Teatro. Una storia di sopravvivenza sul genocidio armeno

Messo in scena in tutto il mondo e vincitore di cinque Molière in Francia, il testo di Richard Kalinoski parla di esilio e di rifugiati. Sul filo del dolore del passato e la speranza di un futuro da costruire.

Richard Kalinoski, La bestia sulla luna. Regia Andrea Chiodi. Teatro Due, Parma 2018
Richard Kalinoski, La bestia sulla luna. Regia Andrea Chiodi. Teatro Due, Parma 2018

Il titolo prende spunto da un aneddoto. Si riferisce all’idiozia di alcuni turchi che, durante un’eclisse successa nel 1895, ritenevano di poter sparare e uccidere “la bestia sulla luna”, ovvero la parte di superficie lunare oscurata. In un ignorante tentativo di sparare a quella “bestia”, nell’aprile del 1915 i turchi incominciarono a sparare sugli armeni. L’aneddoto viene narrato dal protagonista del testo di Richard Kalinoski, aprendo così una finestra di comprensione su uno dei genocidi più agghiaccianti del Novecento, avvenuto sotto copertura della Grande Guerra che infuriava in Europa.
Con La bestia sulla luna (produzione Fondazione Teatro Due con CTB di Brescia) allestita dal regista Andrea Chiodi per il Teatro Due di Parma ‒ teatro che continua a farsi promotore di autori stranieri portando in scena un nome a noi sconosciuto ‒, Kalinoski entra nella grande storia attraverso il racconto intimo di una famiglia americana di origine armena formatasi in seguito a un matrimonio per procura.

Richard Kalinoski, La bestia sulla luna. Regia Andrea Chiodi. Teatro Due, Parma 2018
Richard Kalinoski, La bestia sulla luna. Regia Andrea Chiodi. Teatro Due, Parma 2018

LA TRAMA

Siamo a Milwaukee nel 1920. Aram Tomasian, affermato fotografo, è un immigrato sfuggito al massacro di più di un milione e mezzo di armeni nel 1915 da parte dei turchi nella sua terra natale, la Turchia orientale. Il protagonista vuole ricominciare da capo e costruire una nuova famiglia nel Nuovo Mondo per sostituire quella perduta con il genocidio. Ha scelto una sposa per corrispondenza attraverso una fotografia. Nella sua vita arriva un’adolescente, Seta, anche lei sfuggita ai signori della guerra ottomana. La prende con sé nonostante scopra subito che la ragazza della foto non corrisponde a quella da lui selezionata, ma è stata scambiata con un’altra: quella di una ragazza morta, ma molto somigliante a lei, sostituita per nascondere ‒spiega una divertita Seta ‒ la sua faccia di prima, piena di piaghe dovute alle cimici dell’orfanotrofio. Nel nuovo ménage che faticosamente si instaura, l’uomo impara che la costruzione di un matrimonio e di una famiglia è più difficile di quanto immaginasse. Lui, rigido e severo, vorrebbe una moglie rispondente ai dettami del Vecchio Testamento di cui le cita dei versi dove si parla di obbedienza e sottomissione e ai quali lei, dotata invece di umorismo ed educata a leggere e meditare, risponderà ribattendo con altri versi e ridicolizzandolo. In questa atmosfera conflittuale, lui farà di tutto per sottrarle la vecchia bambola che lei porta sempre con sé, unico ricordo di un’infanzia dolorosa e àncora di sicurezza; lei arriverà a distruggergli inaspettatamente la grande foto di famiglia che campeggia a vista sulla parete e che le procura sempre più un senso di oppressione. Quella foto con i familiari in posa ma con le teste cancellate ‒ dacché furono brutalmente decapitate ‒ rappresenta per Aram l’immagine di un dovere da assolvere: sostituire quelle persone con i volti di una nuova famiglia, e costituire con la sua vita un esemplare album fotografico.
Nel finale, quel gesto irruento di lei che eliminerà l’immagine “sacra” susciterà finalmente in Aram il racconto del suo terribile passato finora celato alla moglie. Ma prima, a turbare per molto tempo il loro rapporto, è il continuo tentativo e la scoperta dell’impossibilità di poter generare un figlio. Gli anni di malnutrizione di Seta l’hanno resa sterile, e man mano che la frustrazione di Aram cresce, la sua rabbia si riversa contro la sua sposa sempre più scoraggiata e isolata. A cambiare la situazione sarà l’intrusione di un ragazzo povero, Vincent, fuggito dall’orfanotrofio e prelevato dalla strada da Seta, premurosa e affettuosa madre mancata, e accolto in casa infine anche da lui, costretto, inizialmente e malvolentieri, ad accettare la presenza dell’adolescente che diventerà, così, il figlio che non potevano avere.

Richard Kalinoski, La bestia sulla luna. Regia Andrea Chiodi. Teatro Due, Parma 2018
Richard Kalinoski, La bestia sulla luna. Regia Andrea Chiodi. Teatro Due, Parma 2018

ESILIO E MEMORIA

La vicenda ci viene raccontata da un testimone-narratore, che è il ragazzo ormai adulto, il quale rievoca la storia della coppia muovendosi in scena, scomparendo e ritornando, con la funzione di raccordo dell’evolversi dei ricordi, e riportare così alla memoria ciò che ancora brucia dentro e che non va dimenticato. Il successo del testo, vincitore di numerosi premi, tra cui cinque Molière, tradotto in tredici lingue e rappresentato in vari teatri del mondo, probabilmente è dovuto – come spiega lo stesso autore – “al fatto che in numerosi Paesi sono radicati e vivi i temi della memoria e dell’esilio, così come quello delle migrazioni di popoli, e degli scontri che spesso sono sfociati in persecuzioni e stermini di massa”. Il testo di Kalinoski ha il pregio di una scrittura fluida e naturale che ci trasmette una morale semplice e universale: “È la grande forza di volontà”, dice l’autore, “che porta, infine, a superare esperienze dolorose, a perdonare, a donarsi, a scoprire un reciproco rispetto e un sentimento d’amore che sembra impossibile e che invece, malgrado le difficoltà, sa davvero vincere su tutto”. Le cicatrici personali che la coppia porta devono essere guarite, o almeno riconosciute, prima che la vera unione possa essere raggiunta. Sono perfetti nei ruoli principali, anche fisicamente, Fulvio Pepe ed Elisabetta Pozzi: lei efficace nel difficile ruolo di mutamento di Seta, che vediamo trasformarsi da adolescente in donna matura e forte; lui nella mutazione di sensibilità e carattere, dalla sterile riluttanza fino allo scontro catartico e alla confessione finale. Alberto Mancioppi è il narratore e osservatore silenzioso, e Luigi Bignone il ragazzo, un po’ meccanico nella recitazione tutta di scatti.

Giuseppe Distefano

www.teatrodue.org

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).