Festival BMotion: teatro e danza non si fermano a Bassano del Grappa

Uno sguardo al futuro di una delle manifestazioni più attese in Veneto; il festival BMotion di Bassano del Grappa.

This is my last dance di Tabea Martin e Simona Bertozzi. Photo Riccardo Panozzo
This is my last dance di Tabea Martin e Simona Bertozzi. Photo Riccardo Panozzo

BMotion non si ferma per l’emergenza del Coronavirus. Il festival, che si articola all’interno di Operaestate con un cartellone che ricerca nuove forme di danza e teatro, riflette sulle sue pratiche. La danza in quel di Bassano del Grappa traccia ora una linea che detta modi possibili di un dialogo creativo tra web e ricerca dal vivo. Il periodo di emergenza è un’occasione per percorrere nuove strade che già delineano la struttura portante della proposta che sarà annunciata a metà giugno.
In cartellone ci saranno sicuramente Silvia Gribaudi, Chiara Frigo, Masako Matsushita, Marigia Maggipinto e Sara Sguotti, che hanno rimodellato e generato nuove relazioni con il pubblico a partire da restrizioni e spazi virtuali. Un terreno, questo, di sperimentazioni che rileggeranno i luoghi tradizionali di Bmotion aprendo nuovi orizzonti.
Ce ne parla Roberto Casarotto, responsabile del settore danza del Comune di Bassano: Operaestate e BMotion.

Qual è lo stato dell’arte? Quanto si realizzerà di ciò che avevate programmato?
Credo che finché non avremo chiare le disposizioni di legge non possiamo che immaginare il futuro. Non sarà facile attivare quella mobilità di artisti internazionali che hanno caratterizzato la danza. Sono in atto tutta una serie di riflessioni sul contesto in cui viviamo ed è partita fin da subito una attività di ri-contestualizzazione del festival che renda conto dell’isolamento sociale e delle situazioni umane che viviamo. Non appena avremo chiaro il contesto giuridico, decideremo in quali spazi agire.
L’approccio è quello di guardare ai limiti come una opportunità per cercare nuove modalità di sviluppo di idee in città e nuove modalità di coinvolgimento dei cittadini.

Vi siete dati una dead line per licenziare il programma dell’edizione 2020?
Nelle prossime settimane usciremo con il programma. L’intenzione è quella di fare il festival, di dire una presenza: in considerazione anche del fatto che molti sono stati cancellati e molti colleghi che li hanno posticipati in autunno non hanno certezze di realizzarli.

Masako Matsushita, Diary of a Move. Photo Sara Lando
Masako Matsushita, Diary of a Move. Photo Sara Lando

Questo tempo ha prodotto dicotomie e contraddizioni tra chi si è mosso nel web e chi ha continuato la sua ricerca negli spazi e nei linguaggi della materia fisica. Proposte online e ricerca dal vivo. Due strade destinate a rimanere inconciliabili o a cercare una tangenza. Si può essere permeabili nei linguaggi e nelle intenzioni?
C’è una distinzione netta tra chi ha saputo costruire dei format per l’online e chi ha ripiegato sul mettere in rete dei prodotti artistici esistenti e documentazioni pensati per i tradizionali palcoscenici. Chi si propone con delle classi e delle attività pratiche online come le farebbe davanti a un gruppo di persone e chi invece ha attivato modalità di dialogo affidandosi a sistemi tradizionali. La differenza è chiara: c’è chi ha capito che l’online è un altro mondo che ha tempi, ritmi diversi e ha bisogno di costruire un sistema di coinvolgimento diverso.

Il web rischia di vanificare la ricerca della danza? Come ne usciremo?
Ne usciremo con nuove competenze. Credo che appunto tutta una serie di competenze, implicite in questo lavoro sono visibili e intercettabili. Penso sia molto più importante archiviare, acquisire e incorporare saperi nuovi.

Spazi contingentati e tempi dilatati. Per la danza è un terreno di creatività?
È iniziato un processo di dialogo con artisti italiani e internazionali. Stiamo ragionando insieme su qualcosa che abbia senso per chi vive ancora in isolamento, e per quei corpi che arriveranno traumatizzati da quest’esperienza. Mi chiedo che senso abbia oggi un “luogo tradizionale”. Mi chiedo se i teatri siano stati veri luoghi di inclusione. Teatri con pubblico di bianchi che producono per un target di cinquantenni. Forse sarebbe ora di cominciare a riparlare di inclusone e di diversità.

Arte Sella, coreografia di Collettivo Cinetico e Sharon Fridman. Photo Riccardo Panozzo
Arte Sella, coreografia di Collettivo Cinetico e Sharon Fridman. Photo Riccardo Panozzo

Teatri che sorgono in quartieri ghetto ma completamente impermeabili alla realtà multietnica che li circonda…
Fintanto che assegneremo in modo istituzionale le posizioni di potere non ci sarà futuro.

Le istituzioni più snelle hanno reagito meglio alla pandemia…
È lampante che le istituzioni più solide, classiche, sono quelle più in difficoltà, hanno costruito una sostenibilità basata sulla struttura fisica, un certo tipo di pubblico.

Chi è rimasto escluso dalla visibilità della rete è rimasto penalizzato?
Le persone devono far tesoro delle relazioni umane costruite. Lo vedo anche nella quotidianità. Chi mi approccia per parlare di idee e di ispirazioni e chi ha deciso ad esempio di stare in silenzio. Io credo che sia fondamentale, anche se non si hanno i mezzi, restare connessi in una comunità di operatori. Mai come ora è una responsabilità intercettarsi reciprocamente.

Come avete tenuto il filo con la comunità di BMotion?
È sempre stata una delle mie caratteristiche programmatiche quella di costruire relazioni a lungo termine. Quando iniziamo la vendita delle card abbiamo tutto esaurito in due giorni. E gli spettatori non sanno nemmeno cosa vedranno.
Ci sono poi alcune attività che si sono trasformate, evolute e tradotte modificandosi per i tempi dell’emergenza. Tra queste Dance Well, che ha generato audioguide per classi di danza. C’è poi Masako Matsushita con i Diary of a move che sta raccogliendo i movimenti registrati dai partecipanti a una call. I movimenti costruiranno un diario e un archivio che diventerà il patrimonio culturale della città e materiale coreografico per una performance dello stesso Masako. E poi 3 PASSI, un progetto di Marigia Maggipinto, Chiara Frigo e Silvia Gribaudi per investigare ricordi ed emozioni e orientarli al futuro. Insomma ancora una volta si stanno creando delle condizioni in cui la creatività sia possibile. Con questo processo si rinforza il percorso di Bmotion: cambiare la prospettiva e abituarci ad alternative definizioni di bellezza.
Stiamo riflettendo anche su come tenere vive attività più legate a ragionamenti su tematiche forti. A novembre volevamo concentrarci sulla parola benessere.

Sponsor e istituzioni stanno accompagnando e dando garanzie alla sostenibilità del festival?
La nostra sostenibilità si costruisce in più parti: la città, il MiBACT, i fondi europei, gli sponsor i biglietti. Non siamo scoraggiati da questo e capiremo come realizzare il tutto.

Simone Azzoni

http://www.operaestate.it/bmotion/

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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.