Visione d’insieme. Uno sguardo su Short Theatre 2019

La quattordicesima edizione di “Short Theatre”, festival settembrino dedicato alle arti performative a Roma, tenta di moltiplicare e mescolare sguardi e prospettive per creare, insieme alla comunità che lo attraversa, una più ampia visione d’insieme.

Gli stimoli luminosi che arrivano al cervello tramite la retina permettono di vedere forme e colori, di percepire e utilizzare oggetti, di muoversi nello spazio che abitiamo. Allo stesso modo, gli stimoli culturali possono aiutare a capire e non solo a vedere ciò che ci circonda, aiutando a individuare direzioni e coordinate cui tendere. Avere una visione non significa, infatti, semplicemente vedere, ma guardare, utilizzare il senso della vista in modo critico, cogliere dettagli per poi comporli e costruire una totalità. Visione d’insieme è il titolo della quattordicesima edizione di Short Theatre, festival romano dedicato alle arti performative. “Un esercizio di moltiplicazione dello sguardo”, la possibilità di attraversare e intrecciare molteplici prospettive, di posare occhi e pensieri sulla pluralità che compone la realtà che ci circonda. Un mondo creato, scomposto e ricongiunto dall’occhio che vi si sofferma.
Le immagini onnipresenti della società contemporanea (quantomeno occidentale), un bombardamento continuo di impulsi visivi che, talvolta, rende ostica la visione stessa e soprattutto la nostra capacità di indagarne i significati. Così, Fabrizio Arcuri e Francesca Corona, direttori del festival, propongono una varietà di sguardi, di linguaggi, forme e formati in dialogo fra loro, tentando di comporre un panorama vasto, inclusivo, voce della comunità che lo abita. Il festival vuole essere azione politica e conversazione collettiva, mantenendo la forte vocazione internazionale che lo caratterizza.

Samira Elagoz, Cock, cock… who’s there?

Samira Elagoz, Cock, cock… who’s there?

DA KADER ATTIA A SAMIRA ELAGOZ

Tanti corpi abitano quest’edizione di Short Theatre, corpi dalle identità labili, costruite esternamente, colonizzati, razzializzati e sessualizzati. Kader Attia, artista visivo franco-algerino, si interroga sulla fabbricazione della Storia da parte delle società, sulla memoria collettiva, su violenza e sottomissione. Nel film The body’s legacies pt. 2: postcolonial body (2018), Louisa Yousfi, una delle attiviste intervistate, afferma che ogni immagine è di per sé neutra, ma potenzialmente portatrice di molteplici e opposti significati a seconda della prospettiva da cui viene guardata. È lo sguardo a non essere imparziale, a farsi veicolo di contenuti. Così, il corpo colonizzato, come sottolinea Olivier Marboeuf, un altro protagonista del film, vive nel paradosso dell’impossibilità di amarsi a causa del desiderio di esistere nello sguardo dell’altro.
Desiderio che, in fondo, può riguardare tutti. L’identità, nella società eteronormativa, si afferma nel momento in cui viene legittimata da un occhio esterno. Samira Elagoz, portando in scena il doloroso racconto degli abusi da lei stessa vissuti, nello spettacolo Cock, cock… who’s there?, sfida il pubblico a ripensare le proprie categorie culturali, l’influenza che il pensiero dominante ha sull’immagine del corpo femminile e sulla terribile realtà della violenza sessuale. L’artista non pare voler suscitare empatia, anche se tra il pubblico vi è certo chi si commuove, e si serve più che della narrazione in prima persona di una serie di video realizzati negli anni per superare i suoi traumi. Parenti e amici, interpellati in occasione dell’anniversario dal primo abuso, mostrano la difficoltà di non giudicare o in qualche modo colpevolizzare la vittima, anche quando si tratta di una persona vicina. Durante incontri con uomini sconosciuti, viene invece esposta la prepotenza, a tratti spaventosamente inconsapevole, che fin tropo spesso caratterizza l’approccio con l’altro sesso. Una ricerca che da personale diventa quasi antropologica, di cui viene restituita, purtroppo, solo una minima parte. È curioso come, verso la fine dello spettacolo, Elagoz parli di un regno lontano, di un re affiancato da una donna, ma certe storie, dice, non vanno raccontate e questo reame scompare dalla luce del sole.
Si viene così subito ritrasportati in Italia, tra le cime rocciose delle Dolomiti, dove abbondano leggende dalle protagoniste femminili. Regni pacifici e armoniosi castrati dalla sete di potere e di conquista, ad atto solitamente di un ambizioso principe o re vicino. Marta Cuscunà narra il Canto della caduta del regno dei Fanes, antico popolo ladino. La giovane e virtuosa artista, con l’ausilio dei pupazzi meccanici realizzati da Paola Villani, continua la riflessione sull’oppressione del femminile raccontando la leggenda di un passato lontanissimo, nel quale, forse, può vivere l’utopia di un futuro nuovamente prospero. Anela a un mondo dove regni ama-ar-gi, termine sumero che indica libertà e letteralmente significa “ritorno alla madre”.

Marta Cuscunà, Il canto della caduta. Photo Daniele Borghello

Marta Cuscunà, Il canto della caduta. Photo Daniele Borghello

I RISCHI E LE SPERANZE

La visione che Short Theatre così compone, riempiendo il suo panorama non solo di performance, ma anche di musica, laboratori e incontri, vuole scardinare convinzioni assodate, modi di vivere ed esperire la realtà che paiono a volte impossibili da sradicare. Tuttavia, non è semplice rinnovare il dibattito. È inevitabile chiedersi se tra il pubblico che affolla gli spazi della Pelanda non si sia in gran parte già d’accordo e quanto spettacoli che si concludono con un “© 2016” a tutto schermo (Samira Elagoz) siano in grado di avanzare nuove prospettive. Anche il tentativo effettuato dalla compagnia Sotterraneo (Premio Ubu 2018), che con i suoi Talk Show vuole aprire il salotto di casa in cui artisti e operatori discutono di poetiche e politiche, resta un po’ troppo autoreferenziale. Il rischio, insomma, è quello di ripetersi, di restare in quella dimensione tanto tipica della romanità fatta di ironia, lamentele e un po’ di rassegnazione che viene restituita dal Jukebox di Encyclopédie de la parole, attraverso la splendida voce di Monica Demuru.
Pur nella fatica di aprire finestre di sguardo più ampio e col pericolo di restare superfici riflettenti, i festival sono sempre e comunque importanti piattaforme di incontro e dialogo che è fondamentale sostenere. L’ambizione è raggiungere davvero quell’overview effect provato dagli astronauti quando dallo spazio vedono affiorare la Terra dall’oscurità dell’universo, che la visione d’insieme si faccia realmente vasta e inclusiva, così da potersi trasformare in azione concreta.

Margherita Dellantonio

https://www.shorttheatre.org/

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Margherita Dellantonio

Margherita Dellantonio

Laureata in Beni Culturali con un percorso ibrido tra la storia dell'arte e dello spettacolo, i suoi studi e la sua ricerca si concentrano attualmente sulle arti performative contemporanee. Ha collaborato al progetto editoriale "93 % - materiali per una…

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