Ricordi d’infanzia sul palcoscenico. Parola alla regista Fabiana Iacozzilli

Intervista a Fabiana Iacozzilli, regista de “La Classe. Un docupuppets per marionette e uomini”, in scena il 18 gennaio al Teatro Cantiere Florida di Firenze.

Fabiana Iacozzilli, La Classe. Photo © Piero Tauro
Fabiana Iacozzilli, La Classe. Photo © Piero Tauro

La Classe. Un docupuppets per marionette e uomini, prodotto da CranPi, ha debuttato lo scorso ottobre a Romaeuropa Festival/Anni Luce e sarà in scena il 18 gennaio al Teatro Cantiere Florida di Firenze. Lo spettacolo trae origine dalle interviste ai compagni di scuola della regista Fabiana Iacozzilli. I ricordi della rigida educazione dell’Istituto Suore di Carità diventano bambini ridotti a marionette abilmente animati da cinque performer. Fantocci di gioventù, manipolati come oggetti, si muovono senza pathos su dei tavolacci che ricordano banchi di scuola, tavoli da macello o quelli di sale operatorie ospitanti esperimenti che furono. In questa riflessione sul senso profondo del ricordo lo spettacolo della Iacozzilli ci lascia con una domanda: “Cosa ogni essere umano è in grado di diventare a partire dal proprio dolore?”. Abbiamo intervistato la regista per saperne di più.

Il sottotitolo dello spettacolo La Classe è “un docupuppets per marionette e uomini”. Cos’è un docupuppets?
Quando abbiamo iniziato a lavorare a questo spettacolo la definizione docupuppets non era ancora stata ipotizzata. Durante il lavoro abbiamo capito che ci muovevamo in una terra nuova, in uno strano e indefinito luogo in cui si incrociavano molteplici generi e si affastellavano differenti linguaggi scenici. Lavorando a partire dal teatro di figura e dal genere documentaristico, abbiamo capito che in questa convivenza si nascondeva la forza dello spettacolo. È nato dunque il desiderio di trovare una parola, un luogo, che potesse contenerli o, quantomeno, farli convivere. Docupuppets è nato poi all’improvviso, in un furgone, questa estate, mentre andavamo a Cinecittà a riconsegnare le marionette in vista delle vacanze estive e ci ha subito entusiasmati perché, come tutte le cose belle, portava con sé il potere della sintesi. Solo dopo il debutto è arrivato l’articolo di Andrea Pocosgnich su Teatro e Critica con la sua bella interpretazione del Ducupuppets: “Un’opera in cui si incrociano, a metà strada, il genere documentaristico e la favola di formazione”.

Fabiana Iacozzilli, La Classe. Photo Tiziana Tomasulo
Fabiana Iacozzilli, La Classe. Photo Tiziana Tomasulo

Da dove nasce l’idea di mettere in scena questo archivio di memorie con il linguaggio del teatro di figura?
L’idea nasce da un lato dalla necessità di arrivare a uno svuotamento di ogni forma di sentimentalismo e, dall’altro, dal bisogno di universalizzare un episodio che rischiava di rimanere puramente autobiografico. Quando ho iniziato a intervistare i miei ex compagni di classe, rincontrandoli dopo più di trent’anni, una parte di me è rimasta delusa dall’incontro con degli esseri umani che nel frattempo si erano permessi di diventare adulti. Ho capito che quello che cercavo in loro non era il loro oggi, ma la nostra infanzia. Avevo bisogno di ritrovare con loro quel luogo segreto nascosto nelle nostre fotografie di bambini. Allora ho pensato che non potevo essere la sola a pensarla in questo modo e che anche gli spettatori avessero nel petto l’immagine indelebile di un bambino sempre bambino. Di un eterno bambino. Che anche lo spettatore desiderasse tornare lì, ritrovare quel tempo fermo, quel luogo in cui c’è ancora il compagnuccio di banco, il bambinetto con gli occhiali, grassoccio e con la merenda nascosta sotto il banco. Da questa esigenza nasce l’incontro con il teatro di figura. Inoltre la marionetta, in un modo molto tenero, incarna ma senza sentimentalismi.
Lei, con la sua assolutezza, racconta meglio di chiunque altro la solitudine del bambino, il suo essere una piccola cavia da laboratorio, quasi un esperimento in mano al mondo dei grandi. O almeno, così mi sembra di sentire.

Quale analogia possiamo individuare fra il 1975, anno di realizzazione de La classe morta di Kantor, il periodo 1983-88, quando tu studiavi presso l’istituto di Suore di Carità, e oggi?
Credo che l’analogia risieda nell’esigenza di ritornare all’infanzia. Di andare a cercare qualcosa nel passato, forse qualcosa di molto vicino all’esperienza della morte. Cerco analogie più nelle biografie che nei contesti. Kantor, durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre cadevano le bombe, si ritrovò a fabbricare bambole. Io, mentre ero rinchiusa in un istituto di suore, mentre volavano i ceffoni, mi ritrovai a costruire uno spettacolo sulle bambole. Chissà… Ovviamente lui era un genio che ha rivoluzionato per sempre la storia del teatro mondiale con La classe morta nel 1975, mentre io sono una regista che cerca di fare al meglio il proprio lavoro. Detto questo, so che c’è qualcosa in quello che dice Roland Barthes sulla fotografia, che ha molto a che fare con l’esigenza che un artista ha nel momento in cui sente che il ricordo va espresso: “La fotografia è una figurazione dell’immobile e maschera sotto la quale noi vediamo la morte. La fotografia è un’emanazione del passato, la realtà della morte”.

Fabiana Iacozzilli, La Classe. Photo Cosimo Trimboli
Fabiana Iacozzilli, La Classe. Photo Cosimo Trimboli

Con La Classe ti poni una domanda: “Cosa ogni essere umano è in grado di diventare a partire dal proprio dolore?”. Vi siete dati una risposta affrontando questo lavoro?
Quando inizio a lavorare a un nuovo progetto penso subito a Paul Haggis quando dice “So di avere una storia quando c’è una domanda a cui non è facile dare risposta”. Per fortuna, e come sempre accade nel mio processo creativo, la risposta tarda ad arrivare e, a volte, non arriva mai. Ovviamente, e questo è il tratto più affascinante del nostro mestiere, la nostra missione è quella di porre domande, di aprire questioni alle quali il pubblico, se vuole, può fornire la propria risposta. La nostra risposta è semplice, fin troppo chiara: ogni essere umano è in grado di prendere il proprio dolore e trasformarlo in grazia, in poesia.
Ma ci sono altre domande che spero che lo spettatore si ponga una volta uscito da questo spettacolo: “Chi è la mia Suor Lidia? Chi è quella figura il cui incontro ha influenzato (nel bene e nel male) il mio essere l’essere umano che sono oggi?”. E ancora: “Io sono forse la Suor Lidia di qualcun altro?”.

Dalila D’Amico

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Dalila D'Amico
Dalila D'Amico è Dottore di ricerca in Musica e Spettacolo presso il Dipartimento di Storia dell'Arte e Spettacolo dell'Università di Roma La Sapienza, curatrice e videomaker freelance. Dal 2015, insieme a Giulio Barbato, cura la direzione artistica del festival video “ Retina”. Dal 2010 fa parte del collettivo artistico Vjit insieme a Francesco Iezzi e Maria Costanza Barberio. Vjit è un progetto interdisciplinare con base a Roma, il cui ambito di sperimentazione ruota attorno all'interazione tra suono e immagine dal vivo.

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