagnateatro.com/

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).