“Aminta. S’ei piace ei lice” è lo spettacolo dello scenografo e artista visivo Daniele Spanò e di Luca Brinchi, regista teatrale e scenografo multimediale. Commissionato dalla Sagra Musicale Malatestiana di Rimini e andato in scena al Teatro India di Roma dal 12 al 29 gennaio scorsi.

Aminta è un’installazione agita o una performance congelata in immagine, insomma uno di quegli ibridi contemporanei che farebbe gridare i più reazionari alla morte del teatro o i più riformisti all’avvento di nuove frontiere. Tuttavia la sua efficacia risiede proprio nel recupero sapiente di forme teatrali tradizionali, rivitalizzate dai linguaggi di oggi. Lo spettacolo è una rilettura del dramma pastorale di Torquato Tasso, di cui rispetta trama e cronologia. Seguendo i canoni stabiliti nottetempo da Aristotele, è suddiviso in cinque atti preceduti da un prologo. Ci sono dei personaggi: Silvia amata da Aminta, Tirsi e Dafne – consiglieri dei protagonisti – e un satiro che funge da antagonista. Infine c’è un coro che commenta le azioni degli attanti. Si direbbe insomma di assistere a un’opera misurata e nostalgica, se non fosse che l’impianto drammaturgico, studiato insieme a Erika Z. Galli e Martina Ruggeri (Industria Indipendente), violenta l’unità di spazio e di tempo e deturpa la presenza dell’attore in favore di schermi e altoparlanti.

UN TUFFO NELL’ETÀ DELL’ORO

L’Aminta di Tasso è una celebrazione dell’età dell’oro, un’era svincolata dalla legge dell’onore, “quell’idolo d’errori” colpevole per il poeta di schiacciare la vita della corte cinquecentesca. Un inno a un’epoca mitica, in cui l’armonia tra le specie era governata dall’Amore. Nella visione di Spanò e Brinchi, questa distanza ormai incolmabile tra istituzioni e natura umana si dilata nella dimensione virtuale. Il coro si trasfigura in bocche proiettate su teli scossi da ventilatori. Aminta (Lorenzo Anzuini) e Silvia (Clelia Scarpellini) divengono ritratti in video, i cui tormenti risuonano attraverso un nugolo di voci (Michele Degirolamo e Flaminia Cuzzoli). Dafne e Tirsi si traducono in due altoparlanti mobili, due metronomi giganti che, nel tuonare le parole, soppesano il tempo del racconto. Una metamorfosi continua in cui il suono solidifica lo spazio, le immagini spostano il tempo e gli oggetti rivestono la carne dei personaggi.

Daniele Spanò & Luca Brinchi, Aminta. S'ei piace, ei lice. Photo Federica di Benedetto
Daniele Spanò & Luca Brinchi, Aminta. S’ei piace, ei lice. Photo Federica di Benedetto

TRA VOCE E CORPO

Il racconto procede per lampi, imperniando la sua forza su un tessuto sonoro che impasta le voci alle musiche elettroniche del compositore Franz Rosati. La diversa dominanza dei personaggi nel racconto è restituita mediante una differenziazione spaziale delle voci: quelle di Aminta e Silvia arrivano in primo piano, cristalline, mentre quelle degli altri personaggi riverberano in profondità. Con la stessa logica, le immagini attivano i raccordi di tempo e i diversi livelli del linguaggio cinematografico, dislocandosi su varie superfici di proiezione. Mai didascalici, i superbi video di Spanò alludono piuttosto che dire. Il primo piano di un cane rabbioso sintetizza il momento in cui Aminta crede che Silvia sia stata sbranata dai lupi. Un vortice suggerisce il precipitare di Aminta dal burrone senza nulla dirci della sua salvezza.
In questo concerto spazializzato non c’è posto per la presenza fisica dell’attore, se non in due momenti: all’inizio dello spettacolo, quando Luca Brinchi tatua sulla propria mano la massima che governa l’età dell’oro (“S’ei piace, ei lice“, quel che piace è lecito). E quando il culturista Davide Pioggia ritrae sul proprio corpo il momento in cui il satiro lega a un albero Silvia per abusarne. La violenza dunque si distilla nella potenza visiva di muscoli allenati a governare l’afflusso del sangue.

IMPULSI E VIOLENZA

Se l’ago nella carne di Brinchi suggella l’affondo nella dimensione passionale degli impulsi, lo scarto tra una Silvia in video, che si divincola dalle funi, e un satiro in scena, che padroneggia ogni tessuto del corpo, paradossalmente la nega. Allora, se quel che era non sarà più, non resta che impregnarsi dei profumi di oggi. Ed è questo che i due registi dimostrano magistralmente di fare. Non solo per l’adozione di un impianto scenico multimediale, ma perché le parole di Tasso, “Non mi toccare, sono di Diana. Da sola saprò sciogliere le mie mani”, si depositano come sintomo di un presente che costringe ancora la donna a liberarsi dalla violenza con la propria forza.

Dalila D’Amico

www.teatrodiroma.net

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Dalila D'Amico
Dalila D'Amico è Dottore di ricerca in Musica e Spettacolo presso il Dipartimento di Storia dell'Arte e Spettacolo dell'Università di Roma La Sapienza, curatrice e videomaker freelance. Dal 2015, insieme a Giulio Barbato, cura la direzione artistica del festival video “ Retina”. Dal 2010 fa parte del collettivo artistico Vjit insieme a Francesco Iezzi e Maria Costanza Barberio. Vjit è un progetto interdisciplinare con base a Roma, il cui ambito di sperimentazione ruota attorno all'interazione tra suono e immagine dal vivo.