Filologia contemporanea. L’Orestea di Anagoor al Romaeuropa Festival

Da una tournée di respiro internazionale, il collettivo teatrale trevigiano Anagoor porta in scena la trilogia di Eschilo al Romaeuropa Festival.

Anagoor, Orestea. Photo Giulio Favotto
Anagoor, Orestea. Photo Giulio Favotto

Di ritorno da Salonicco, luogo in cui la contemporaneità dialoga creativamente con il passato, la compagnia Anagoor partecipa al Romaeuropa Festival con un nuovo lavoro: l’Orestea.
Dopo una prima assoluta alla Biennale di Venezia, dove è stato premiato con il Leone d’Argento, lo spettacolo sarà quindi in scena al teatro Argentina il 2 e 3 ottobre per indagare, attraverso il linguaggio classico della tragedia greca, quel senso del sacro che nella fretta della quotidianità abbiamo un po’ perso.
L’inizio, con il segnale che annuncia il ritorno in patria di Agamennone, roboante di musica, ci rivela subito la scelta, da parte della compagnia, di adottare un linguaggio misto: alla scrupolosa ricerca sulla lingua antica si affiancano i supporti multimediali, traducendo ogni parte della trilogia “legata” di Eschilo in atmosfere rarefatte. L’atto forte del sacrificio si alterna alle crude immagini filmate da un mattatoio. Il senso dell’inevitabilità del dolore e dell’impotenza dell’uomo sul proprio destino risuonano durante tutta la rappresentazione, fino a far destare ancora quel senso di timore verso l’imponderabile. Ma la superiorità del fato sulla vita dell’uomo può essere mitigata dalla pratica razionale della filosofia e quindi anche dalla parola.

Anagoor, Orestea. Photo Giulio Favotto
Anagoor, Orestea. Photo Giulio Favotto

PAROLA E MEMORIA

Il capo coro, Marco Menegoni, ci guida verso la comprensione del vero ruolo della parola: principio per eccellenza della comunicazione, deve essere portatrice di memoria e rendere chiara la storia dell’uomo, reo di un errore primigenio da cui si scatenano una serie di azioni violente. Un apporto ipertestuale al filo conduttore di “Agamennone, Schiavi, Conversio” che si dipana tra l’orrore giustificato della morte violenta, la vendetta e l’espiazione.
Lo spettacolo permette di intravvedere, con parole allusive, i temi contenuti nel lavoro del drammaturgo greco: etica e valori di una nascente società strutturata secondo il principio di giustizia, non divina ma terrena. Il cumulo di ricchezza e potere raggiunti con tutti i mezzi (anche il sacrificio dei figli), e l‘ineluttabile sequenza di azioni che porteranno solo disperazione, vengono mitigate dalla consapevolezza che almeno questo dolore porterà a un cambiamento. Senza redimere l’infausto, sembra che l’umanità abbia sospeso ogni giudizio, e che lo spettatore possa soltanto scegliere tra prendere posizione o rimanere solo con il proprio sgomento.
Così la figura di Cassandra, impersonata dall’attrice di origine armena Gayané Movsisyan, parla un altro linguaggio, quello dello straniero che nessuno vuole capire ma è allo stesso tempo l’unico personaggio in grado di cogliere quanto sta per avvenire. La rivelazione si presenta come possibile chiave di superamento di quella spirale d’orrore, un mezzo per conoscere il divenire, anche se buio. I cori dei giovani, le generazioni future, dei vecchi che rappresentano la sapienza e delle Eumenidi ‒ che rappresentano la celebrazione della parola stessa ‒ sono stati tradotti in movimento e canto, sequenze di gesti che spezzano la narrazione.

Anagoor, Orestea. Photo Giulio Favotto
Anagoor, Orestea. Photo Giulio Favotto

PASSATO E “ME” GENERATION

Nella tragedia greca gli eventi si svolgono con la continuità di spazio e tempo, il qui e ora della messa in scena. Nell’antichità andare a teatro era una pratica prettamente collettiva, una cura contro l’ignoranza. Attraverso le compressioni del testo, il regista Simone Derai ha scelto di portare la durata dello spettacolo a quattro ore e, senza compromettere quell’unità drammaturgica, lo ha trasformato in un continuum, restituendo la sensazione per cui ogni istante è eterno. Oggi questa Orestea permette un confronto tra la visione del passato che vuole esorcizzare la violenza e l’attuale narcisistica visione della “Me” generation, protagonista di una radicalizzazione dell’individualismo, frenetica e lontana dal senso di responsabilità. E dopo tanta morte, nella confortevole sospensione della rappresentazione teatrale, si può proprio affermare che il teatro è veicolo di riflessione e testimonianza di vitalità di pensiero.

Antonella Potente

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Nome eventoRomaeuropa Festival 2018
Vernissage19/09/2018
Duratadal 19/09/2018 al 25/11/2018
Generiperformance - happening, musica, teatro, danza, festival
Spazio espositivoMATTATOIO
IndirizzoPiazza Orazio Giustiniani 4 - Roma - Lazio
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Antonella Potente
Se già da piccolo sai quello che vuoi è un guaio: ho passato le ore più belle a fantasticare del niente e a guardare le figure dell'enciclopedia e mi sono ritrovata a scegliere il Liceo Artistico, perché mi piaceva disegnare e soprattutto mi piaceva l'arte: canto, ballo, teatro e pittura. La mia curiosità ha trovato soddisfazione al di fuori dell'ambiente provinciale e dopo aver studiato a Venezia, Pittura all'Accademia di Belle Arti, ho girato per l'Italia lavorando nel settore dell'interior design. Aver poi collaborato con una galleria a Treviso ha costituito un continuo stimolo, un incentivo per capire le strategie e le novità dell'affollato e variegato mondo dell'arte contemporanea. Saper raccontare questo mondo il mio obiettivo, considerandomi anche uno spettatore attivo della “parafrasi” di questa vivace società in continuo movimento che è tutta l'arte.