Squarci sugli inferi. Dimitris Papaioannou a Lugano

È stata presentata al LAC – Lugano Arte e Cultura, nella programmazione di LiS – Lugano in Scena. È “The Great Tamer”, l’ultima produzione dell’acclamato coreografo greco di fama internazionale Dimitris Papaioannou.

Dimitris Papaioannou, The Great Tamer. Photo Julian Mommert
Dimitris Papaioannou, The Great Tamer. Photo Julian Mommert

Lontano dalla struttura lineare di Still Life, imponente nella visione e nella composizione dell’impianto scenico, The Great Tamer, ultima creazione del coreografo Dimitris Papaioannou (Atene, 1964), conferma il coreografo e regista greco come maestro nella pittura e scultura della scena, traghettatore verso mondi occulti, sorprendenti, domatore e incantatore delle visioni che ordisce e staglia dall’oscurità.
Il coreografo rivelazione di questo decennio prosegue lo scavo nel mito già intrapreso nel precedente Still Life, lavoro ispirato alla figura di Sisifo, riletta attraverso Camus, e dedica la sua nuova opera a Persefone, divinità degli inferi, compagna di Ade, che, rapita nel regno dei morti, affiora periodicamente nel mondo dei vivi, irrorando di grani e fiori la terra.
Un lavoro sulla morte, ma soprattutto sulla ciclicità, sul principio di continua trasformazione, che fa della fine uno stato di transizione, un tempo d’impermanenza attraverso cui la materia si trasforma in vita, pasto, nutrimento, decomposizione. Un’impostazione barocca, quella proposta dal grande maestro greco, non tanto o non solo per le tracce estetiche con cui si definisce, quanto per la tessitura drammaturgica che sinuosamente si muove secondo linee tortili, che si compongono in continui ritorni mai eguali, evidenziando nella stessa scrittura scenica il processo di eterno mutamento.

Dimitris Papaioannou, The Great Tamer. Photo Julian Mommert. Performer Christos Strinopoulos
Dimitris Papaioannou, The Great Tamer. Photo Julian Mommert. Performer Christos Strinopoulos

TUTTO È FINE

Dimitris Papaioannou puntella l’impianto di citazioni visive e rimandi alla storia dell’arte, da Rembrandt a Kounellis (suo primo maestro), da Bellmer a Lee Byars, da Goya a Gericault e Delacroix, creando quadri, sculture di corpi che, come oracoli, illusionisticamente emergono dall’oscurità, offrendo una visione estraniante che si fa corpo, azione, coreografia.
Immerso nel nero e nell’oro, alpha e omega del cromatismo alchemico, in un campo di bagliori e oscurità che riverberano vicendevolmente di luce, The Great Tamer vibra in una terra desolata: un immenso tappeto obliquo di lastre color piombo disposto sull’intero spazio scenico definisce il permeabile confine tra il mondo di sopra e il mondo di sotto. In un campo desertico e plumbeo aleggiano le note della partitura del Danubio blu di Johann Strauss, dilatate sino all’irriconoscibile, sporcate dai suoni amplificati del reale. Accompagnati da questa eco opaca, esploratrici ed esploratori intraprendono i primi passi di questa Odissea nello spazio: un viaggio alla scoperta dell’uomo e del suo confine, mentre fra rumori di passi, lastre, respiri si schiude sotto il loro passaggio lo scrigno del mondo di sotto, aperto al mondo di sopra. Da un pavimento magmatico che pare respirare emergono figure solitarie: corpi smembrati in uno sparagmòs dionisiaco, partenogenesi allucinatorie di procreazioni continue, identità transgenetiche, corpi mutanti che si trasformano in altri corpi senza organi, per un principio di accumulazione di parti, smembramenti e sovrapposizioni.
Letti di autopsie che diventano tavole imbandite, bare che si tramutano in effigi, passi che si fanno radici: un mondo di giochi, trucchi e illusioni ove non vi è certezza, ove l’identità si scompone in frantumi e l’unitarietà si dispone alla moltiplicazione e alla mutazione. I corpi vengono aperti, sezionati, penetrati da altri corpi, da bisturi e oggetti, in un continuo e spesso divertito gioco di apparenze e metamorfosi barocche, di anamorfosi disturbanti che evidenziano la tendenza della natura a generare forme più complesse, con un crescente differenziarsi e specializzarsi degli organismi.
Tra finzione e meraviglia, The Great Tamer è un “theatrum orbis”, che mostra della vita l’aspetto illusionistico, che fa della rappresentazione e del gioco del mondo, in fondo, solo un trucco. Non vi è patimento né corpo glorioso in questi passaggi di stato, né peste, né febbre. Tutto si fa e si disfa con una lieve dolcezza sadomasochistica che dispone i corpi alla metamorfosi, che li piega, nella loro superficie, a un continuo divenire. Tutto è fine.

Dimitris Papaioannou, The Great Tamer. Photo Julian Mommert
Dimitris Papaioannou, The Great Tamer. Photo Julian Mommert

LUCE, POLVERE E VANITAS

Tra morte, procreazione, consumo, in un potlach allegorico, pezzi di carne sono donati a branchi di uomini come fossero cani da una enigmatica danzatrice che, con movimento segmentato e scisso, restituisce quel Body Mechanic System, elaborato dallo stesso Papaioannou, che frammenta il corpo e il tempo in imprevedibili sezioni.
Poi lo spazio si apre e finalmente si manifesta il tempo di Demetra, quello della restituzione transitoria e ciclica di Persefone alla terra e al mondo dei vivi.
In una visione delicata e abbagliante, frecce auree piovono sul terreno trasformate in siringhe e spighe di grano, fonti di acqua si aprono dalla terra: un richiamo alla primavera, alla bellezza della vita che fiorisce e nutre, mentre l’amore è agito da una coppia di danzatori che rotolano l’uno sull’altro a formare una sfera, riportandoci all’efficace descrizione di Aristofane nel Banchetto di Platone, come atto di unione e separazione dei corpi. Poi l’oro nuovamente scompare, la terra si oscura, Persefone rientra negli inferi. L’uomo nuovo appare, disseppellito dalla terra, cadavere di ossa e di cenere, che al contatto con la luce si frantuma nell’aria prima di essere spazzato via, con leggerezza verso il pubblico.
Polvere e vanitas rivestono di nuovo il mondo riportando accartocciata la luce negli inferi. In questo campo vuoto, una lamina aurea, misterica, come i supporti di un testo orfico, aleggia sulla scena, sostenuta dal soffio vitale di un performer solitario che la fa librare nell’aria, in un frivolo passatempo, affinché non cada a terra.
Chi sia il grande domatore di questo gioco, accogliendo la questione che pone il titolo, forse non è dato sapere. Sia questo lo stesso regista, la morte, grande domatrice del nostro tempo, o il principio vitale che ci fa spegnere e accendere in forme nuove incessanti, dimentichi delle precedenti, senza storia, senza memoria. Sicuramente Papaioannou tesse una tela e costruisce volute con maestria allucinatoria, riportando il teatro alla sua materia, all’opera, con sapienza ed eleganza millimetrica, lasciandoci storditi e avvinti da un gioco di trucchi, di non-sense, di orrore e meraviglia, che ci proietta in una solitudine inattuale, nell’apertura a una domanda di senso a cui sembriamo tutti essere destinati.

Maria Paola Zedda

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Spazio espositivoMASI LUGANO LAC
IndirizzoPiazza Bernardino Luini, 6 CH - 6900 - Lugano
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Maria Paola Zedda
Curatrice ed esperta di performance art, danza e arti visive, rivolge la sua ricerca ai linguaggi di confine tra arte contemporanea, danza, performance e cinema. Ha lavorato come assistente e organizzatrice per oltre un decennio nelle produzioni della Compagnia Enzo Cosimi e come performer indipendente ha ottenuto importanti riconoscimenti quali la Menzione Speciale del Premio Equilibrio 2009. Dal 2011 cura e dirige festival e manifestazioni legate ai linguaggi del contemporaneo (Istantanee – visioni di danza e performance, Across Asia Film Festival, Across the vision FIlm Festival), collaborando con prestigiose istituzioni tra cui MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, Musei Civici di Cagliari, Hanoi Doc LAb – Goethe Institut. Nel 2015 ha diretto il programma artistico di Cagliari Capitale Italiana della Cultura (MiBACT, Comune di Cagliari) e il programma di arte pubblica Space is the Place.