Danza. Il requiem per la vita di Fabrizio Cassol e Alain Platel

Il Festival Aperto de ITeatri di Reggio Emilia, quest’anno dedicato alla memoria di Mario Vighi, ha ospitato lo straordinario, pieno di vita e di futuro, “Requiem pour L.” di Alain Platel e Fabrizio Cassol per Les Ballet C de la B.

Alain Platel e Fabrizio Cassol per Les Ballet C de la B, Requiem pour L. Photo Chris van der Burght
Alain Platel e Fabrizio Cassol per Les Ballet C de la B, Requiem pour L. Photo Chris van der Burght

Questo requiem festivo e musicale di Alain Platel e Fabrizio Cassol sarebbe senz’altro piaciuto a Mario Vighi, capo ufficio stampa de ITeatri di Reggio Emilia, di recente mancato dopo una debilitante malattia alla quale non si è mai arreso: uomo di vasta cultura soprattutto musicale e di grande impegno per le arti, la cui voce registrata a ogni inizio di spettacolo nei teatri reggiani ricordava con arguzia alla platea di spegnere i cellulari e insieme ammoniva tutti di vivere felici. Lungi dall’assomigliare a una cerimonia funebre panuniversalistica, come vorrebbe, nel programma di sala, l’improvvida drammaturga Hildegard De Vuyst, Requiem pour L. dei Ballet C de la B è più una profonda e riuscitissima riflessione sul tempo della morte e del suo rovesciamento, attraverso la musica di più continenti e culture (ma non solo), in quello della vita.
Certo, lo scenario, che apertamente richiama il memoriale per gli ebrei assassinati in Europa di Peter Eisenman a Berlino (per la verità qui, in tutta la sua evidenza, ingombrante e non sempre efficace), e i costumi neri (quasi tutti, ma grazie al cielo non proprio tutti) del lutto aiutano questa confusione. E non mancano certo sequenze più meditative e indulgenti sulle ombre che assediano il corpo e l’anima prima dell’ultimo respiro. Ma ciò che davvero resta, al termine di questa potente rilettura e riappropriazione in termini culturali del requiem mozartiano è che il compianto per il tempo della fine può trasformarsi, attraverso il corpo musicale dei performer, nel tempo fermo della resistenza: quello della gioia e della felicità.

Alain Platel e Fabrizio Cassol per Les Ballet C de la B, Requiem pour L. Photo Chris van der Burght
Alain Platel e Fabrizio Cassol per Les Ballet C de la B, Requiem pour L. Photo Chris van der Burght

L’OPERA

Una quindicina tra musicisti e cantanti danno vita a una sorprendente, inedita riorchestrazione del Requiem di Mozart, condotti in scena dal congolese Rodriguez Vangama, contaminata da molte tradizioni musicali tra cui quella indiana e maliana, e spaziando dal canto polifonico a quello corale. Non senza che tutti all’improvviso ballino all’unisono per un Agnus Dei festivo o realizzino il Miserere finale soltanto a tre voci nel silenzio più fondo. La sezione Lacrimosa, che in Mozart riproduce in musica lo scorrere delle lacrime, qui invece è fatta di soli sospiri come gettati e liberati nello spazio. Inoltre, l’azione qui è sospesa o affollata proprio come in un affresco di Mantegna.
Anche coloro che sono più felicemente addentro alle incursioni, ormai trentennali, di Cassol e Platel, nel repertorio musicale del canone occidentale, non possono non trovarsi spiazzati di fronte a questa controversa operazione. L’idea a Cassol pare sia arrivata dopo aver visto un funerale a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo. Nello stesso periodo, Platel ha ottenuto da una sua conoscente in fin di vita sia di essere filmata fino all’ultimo istante del suo trapasso sia di poter utilizzare il filmato per questo lavoro. Infatti, per tutto il tempo della performance, un video in bianco e nero di una figura femminile è proiettato sul fondale (L., che forse è l’iniziale del suo nome, in francese si pronuncia elle, dunque ‘lei’). La visione però è restituita in un perenne slow motion e questo ha attirato profonde, non immotivate critiche. Luke Jennings sul Guardian (25 marzo 2018) ha scritto che l’effetto introdotto da Platel risulta intrusivo e alla lunga (un’ora e quaranta minuti senza intervallo) sempre più problematico: invece di essere un filmato imparziale e distaccato della morte di L., alla fine è un’opera manipolata e completamente ambigua. Al centro della scena, lo spettacolo della morte di L. si consuma in una intensità e una gravitas delle quali Platel non è l’autore.

Alain Platel e Fabrizio Cassol per Les Ballet C de la B, Requiem pour L. Photo Chris van der Burght
Alain Platel e Fabrizio Cassol per Les Ballet C de la B, Requiem pour L. Photo Chris van der Burght

FERMARE IL TEMPO

Ma, in realtà, questa decisione è proprio la misura, o la mediazione, o addirittura la mitigazione che Platel introduce nella ricezione della performance. Lo sguardo dello spettatore, infatti, sempre più prossimo e partecipe, ma senza alcun ricatto spettacolare né alcuna esibizione compiaciuta di un evento così intimo e radicale, si associa inevitabilmente all’esperienza personale. L. è circondata da figure, sempre di schiena dunque mai protagoniste, che accompagnano senza tragedia la sua fine, colme di compassione e partecipazione pari all’importanza che a lei riconoscono. Lei, la donna, qui sembra la più vera alternativa al Cristo morto di Mantegna (oggi a Brera): corpo d’uomo morto adagiato in tutto il suo peso e circondato dal compianto invece disperato dei prossimi, senza speranza né redenzione. Mica male. Ecco cosa comporta il rallentamento dell’immagine nella scelta di Platel: la possibilità di fermare il tempo cronologico.
E allora, di là dall’ultimo, sarebbe davvero un peccato non ci fosse nemmeno un dio da ringraziare per tutto questo, un povero cristo (di oscure speranze, come scrisse Apollinaire), anche impotente e inoperante, da incontrare e salutare e confortare, e di cui magari farsi carico, non come fosse un dio liberatore, ma un derisibilissimo compagno di via. Perché, alla fine di questo Requiem pour L., commovente ma senza tormenti, oltre ogni ricatto della vita immersa nella sua cronologia e al di là di ogni ossessione per lo scorrere del tempo finito col pregiudizio sulla vita che sopravvaluta la morte, si comprende molto bene che ciò che più importerà, di questo nostro passaggio terreno, sarà soprattutto l’essere pur stati qualcosa per qualcuno. Grazie Mario.

Stefano Tomassini

Evento correlato
Nome eventoFestival Aperto 2018
Vernissage15/09/2018
Duratadal 15/09/2018 al 08/12/2018
Generimusica, teatro, danza, festival
Spazio espositivoTEATRO MUNICIPALE ROMOLO VALLI
IndirizzoPiazza Martiri del 7 luglio - Reggio Emilia - Emilia-Romagna
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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini è ricercatore presso l’Università Iuav di Venezia e insegna all’Università della Svizzera Italiana. È consulente per la danza di LuganoInScena al LAC. Nel 2008-2009 è stato Fulbright-Schuman Research Scholar; nel 2010 Scholar-in-Residence all’archivio del Jacob’s Pillow Dance Festival (Lee, Mass.) e, nel 2011, Assistant Research Scholar all’Italian Academy for Advanced Studies in America della Columbia University (NYC). Fa parte della giuria per le Giornate della Danza Svizzera 2019.