La cerimonia del dolore. In un ex carcere di Parma

“Autodafé” di Lenz Fondazione prende corpo nell’Ala Napoleonica dell’ex carcere di San Francesco di Parma. In un via vai mantrico di dolore e sofferenza si costruisce una visione che è simbiosi emotiva con i performer-cantanti, in un lento approssimarsi di tableau vivant di Pierrot vomitati da oli seicenteschi.

Autodafe, Lenz Fondazione - © Francesco Pititto
Autodafe, Lenz Fondazione - © Francesco Pititto

TRA VERDI E IL PRESENTE
Ci affranchiamo dalla storia verdiana e dalle ragioni programmatiche (il rapporto con il cartellone celebrativo) di Autodafè che Lenz Fondazione ha allestito nell’Ala Napoleonica dell’ex Carcere di San Francesco a Parma. Ci interessano di più quelle estetiche per una scelta che, nelle dichiarazioni, cercava un parallelo con il contemporaneo nella sequenza verdiana dell’atto terzo del Don Carlo. Valutiamo quindi il grande dispiegamento di energie, forze e sforzi, collaborazioni e partecipazioni che l’imagoturgia e la drammaturgia di Francesco Pititto ha condiviso con il Conservatorio A. Boito, Ars Canto, coinvolgendo la regia di Maria Federica Maestri e il disegno sonoro di Andrea Azzali che, con reiterazioni, loop e deframmentazioni, ha costruito delle nicchie, delle gemmazioni di suono dilatate a perdersi e a riverberarsi nei meravigliosi spazi del carcere abbandonato.

INQUISIZIONI CONTEMPORANEE
Al centro dell’opera verdiana c’è comunque la scena della cerimonia pubblica dell’Inquisizione spagnola che vede sfilare gli eretici condannati a morte, mentre sullo sfondo risalta lo scontro pubblico tra Filippo II e il figlio Carlo. Questo il nucleo drammaturgico che ha orientato lo spazio sulle longitudinali care a Lenz. Una linea che più che movimentare il pubblico alla ricerca di paesaggi sonori lo inchioda lungo gli assi di una croce. Di una passerella alla Franko B, un crocevia che Artaud volle per il suo Cenci (poi realizzato con cognizione di causa solo da Studio Azzurro). Lì, in quel via vai mantrico di dolore e sofferenza sta sia la visione sia la simbiosi emotiva con i performer-cantanti, sia il lento approssimarsi dei tableau vivant di pierrot vomitati da oli seicenteschi. Lo spostamento fisico dello sguardo è più efficace in perpendicolare, nella stratificazione “alla Rotella” dei passaggi storici che quei luoghi hanno ospitato. Più che i video di naumaniana memoria collocati nelle celle o proiettati sulle volte, ci attirano le locandine di Tom Cruise e le copertine di riviste appese ai muri di quello che fu un carcere fino agli Anni Novanta.

Autodafe, Lenz Fondazione -  © Francesco Pititto
Autodafe, Lenz Fondazione – © Francesco Pititto

MEMORIA E DOLORE
Sono questi lacerti di memoria che spostano Autodafé dal rischio di auto-referenzialità rigorosa al presente contaminato di ben altre lacrime. Più che l’inquisizione e il braccio di ferro tra chiesa e potere, fede e libertà, qui si specchia l’immobilità della pena, del senso di colpa e la claustrofobia del pensiero. Ecco che nell’impeccabile pulizia formale che contraddistingue i lavori di Lenz, in quella capacità di affidarci le immagini per un montaggio personale cogliamo la necessità di un’Arianna che ci faccia uscire dalla reiterazione del dolore. Il tutto dentro un fotografia che pennella la luce e i viraggi cromatici in modo meraviglioso. Quasi in un frame dipinto dalla luce di Sean Bobbitt, i performer appaiono, iconostasi, epifanie la cui carne è un grumo di pianto, un’emissione vocale che aleggia fantasmatica come presenza pittorica. Non a caso allo spettacolo farà seguito proprio una mostra fotografica di Fiorella Iacono (dai cui shooting si è partiti) in dicembre prossimo nell’ambito del Festival internazionale Natura Dèi Teatri.

Autodafe, Lenz Fondazione -  © Francesco Pititto
Autodafe, Lenz Fondazione – © Francesco Pititto

I PROTAGONISTI
Per Autodafé, invece, c’erano in “scena”: Domenico Mento (basso); il Coro giovanile Ars Canto diretto da Gabriella Corsaro e composto da Elena Alfieri, Jacopo Antonaci, Eugenio De Giacomi, Guido Larghi, Gioele Malvica, Giovanni Pelosi, Giacomo Rastelli e Michelangelo Turchi Sassi; i performer Valentina Barbarini, Walter Bastiani, Paolo Maccini, Delfina Rivieri, Carlotta Spaggiari, Barbara Voghera, Sandra Soncini e una selezione degli allievi del laboratorio avanzato di Lenz Pratiche di Teatro.

Simone Azzoni

www.lenzfondazione.it.
www.festivalverdiparma.it

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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.