Aterballetto e la coreografia a MilanOltre

Due diverse coreografie, di un maestro qual è Jiří Kylián e di un giovane Diego Tortelli, per esplorare la relazione tra danza e musica, tra composizione classica e sua rilettura contemporanea. Andate in scena per MilanOltre lo scorso 17 settembre.

Jiří Kylián, Sarabande. Aterballetto. MilanOltre 2018
Jiří Kylián, Sarabande. Aterballetto. MilanOltre 2018

È un capolavoro di genialità coreografica, un sorprendente viaggio nell’inconscio. Inscalfibile dal tempo, Sarabande, opera di Jiří Kylián per il Nederlands Dans Theater, concepita sulla Suite 2 in re minore per violino solo, BWV1004 di Bach, risale al 1990. Da allora è entrata nel repertorio di diverse compagnie e ora dell’Aterballetto, titolo inserito nella serata Bach Project comprensiva di un nuovo lavoro del giovane coreografo Diego Tortelli, Domus Aurea, progetto della Fondazione Nazionale della Danza teso all’esplorazione della relazione tra danza e musica, tra composizione classica e sua rilettura contemporanea.

SARABANDE

Sarabande inizia come un incubo e termina con una risata collettiva, ma fugacemente suggellata da una espressione di pianto. Come in Petite Mort (titolo tra i più celebri di KyliaÏn), i danzatori emergono da un mondo oscuro. E quelle ampie gonne barocche a telaio, indossate e fatte scorrere dalle ballerine, e che si rivelavano involucri vuoti, le ritroviamo, seppur di diversa fattura, anche qui, ma stavolta sospese a mezz’aria e dalle quali sembrano essere improvvisamente usciti come bozzoli i sei corpi maschili nel folgorante inizio che li vede ansimanti distesi a terra a pancia su, poi in giù come officianti di un rito, con le mani tremolanti e i muscoli tesi. Dentro una luce dorata e nel silenzio iniziale, con movimenti ora calmi ora agitati, assumendo vibranti posture accompagnate dai loro stessi respiri, da gemiti, colpi, grida, ghigni felini, amplificati da un’eco spettrale e altri effetti vocali e percussivi elaborati elettronicamente da Dick Heuff, i danzatori fendono l’aria con gesti spezzati, piegamenti, sciabolate di braccia, schiaffi, tremolii, battiti di mani sul petto, accarezzamenti sulle gambe. Sembrano combattere con dei mostri invisibili che aleggiano attorno e dentro di loro. Indicano qualcosa a terra, poi in alto. Impauriti, alzano le bianche t-shirt elastiche come membrane chiudendole sulla testa per nascondersi, subito tolte e attorcigliate e usate come fruste. Le azioni scorrono frenetiche, tra coralità tribale e rantolii, strisciando come rettili, saltando come uccelli, scivolando, turbinando a spirale, con movimenti che incorporano il Tai Chi e la danza Maori. In seguito, al buio improvviso subito rischiarato, si abbasseranno i pantaloni intorno alle caviglie, cammineranno indifesi, rantoleranno. Seguirà il lungo solo di un danzatore il cui corpo freme come se fosse posseduto, mentre gli altri, in fila appoggiati alle quinte, lo osservano assumendo diverse pose. Ed è adesso che irrompono le note di Bach. La danza si fa musicale, e i corpi, finora tesi e istintivi, si trasformano liricamente lasciando spazio all’alternarsi di assoli. Trasudano energia, forza, potenza tutta virile i sei eccellenti interpreti di Aterballetto nella non facile restituzione di una coreografia che richiede alta tecnica e surreale espressività, qualità ben padroneggiate e restituite da Hektor Budlla, Giulio Pighini, Damiano Artale, Philippe Kratz, Saul Daniele Ardillo, Roberto Tedesco.

Diego Tortelli, Domus Aurea. Aterballetto. MilanOltre 2018
Diego Tortelli, Domus Aurea. Aterballetto. MilanOltre 2018

DOMUS AUREA

Impegna invece tutta l’impeccabile compagnia di Aterballetto la nuova creazione di Diego Tortelli Domus Aurea che, sulla musica delle Suite francesi di Bach rivisitata da Giorgio Colombo Taccani ed eseguita dal vivo dall’ensemble Sentieri Selvaggi, si avventura in un mondo onirico e nei meandri della mente umana indagando i concetti di costruzione, cedimento, distruzione, rinascita. Nelle intenzioni del giovane coreografo bresciano (ex scaligero, danzatore all’estero per molti coreografi, spaziando da Flamand a Preljocaj, da Ramirez a Naharin, da Forsythe a Dubois a Siegal) Domus Aurea – titolo che, pur rimandando alla celebre villa romana, non ha alcun nesso narrativo, né storico con essa ‒ vuol rappresentare soprattutto un archetipo. Il riferimento è alla struttura scenografica disegnata dall’artista visivo Massimo Uberti. Il volume della casa è reso dalle filiformi luci al neon che costituiscono l’architettura dell’installazione, determinando il dentro e il fuori, il pieno e il vuoto, l’evanescenza e la concretezza, il razionale e l’irrazionale. Una struttura luminosa e astratta come lo è la danza, luminosa nel bianco dei costumi e al contempo oscura nel suo indagare l’animo umano sollecitato da echi e memorie, da gioie e frustrazioni, che il luogo suscita e riverbera. I danzatori attraversano le linee della costruzione, varcano la soglia, vi rimangono brevemente all’interno tessendo intrecci corali, duetti o assoli, componendo coi corpi strutture geometriche e sinuose, monumenti di teste che una sorta di officiante, in elegante costume nero-rigato, unisce e sposta. Questi è una presenza costante che si aggira, scruta, irrompe, muove i singoli e l’insieme. Attorno alla Domus è un continuo vagare, guardare, sostare, vivere. Un brulicare lento e magnetico della massa che intreccia posture, tesse gesti, spinge azioni, e dalla quale, a spezzare l’algida visione, emergono due soggetti dai costumi blu e una curiosa figura con la chioma dei capelli in avanti e il busto piumato. Sono echi di storie, di moti interiori, di immagini, di emozioni vissute quello che ci suggerisce Tortelli con una danza dalle molte linee rigide spezzate e deformate, da infittimenti di corpi, dinamiche flessuose, moltiplicazioni degli arti, cenni di contact dance, che rivelano il ricco e variegato bagaglio compositivo dell’autore e ne confermano le qualità. In tutto questo, però, si avverte un addensamento d’idee e di segni che vanno in più direzioni e che, forse, avrebbero bisogno di una misura più contenuta e di una più coraggiosa sintesi stilistica.

Giuseppe Distefano

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).