Il Barocco come controcultura. La danza di William Forsythe

Al Valli di Reggio Emilia il Sadler’s Wells ha presentato una produzione interamente dedicata alla coreografia di William Forsythe. Tra motivi vecchi e nuovi, l’intuizione più forte e radicale è quella del mondo gestuale e musicale del Barocco, da cui origina l’idioma del balletto classico, inteso come una controcultura capace di ripensare le egemonie più consuete.

Sadler’s Wells, Catalogue. Coreografia William Forsythe. Photo © Bill Cooper
Sadler’s Wells, Catalogue. Coreografia William Forsythe. Photo © Bill Cooper

Al Teatro Grande di Brescia prima e al Valli di Reggio Emilia poi, ma chi lo ha perso potrà vederlo nell’anacronistico programma della prossima Biennale Danza di Venezia (21-30 giugno), il Sadler’s Wells va e viene per l’Italia con una proposta interamente dedicata alla coreografia di William Forsythe.
Per nulla omogeneo, questo difficile collage di pezzi vecchi e nuovi intitolato, e non senza ironia, A Quiet Evening of Dance, combina situazioni coreografiche e musicali plurali, anche opposte e tra loro disorganiche, che soltanto un provvidenziale intervallo tra le due parti può armonizzare. Questo è naturalmente un punto di forza: l’intensa concentrazione richiesta allo spettatore dalla prima parte del programma si libera ed emancipa definitivamente nell’aggancio più disseminato della seconda. Ed è soprattutto una operazione riuscita nei confronti del pubblico, perché lo spettatore è insieme catturato e istruito, continuamente sollecitato e anche soddisfatto senza essere mai blandito.

CALVINISTA E PURGATORIALE

Ma occorre essere molto chiari: questo ‘quieto’ e didattico programma di danze di Forsythe è fortemente calvinista e purgatoriale. E per i tempi repressivi e oscurantisti che corrono è un invito da non assumere in modo troppo neutrale. Da una parte, nelle scelte di movimento per questi corpi vi è una assenza totale di motivi legati a eros: la sessualità è interamente rimossa. Le strade che vengono aperte da questa immensa eredità del lavoro coreografico di Forsythe conducono da tutt’altra parte.
Dall’altra, l’esibita orizzontalità delle relazioni create dai sette danzatori è ottenuta attraverso la neutralizzazione di tutte le gerarchie implicite nell’idioma del vocabolario classico (per intenderci: mai un lift umiliante o protagonismi imposti dal ruolo). Queste danze, come in realtà da tempo ormai acquisito, restano in sneaker. Però l’effetto che ottengono non è di rottura ma di tendenza. La democrazia del corpo rivendicata come un brand può anche rischiare di essere compromessa.
In uno spazio senza scene, i danzatori sono tutti in semplici abiti da lavoro, dimessi e sciatti al limite del punitivo, sempre con l’iconico (sempre orrendo) calzino, qui anche colorato, e spesso indossano anche lunghi guanti anch’essi colorati e di difficilissimo gusto, in una austerità morigerata ed essenziale che vuole solo rivendicare, come già in Balanchine, “una danza che esprime se stessa”. Ben detto: tanto low profile saremmo pronti però a non perdonarlo a nessuno, mentre qui appare, ed è, sovversivo. Nella composizione del movimento, nell’uso dei corpi e nelle scelte musicali, soprattutto.

Sadler’s Wells, Dialogue. Coreografia William Forsythe. Photo © Bill Cooper
Sadler’s Wells, Dialogue. Coreografia William Forsythe. Photo © Bill Cooper

BAROCCO E CONTROCULTURA

A partire dal breve Prologue a due in avvio, che è una sorta di cortese preparazione dello sguardo a ciò che le braccia possono fare; oppure nel successivo e geniale Catalogue, forse il pezzo più bello dell’intera serata, che ripensa un’omonima coreografia del 2016, in cui un duo tutto sur place, ossia nel minimo ingombro di spazio al centro del palco, mette a profitto un’intensa partitura gestuale. Jill Johnson e Christopher Roman sollecitano tutte le giunture del corpo in una sorta di tabellario posturale di natura istruttiva ed educativa fino al limite del didascalico, talmente intenso e concentrato da mettere a durissima prova lo sguardo e la pazienza dello spettatore. Ma lo sforzo è ripagato quasi subito. Vi si sovrappone la musica di Morton Feldman (Nature piece n. 1, 1950) per Epilogue nel cui quintetto compare, ma almeno qui sottoutilizzato, Rauf “RubberLegz” Yasit, performer hip hop, contorsionista e nerboruto campione di click su Instagram. Tra mille rotazioni e petit battement, il bacino fuori centro e decorative corsette contromano, Forsythe è capace attraverso questi corpi di rendere fluido anche ciò che si presenta nervoso e cristallizzato. Così ancora nel duo Dialogue, ma poi soprattutto nella seconda parte, è attraverso la continua ibridazione anatomica della dismisura nella libertà controllata e sorvegliata di questi corpi che Forsythe rende trasparente ciò che resterebbe altrimenti opaco: il disordine diventa finalmente immaginabile.
La serata si compie nelle danze della seconda parte, più breve, dal titolo Seventeen/Twenty One, dominate dall’incontro con la musica di Jean Philippe Rameau e con tutto l’immaginario della sua ricezione barocca. Tra liquidi arabesque e inchini parodiati, tra ripetute pose di memoria cortigiana e ombre in movimento di sapore caravaggesco, abbinate all’hip hop più acrobatico e senza mistero, è un vero e proprio immaginario neobarocco che prende vita, mai in senso illustrativo. L’incessante comunità di interpreti, in continua trasformazione, esemplifica perfettamente l’idea del Barocco come controcultura capace di naturalizzare ciò che si vorrebbe, invece, mantenere distinto ed elitario. Non più rivendicazione di un’arte egemone, ma affermazione oggi di un modo di vivere la diversità. Fino al sestetto finale (cui si aggiunge RubberLegz che resta però solista), così fortemente influenzato dalle Goldberg Variations di Jerome Robbins (1971), in cui il passato barocco convive con il presente postmoderno, intrecciando forme inedite di confronto e di convivenza.

Stefano Tomassini

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AutoreWilliam Forsythe
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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini è ricercatore presso l’Università Iuav di Venezia e insegna all’Università della Svizzera Italiana. È consulente per la danza di LuganoInScena al LAC. Nel 2008-2009 è stato Fulbright-Schuman Research Scholar; nel 2010 Scholar-in-Residence all’archivio del Jacob’s Pillow Dance Festival (Lee, Mass.) e, nel 2011, Assistant Research Scholar all’Italian Academy for Advanced Studies in America della Columbia University (NYC). Fa parte della giuria per le Giornate della Danza Svizzera 2019.