Abitare il vuoto che vuoto non è. Lo spettacolo di Baro d’evel

Andato in scena nell’ambito del Romaeuropa Festival 2020, lo spettacolo “Là” di Baro d’evel punta profeticamente lo sguardo sul disagio dell’oggi.

Baro d’evel, Là. Photo François Passerini
Baro d’evel, Là. Photo François Passerini

Nel suo Corpo teatro il filosofo Jean-Luc Nancy, fra le diverse analisi, così descriveva la scena: “Un luogo da cui si genera e si prende il tempo di una presentazione (di corpi) in quanto spinte di senso tra i vuoti delle loro esistenze fortuite, un luogo in cui questa casualità assume la necessità del dramma e il vuoto assume la consistenza di un punto di raccolta del senso: ecco che cosa chiamiamo scena”. Fra pieno e vuoto, contrapposizioni e consonanze, incontri e scontri di simili opposti si muove , uno degli ultimi lavori della compagnia Baro d’evel presentato nell’ambito della XXXV edizione del Romaeuropa Festival 2020, interrotta da qualche settimana a causa delle ultime norme anti-Covid.

LO SPETTACOLO DI BARO D’EVEL

Dal 7 al 10 ottobre la compagnia Baro d’evel di Camille Decourtye e Blaï Mateu Trias, con la partecipazione della figlia Rita Mateu Decourtye, ha portato al Teatro Argentina di Roma , prima parte del dittico Là, sur la falaise inaugurato nel 2018. Con la volontà di inclusione ed esplosione di formati o linguaggi che contraddistingue il lavoro della compagnia, si configura come la tensione verso quell’altrove, come un prologo per arrivare a quel luogo al di là del muro in cui trovare tutte le possibilità del poter essere. Sembra suggerire che per rintracciare l’oltre bisogna attraversare il vuoto, il bianco e il “gesto ridotto all’essenziale […] che ci racconta ostinatamente di Là, di Là, ancora e ancora”. Rottura e incontro sono i dettami che conducono l’azione dei due protagonisti, che nascendo dalle pareti della scena bianca si interrogano, si sostengono, si interrompono, esplodono in vocalizzi disperati, in crolli incessanti di un corpo che non riesce a risollevarsi, in un intrico di fili che imprigiona la performer, attraverso domande rivolte direttamente al pubblico. Si mostra così una condizione del vivere tanto la vita quanto l’arte come i segni di un ripetersi che è possibile incarnare e modificare, come un manège di corpi intrecciati che rotolando l’uno sull’altro si scoprono, si scontrano e si accolgono. Dal travolgente canto di Camille Decourtye dell’aria prima dei Capuleti e Montecchi di Bellini al movimento denso della danza di Blaï Mateu Trias tutto viene interrotto, cede nel disequilibrio e diventa altro, mostra sul piano fenomenico i segni di un in bilico incessante di “corpi e voci, ritmi e danze consumate, cadute e slanci”, condensandosi sulla scena nelle sfumature di linguaggi che sfociano l’uno nell’altro.

Baro d’evel, Là. Photo Cosimo Trimboli
Baro d’evel, Là. Photo Cosimo Trimboli

DAL PALCOSCENICO ALL’ATTUALITÀ

Una prova toccante e poetica che guarda al corpo e alle sue tracce e dove neanche i tre muri che compongono lo spazio scenico rimangono estranei al meccanismo: schiene, passi, gesti, parole, corse e rincorse sono incisi come segni in divenire di una realtà e di un’arte che non è mai stata meno effimera, che lotta e si misura con se stessa per rivendicare la propria esistenza. Un lavoro che fa della danza, del canto, del teatro, del circo e del disegno i canali essenziali per esprimere condizioni esistenziali di un uomo, una donna, degli artisti, dell’arte, della vita.
Sono passati due anni dalla creazione di , ma è difficile porre lo sguardo su questi corpi impossibilitati senza pensare a quello che accade oggi, alla distanza, al vuoto, all’inquietudine, alla perdita, a quelle disponibilità d’incontro che solo la scena teatrale offriva fino a poco tempo fa come ultimo baluardo di un contatto possibile, come un luogo in cui ritrovare tutto quello che si è perso in questo periodo, la possibilità di ritrovarsi, toccarsi, baciarsi, elaborare il dolore. “E adesso che facciamo? Dobbiamo fare qualcosa, anche qualcosa di piccolo va bene”.

Valeria Vannucci

https://barodevel.com

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Valeria Vannucci
Valeria Vannucci (Roma, 1993), laureata in Storia, teoria e tecniche della danza all’interno del corso di laurea magistrale in Teatro, Cinema, Danza e Arti digitali della Sapienza - Università di Roma. Nel 2018 vince “Scrivere in residenza”, bando della Biennale di Venezia per settore Danza e redige il saggio “Tersicore bendata: eros alla Biennale Danza di Venezia”, pubblicato dalla stessa istituzione nel 2019. Ha collaborato col progetto editoriale “93% - Materiali per una politica non verbale”, è cofondatrice e redattrice della rivista di critica teatrale “Le Nottole di Minerva”, collabora con l’archivio della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, col festival Biennale MArteLive per il settore danza ed è collaboratrice personale del coreografo e danz’autore Davide Valrosso.