Swiss Dance Days. Focus sulla danza svizzera

Un reportage dagli Swiss Dance Days, andati in scena a Losanna, e una riflessione sul valore odierno della performance.

Swiss Dance Days 2019. Alexandra Bachzetsis, Private Song. Photo © Nikolas Giakoumakis
Swiss Dance Days 2019. Alexandra Bachzetsis, Private Song. Photo © Nikolas Giakoumakis

Si sono svolti a febbraio gli Swiss Dance Days, la piattaforma della danza svizzera che ogni due anni presenta in quattro giorni serrati una kermesse della produzione coreografica contemporanea d’oltralpe.
La giuria, composta da Vincent Baudriller, Anneli Binder, Patrick de Rham, Catja Loepfe, Philippe Saire, Stefano Tomassini, ha selezionato 15 coreografi tra 150 proposte pervenute, segno di una prolifica attività e concentrazione della danza nel territorio elvetico, che si caratterizza per la sua trasversalità, interdisciplinarietà, decentralizzazione continua e molteplicità di orientamenti artistici.
La Svizzera da anni mostra un’attenzione profonda e coraggiosa alla relazione tra danza, performance e arti visive, puntando su scelte non convenzionali, su dispositivi spettacolari ibridi, su una coreografia che viaggia ai bordi della performance practice.
I quattro giorni di incontri, workshop, spettacoli hanno attraversato Losanna, secondo una mappatura che articola un importante sistema di teatri, centri di produzione e scuole dedicate alle arti sceniche contemporanee. L’orchestrazione compulsiva e ricca è stata seguita da una folta presenza di organizzatori, curatori e operatori culturali provenienti da tutto il mondo.

PRIVATE SONG DI ALEXANDRA BACHZETSIS

Appuntamento immancabile nella programmazione sono i Salons d’artistes, dove i coreografi presentano a un pubblico di operatori ristretto e molto ravvicinato i lavori in forma di studio, spesso attraverso dispositivi seduttivi (indimenticabile nel 2017 una Caroline Hominal incinta, in tuta di latex rossa e zeppe, che batteva all’asta il lavoro che avrebbe svolto nell’anno in corso con la collaborazione di Markus Öhrn), altre volte, come quest’anno, in forme tradizionali quali talk e showcase.
E proprio dalla precedente edizione di Salons d’artistes del 2017 provengono alcuni spettacoli tra i più interessanti e meritevoli della piattaforma, mostrando quanto sia meticoloso ma anche proficuo in termini artistici il percorso di affiancamento alla produzione dell’opera, e quanto sia attenta la Svizzera nel creare un sistema di sostegno in un tempo medio-lungo, molto lontano dall’emergenziale pratica italiana.
Tra questi, da segnalare, l’intenso e potente Private Song di Alexandra Bachzetsis, coreografa svizzera di origine greca, che fonda la sua pratica sull’intersezione di danza, performance e arti visive. Il lavoro, già visto da chi scrive nelle giornate di apertura di Documenta 14 ad Atene, dove aveva debuttato nel 2017 nella cornice del Teatro del Pireo, è un viaggio nella biografia transidentitaria della Bachzetsis, che in una migrazione di codici, generi e apparati cattura la cultura popolare greca tradizionale asciugandone il lirismo attraverso la nitidezza implacabile del suo segno coreografico.
In una lotta di pathos, vigore e romanticismo, che gioca tra il fitness e il codice sadomaso, tra figure androgine coinvolte in un menage à trois al confine dei generi e dei desideri, riemergono i canti dei rebetiko, le melanconiche melodie di popoli gitani salmodiate da conturbanti cowboy. Scenografie minimali rimandano a luoghi remoti, solitari, sintesi astratte di taverne disabitate e per contrappasso di teatri senza spettatori.
Lontana da un’eco nostalgica e da un’appartenenza identitaria, Private Song è un’intima creazione di uno spazio colmo di tracce biografiche, dove si reifica il potere erotico, micropolitico, affettivo del gesto, una costruzione formale minuziosa e sofisticata che attraversa l’Europa, i fantasmi della sua storia e delle sue geografie interrotte, dei passi e dei canti lontani delle diaspore delle minoranze. È un lavoro di corpi, politici, ibridi, fortemente erotizzati, che si contendono l’immaginario e i lampi del desiderio e si assegnano a una costante trasmigrazione identitaria, costruendo una storia trasversale della produzione dell’immagine.

Swiss Dance Days 2019. Yasmine Hugonnet, Se Sentir Vivant. Photo © Anne Laure Lechat
Swiss Dance Days 2019. Yasmine Hugonnet, Se Sentir Vivant. Photo © Anne Laure Lechat

SE SENTIR VIVANT DI YASMINE HUGONNET

Yasmine Hugonnet, coreografa di base a Ginevra, mostra il suo nuovo percorso e la molecolare ricerca nella micro-partitura coreografica che in Se Sentir Vivant approda alla ventriloquia. Il lavoro apre la scena all’invisibile, alla relazione misteriosa tra interno ed esterno del corpo, alla sua voce sconosciuta. Secondo un procedere enigmatico tra suono di dentro e movimento di fuori, Hugonnet rende sottile e permeabile la materia oscura del corpo, lavorando sulla pelle, membrana mediana e amplificatrice di suono, testimone sensibile di questo contagio. I versi dell’Inferno dantesco segnano lo spazio della perdita, la necessità di addentrarsi nei gironi più bui laddove la strada è smarrita. Se Sentir Vivant, infatti, può essere definito, come suggerisce la stessa Hugonnet, come una tragi-commedia della dissociazione dove la voce appare come la riappropriazione di uno spazio inedito di percezione, uno strumento per tornare a sentirsi viventi.
La coreografa, seppur nel fragile e sottile equilibrio della pièce, colpisce per l’onestà nell’esecuzione, per l’adesione radicale all’universo fisico e simbolico a cui rimanda, per una delicatezza e vulnerabilità intimamente esposte che fanno di Se Sentir Vivant la manifestazione di un fenomeno, un accadimento sensibile, inafferrabile, sottratto a ogni tentativo di spettacolarizzazione.

SPEACHLESS VOICES DI CINDY VAN ACKER

Rigore compositivo ed esposizione tornano in uno dei lavori più toccanti degli Swiss Dance Days, Speachless Voices di Cindy Van Acker, un requiem potente dedicato all’amico Mika Vainio, compositore finlandese, pioniere della scena elettronica sperimentale, ex membro dei Pan Sonic, recentemente scomparso.
La scena si apre in uno spazio drappeggiato di lenzuola bianche, a opera dell’artista belga Michaël Borremans. Dal soffitto pende un lampadario di cristallo, mentre un giradischi a lato del proscenio diffonde i suoni di un piccolo piano acuto, come una canzone di fantasmi.
Sei danzatori vestiti di bianco come manichini di gomma, di gesso, sono gli interpreti di questa composizione sul lutto, come morti bianche a loro volta sospese in un grido soffocato di dolore. Una totentanz, un girotondo di morte, composto millimetricamente da segni coreografici e gesti naturalistici, che rimandano alla collaborazione pluriennale con il regista Romeo Castellucci, marcano la scena, dilatati, sospesi in un attimo di estraniazione, sino al parossismo. Seppur immerso in una violenza contratta, sotterranea, il lavoro è un poema coreografico risplendente di una classicità arcaica e contemporanea, un inno all’eternità che si conclude infatti nello splendido Canto Popolare di Pier Paolo Pasolini.

Swiss Dance Days 2019. Gilles Jobin, VR_I at Arsenic. Photo Nelly Rodriguez
Swiss Dance Days 2019. Gilles Jobin, VR_I at Arsenic. Photo Nelly Rodriguez

VR_I DI GILLES JOBIN

Percorso per altri versi singolare è quello di Gilles Jobin, che con raffinatezza compositiva invita lo spettatore a un viaggio tra corpo, realtà e virtuale nella danza della realtà aumentata. VR_I è un sistema immersivo, un’esperienza coreografica che si articola attraverso la deterritorializzazione del corpo nell’ambiente immaginifico creato in collaborazione con il collettivo Artanim. Un’apertura al meraviglioso, costruita attraverso una sapiente drammaturgia della realtà virtuale, combina magistralmente scale di grandezza, latitudini, dimensioni: dalle immensità degli spazi desertici con le Seven Magic Mountains di Ugo Rondinone a parchi urbani. L’esperienza genera vertigini di bellezza, sensazioni di perdita, paura, mistero, accompagnate e composte sempre con grazia e attenzione per lo spettatore, e dalle presenze attente dei danzatori virtuali.

SIMONE AUGHTERLONY

Quello che invece inizia a mostrare cenni di debolezza, e che è stato per anni l’orgoglio della danza svizzera, è il paradigma del performativo, specialmente lì dove l’ammiccamento e l’ironia sembrano attuare un gioco di seduzione con il pubblico e di reiterazione della spettacolarità nella sua apparente negazione.
Eccezione fa Simone Aughterlony, che con la sua inquietudine dissacratoria ci conduce in un party fetish, in due ore non stop dove la furia, la foga e la gioia sembrano non dare tregua all’irrefrenabile pulsione dei corpi.
Aughterlony sa essere maestra in questo osare, nello spingere ai limiti dell’accettabilità il pudore dello sguardo, creando una folle, colorata, accesa infiammazione dello spazio e dei codici, attraverso i beat di una techno alpestre, infrangendo i tabù, dal cibo alle feci, alternando violenza, spasmo, dolore, piacere.

Swiss Dance Days 2019. Daniel Hellmann, Requiem for a piece of Meat. Photo © Nelly Rodriguez
Swiss Dance Days 2019. Daniel Hellmann, Requiem for a piece of Meat. Photo © Nelly Rodriguez

OLTRE LA PERFORMANCE

Se Aughterlony nel suo compulsivo procedere non appare vaga ma precisa e determinata nelle sue intenzioni, i suoi colleghi coreografi che sembrano strizzare l’occhio all’ambito della performance risultano poco incisivi, ridondanti, lontani dal rigore, di cui pure la performance ha intrinsecamente necessità. Il tempo dell’eccesso, dell’esposizione mediatica dell’exploitation, del superamento del limite sembra scolorirsi, perdere di senso, sfumare di intensità. Osare in termini politici e coreografici forse oggi vuol dire penetrare nella ricerca, approfondire l’incorporazione, assumere il costo di una discesa negli inferi del corpo.
Forse non si ha più bisogno di performance, come rifletteva provocatoriamente Paul B. Preciado nella recente conferenza tenutasi al PAC di Milano sul tecnopatriarcato in occasione di Performing PAC De-gender, ma piuttosto di esistenza e di persistenza, di alleanze coraggiose, estreme, inedite, di nuovi territori che non imbriglino il corpo e le sue alterazioni in una forma di spettacolarizzazione ma creino i sintomi e i segni di un’alterità reale.

Maria Paola Zedda

www.swissdancedays.ch

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Maria Paola Zedda
Curatrice ed esperta di performance art, danza e arti visive, rivolge la sua ricerca ai linguaggi di confine tra arte contemporanea, danza, performance e cinema. Ha lavorato come assistente e organizzatrice per oltre un decennio nelle produzioni della Compagnia Enzo Cosimi e come performer indipendente ha ottenuto importanti riconoscimenti quali la Menzione Speciale del Premio Equilibrio 2009. Dal 2011 cura e dirige festival e manifestazioni legate ai linguaggi del contemporaneo (Istantanee – visioni di danza e performance, Across Asia Film Festival, Across the vision FIlm Festival), collaborando con prestigiose istituzioni tra cui MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, Musei Civici di Cagliari, Hanoi Doc LAb – Goethe Institut. Nel 2015 ha diretto il programma artistico di Cagliari Capitale Italiana della Cultura (MiBACT, Comune di Cagliari) e il programma di arte pubblica Space is the Place.