Danza e mappature. As If We Were Dust di Alessandro Carboni

Danza, registrazione delle caratteristiche della città, performance coesistono nell’opera “As If We Were Dust”, di Alessandro Carboni.

Alessandro Carboni, As If We Were Dust. Photo Renzo Zupparoli
Alessandro Carboni, As If We Were Dust. Photo Renzo Zupparoli

Sin dall’inizio del suo percorso di ricerca, Alessandro Carboni (1976) è sempre stato interessato all’elaborazione di metodi che fornissero coordinate teoriche alla sua prassi artistica. Essi si innervano su griglie dall’impianto lucido e matematizzante e su possibilità combinatorie che, come partiture di volta in volta diverse, nel momento scenico entrano in funzione e si aprono alle possibilità del caso generate dall’evento performativo. Il suo fare artistico, quindi, è sempre il risultato di una tensione fra ordine teorico e fragilità della scena.
Con il duo Ooffouro, la prima incarnazione della sua ricerca, il processo si basava sul Sistema Trilite, una piattaforma tripartita a struttura ciclica: una prima fase volta a classificare la realtà creando moduli (AU – audio; BO – body; CI – immagini in movimento; DI – diapositive, cioè immagini non in movimento; EN – engines ovvero macchine; FO – Fonts di linguaggi e parole) e aree di archiviazione degli elementi; una seconda fase che, attraverso una pratica quotidiana di esercizi e prove, combinava quanto precedentemente individuato; infine un terzo livello del sistema atto a realizzare una vera e propria scrittura scenica di quanto emerso nella seconda fase.
Oggi la ricerca di Carboni risente della sua vocazione nomade ed esplorativa. Em:tools è un metodo di mappatura urbana da lui sviluppato grazie a un PhD presso la School of Creative Media della City University di Hong Kong. È una complessa strategia in cui il corpo è il dispositivo che mappa le città contemporanee attraverso l’embodiment delle forze in esse incastonate. Il processo avviene secondo un sistema quadripartito di principi applicativi: osservazione, cattura, estrazione e composizione. Em:tools prevede quindi la formazione di un archivio di posture, mutuate dalla relazione performer/spazio urbano. Nella fase di composizione, queste posture possono essere riconfigurate all’interno delle strutture coreografiche.

Alessandro Carboni, As If We Were Dust. Photo Renzo Zupparoli
Alessandro Carboni, As If We Were Dust. Photo Renzo Zupparoli

MATTONI E PERFORMANCE

As If We Were Dust sfrutta alcune di queste mappe corporali archiviate nel lavoro sulle città e le applica a una pratica scenica basata sulla relazione fra il performer e una griglia rettangolare di cento mattoni, ordinatamente disposti in cinque file parallele, ciascuna di venti mattoni. Prima che l’azione inizi, si ha l’impressione di trovarsi di fronte all’installazione Lament For The Children di Carl Andre. Si percepisce che i mattoni si configurano come sineddoche: essi sono la parte, l’unità costruttiva minima che rimanda al tutto, vale a dire ai palazzi e alla città che sono il tema sotteso a questa fase della ricerca di Carboni. E ci è sembrata particolarmente coerente la scelta di Margine Operativo di ospitare questo lavoro nel festival Attraversamenti Multipli, da loro organizzato per mettersi in risonanza con spazi precisi, fra cui il quartiere romano del Quadraro, modello vincente di un’edilizia popolare che cerca una riqualificazione anche attraverso atti artistici.
Gli spettatori siedono ai bordi dei due lati lunghi della griglia di mattoni allineati in piedi e sono immersi, sin dall’ingresso negli spazi del Garage Zero, in un suono di matrice glitch: il loop del rumore di una puntina alla fine di un disco, cui è stato applicato un riverbero che sembra impregnare lo spazio. Se il punto di partenza – la struttura dei mattoni, appunto – è uguale in ogni posto in cui As If We Were Dust viene realizzato, ciò che cambia è l’esito della manipolazione di questi materiali. Carboni attraversa più volte lo spazio, giocando con la permutazione di posizione dei mattoni secondo tre possibilità: mattone in piedi sul lato corto, in piedi sul lato lungo e disteso. È una drammaturgia dell’oggetto sempre innestata sulla base sonora glitch iniziale, cui nel corso dell’azione si aggiungono profondi tonfi macchinici, anch’essi riverberati per dare l’impressione di allagare lo spazio. Il movimento del corpo è scarno ed essenziale. Pochissimo rimane della danza, linguaggio esplorato con gli Ooffouro. Sicuramente a permanere è quella messa in forma del corpo che Lorenzo Mango ne La scrittura scenica identifica come “funzione coreografica”, vale a dire quella “particolare articolazione della presenza scenica dell’attore in forma di scrittura, che riguarda la formalizzazione del movimento ed il suo rapporto con lo spazio” (L. Mango, La scrittura scenica. Un codice e le sue pratiche nel teatro del Novecento, Bulzoni, Roma, 2003, p. 298).

Alessandro Carboni, As If We Were Dust. Photo Gino Rosa
Alessandro Carboni, As If We Were Dust. Photo Gino Rosa

CORPO E SPAZIO

Si tratta solo di un baluginio di quella presenza che richiama tanto Nuovo Teatro. Se per As If We Were Dust si volesse identificare un orizzonte di senso, allora preferiremmo parlare di performance art. E tale orizzonte si fa particolarmente esplicito quando, allineati i mattoni in una lunga fila continua che sembra fare da spina dorsale allo spazio, il performer vi si distende accanto e comincia a modellare il suo corpo sulla loro lunga sequenza. Allo stesso tempo, lo spostamento del corpo produce la permutazione della loro posizione. Osservando il lento strisciare di Carboni vengono in mente le MesuRAGEs di Orlan, azioni in cui l’artista francese si appropriava degli spazi urbani usando il suo corpo come unità di misura: l’Orlan-corps. È chiaro che non c’è alcun intento rabbioso – la “RAGE” di Orlan era un grido contro il sistema che imponeva all’artista donna un ruolo preciso e stereotipato – ma in controluce si può leggere un fil rouge che lega queste due esperienze così disparate, MesuRAGEs e As If We Were Dust, e cioè il medesimo desiderio di imprimere un soffio caloroso, quello del corpo umano, nel duro dello spazio.
Alla fine i mattoni vengono accatastati in un angolo con movimenti rapidi e precisi. I frammenti, rimasti nello spazio perché casualmente prodotti dalla rottura durante il processo, vengono raggruppati in gruppi di due. La rigida griglia concettuale, incarnata nella disposizione iniziale, ha funzionato in tutto il suo rigore. E ha funzionato proprio perché ha collassato aprendosi all’evento inaspettato e sempre diverso, vale a dire alla casualità della rottura durante la manipolazione. Ancora una volta il sistema ideato da Carboni ha fatto cortocircuitare partitura e caos.

Mauro Petruzziello

http://www.attraversamentimultipli.it/

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AutoreAlessandro Carboni
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Mauro Petruzziello
Mauro Petruzziello è docente a contratto di Storia del Teatro e dello Spettacolo presso il DISUCOM dell’Università della Tuscia. Si occupa delle intersezioni tra arti performative, suono e nuovi linguaggi. Ha pubblicato “«Perché di te farò un canto». Pratiche ed estetiche della vocalità nel teatro di Jerzy Grotowski, Living Theatre e Peter Brook” (Bulzoni, 2018), esplorazione delle potenzialità drammaturgiche della voce nel teatro secondo-novecentesco. Ha affiancato i gruppi teatrali della nuova scena italiana degli Anni Zero curando il primo volume di “Iperscen”e (Editoria & Spettacolo, 2007) e “Aksè. Vocabolario per una comunità teatrale” (L’arboreto edizioni, 2012). Fa parte del comitato di redazione di “Sciami Ricerche” ed è membro del Gruppo Acusma, collettivo di studiosi e artisti la cui ricerca è incentrata sulle drammaturgie sonore nel teatro e nel video. Ha collaborato con numerose testate, tra le quali “la Repubblica XL”, “Rockstar”, “Alfabeta”, “Epolis”.